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  • Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole

    Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole

    La sospensione di Donald Trump da Facebook e da Twitter, e non solo, ha acceso un grande dibattito sul ruolo dei social media. Abbiamo chiesto un parere ad esperti che ci hanno offerto il proprio punto di vista, come: Vincenzo Cosenza, Vera Gheno, Stefano Epifani, Veronica Gentili, Ernesto Belisario.

    La sospensione di Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti d’America ormai a fine mandato, da Facebook e da Twitter, ma non solo, ha acceso il dibattito sul grande tema che avvolge le piattaforme social media, dopo i gravi fatti di Capitol Hill. E cioè: si tratta di piattaforme pubbliche o private? Possono davvero arrivare a mettere a tacere il presidente Usa, al limite della censura? Sono allora degli editori?

    Tutte domande, lecite, che ormai si ripetono da giorni senza, tuttavia, aver ricevuto delle risposte esaustive. Si tratta della prima volta che un personaggio così rilevante viene sospeso da tutte le piattaforme. Già, perché si continua a discutere di Facebook e Twitter, le prime a prendere una posizione netta, in realtà la lista è lunghissima e coinvolge anche Pinterest, YouTube, Shopify, Twitch e via discorrendo, con molte altre come TikTok o Snpachat che hanno rimosso video di Trump.

    trump banned sullivan getty images

    Ricordiamo sempre che stiamo parlando di piattaforme gestite da aziende private che perseguono scopo di lucro con la vendita della pubblicità. E sono anche quotate in borsa, come Facebook o Twitter. Questo per dire che, in gioco ci sono, enormi interessi economici, basti pensare alle decine di milioni di dollari in pubblicità a cui ha rinunciato Facebook sospendendo l’account del presidente. Ma c’è in gioco anche la libertà di parola, principio nobile a cui tutte le piattaforme si richiamano, attorno al quale hanno costruito un insieme di regole da rispettare, nelle rispettive piattaforme, sempre tenendo conto delle regole vigenti.

    Insomma, si tratta di un problema enorme che non può essere risolto nel giro di poco tempo e che, comunque la si pensi, questo costituisce un precedente.

    Come sempre in questi casi, ci piace sentire la voce di chi ci può aiutare a vedere il problema da angolazioni diverse, in modo tale da far emergere diverse sfaccettature. E per questo, in questa nostra tavola rotonda, abbiamo voluto coinvolgere personalità ed esperti che ci offrono il loro punto di vista, prezioso, per noi, e speriamo anche per voi, per formularci una opinione quanto più oggettiva possibile.

    E cominciamo con Vincenzo Cosenza, social media analyst tra i più esperti al mondo che da poco ha pubblicato “Marketing Aumentato“, che pone il tema della regolamentazione:

    vincenzo cosenzaÈ la prima volta che viene estromesso un presidente degli USA, anche se a pochi giorni dall’uscita. In questo senso si tratta di decisioni poco coraggiose e un po’ furbe, che rispondono più a logiche contingenti che di interesse pubblico (altrimenti avrebbero dovuto agire prima).
    Ora si aprirà un dibattito sul potere di queste aziende e su possibili regolamentazioni esterne. Facebook sta cercando di correre ai ripari attraverso la nomina preventiva di un suo “oversight board”, ma credo che si arriverà a qualche forma di regolamentazione, almeno in Europa“.

    Vera Gheno, sociolinguista tra le più esperte in Italia:

    A riguardo, questi sono i miei pensieri:

    vera gheno1) Le policy delle piattaforme sono molto grossolane per forza di cose, particolarmente per quanto riguarda lo hate speech. Per esempio, bloccano a livello lessicale senza tenere conto di contesto, intenzioni comunicative e interlocutori; se ricevono una marea di segnalazioni, prima bloccano e poi casomai controllano. 2) Il sistema dice di essere democratico, ma non lo è affatto: un po’ come per l’esperienza che ho avuto con la branca italiana di una nota enciclopedia condivisa, c’è chi fa il bello e il brutto tempo, altro che democrazia. In realtà, la stessa difficoltà che c’è nell’arrivare a parlare con qualcuno del customer care secondo me la dice lunga di come questi contesti abbiano al loro interno una ben precisa piramide del potere. Insomma, sui social non siamo tutti uguali. 3) Trovo comico che queste misure siano arrivate adesso, quando il Titanic sta affondando, anche se concedo loro – soprattutto a Twitter – che già da mesi mettevano gli avvisi ai messaggi di Trump in caso di tweet particolarmente impresentabili. 4) Anche io sono spaventata dal fatto che la decisione di cosa far vedere e cosa no dipenda dalle superpotenze della rete, ma del resto, cosa ci aspettavamo? Rimango dell’idea che sia ora di educare seriamente all’uso della rete, perché non sarà vietando e nascondendo che ci sbarazzeremo dei complottismi vari e assortiti. Del resto, abbiamo permesso che si creassero queste superpotenze della rete (forse perché i governi hanno continuato a pensare ai social come un giochetto per lungo tempo); ora è oggettivamente un po’ difficile intervenire. 5) Mi rimane un interrogativo in testa: io sono felice che abbiano bloccato Trump perché lo giudico insopportabile e pericoloso, ma non so se sia la strada giusta per vincere i Trump del mondo. La verità è che chi si ritiene dalla parte dei “giusti” tende, da molto tempo, a minimizzare l’intelligenza o le azioni degli “altri”. Anche oggi, mille post per prendere in giro il tizio con il copricapo con le corna o quello ricoperto di pelliccia. Non ci si rende conto che questo disprezzo non fa che peggiorare la situazione e aumentare il rift tra il presunto “noi” e il presunto “loro”? Chi si definisce progressista o di sinistra non può pensare che abbandonare “gli scemi” possa essere una reale soluzione, almeno non rimanendo in democrazia”.

    Stefano Epifani, docente alla Sapienza di Roma, fondatore di Tech Economy 2030 e presidente del Digital Transformation Institute, che pone al centro di tutto la politica “grande assente”:

    stefano epifani“Sto vedendo una gigantesca confusione tra merito e metodo e distorsioni che non giovano al dibattito, anche da parte di professionisti che di questo si occupano, o dovrebbero occuparsi. Il punto non è se sia stato giusto o sbagliato bloccare Trump, ma il processo che ha portato a questa decisione. Dare ai Social Media la responsabilità di decidere chi bannare e chi no vuol dire conferire loro ulteriore potere, e responsabilità che se non è detto che vogliano (Zuckerberg lo ha sottolineato diverse volte) è certo che non devono avere. È troppo facile far riferimento ai TOS dimenticandosi che i TOS devono comunque essere subordinati alla normativa, e la normativa dipende dalla natura degli strumenti, in un contesto -oltretutto – in cui questa natura sta cambiando. Rispetto a questo punto il grande assente è stata la politica, che avrebbe dovuto occuparsi di questi anni già da anni. Non c’è più tempo per rimandare: occuparsene vuol dire capire cosa vogliamo che rappresentino le piattaforme rispetto a modelli di sostenibilità sociale ed economica verso le quali traghettare la nostra società. È impressionante come non ci si renda conto del fatto che quella che potrebbe anche sembrare una buona notizia è il primo passo verso un imperialismo di piattaforma che produrrà molti più danni di quelli che potrebbe risolvere. Oggi la decisione secondo molti è indubbia: ma cosa fare dei casi dubbi? E dei margini interpretativi? E quali le conseguenze di possibili errori? Di buono c’è che – se sapremo coglierla – questo fatto ci da l’opportunità per non poter più rimandare la discussione su un tema di importanza fondamentale. Ignorare la sostanza del problema e guardare al risultato immediato vorrà dire porre le basi di un problema che sarà davvero molto complesso da risolvere”.

    Proseguiamo il nostro giro con Veronica Gentili, esperta proprio di Facebook e del Social Media Marketing in generale, il suo ultimo libro è “Professione Social Media Manager“, che ci porta il suo punto vista su questo tema:

    veronica gentili“Penso che siamo di fronte a una di serie di azioni intraprese da parte di piattaforme private a seguito della palese violazione delle normative delle stesse. Ovvio che ci pone davanti a una serie di quesiti molto importanti che impongono sia una riflessione che un piano di azione: fin dove si possono spingere i privati nel “silenziare” chi si esprime negli spazi pubblici odierni? Dove finisce l’applicazione delle regole e inizia un vero e proprio meccanismo di censura? Aggiungo che non vedo conseguenze per quanto riguarda il Social Media Marketing, Facebook agisce già in questo modo, spesso blocca account e campagne senza una reale motivazione. L’unica possibilità è che irrigidiscano ancora di più le norme in materia politica, quindi chi tratta questi temi dovrà gestirsi con ancora più restrizioni”.

    E chiudiamo il nostro giro di tavolo con Ernesto Belisario, avvocato e uno dei massimi esperti in Italia di diritto delle tecnologie, che si spinge a riflettere sul ruolo che le piattaforme social media hanno nella nostra società:

    ernesto belisarioLa decisione di “deplatforming” del Presidente USA rappresenta sicuramente un passaggio di svolta nelle discussioni, aperte da anni, sul ruolo delle piattaforme nel dibattito pubblico, nel confronto politico e nelle campagne elettorali.
    È un tema complesso che deve essere affrontato partendo da un presupposto: i social media, oggi, sono piattaforme completamente private che si autoregolano. Decidono autonomamente quali sono le regole che gli utenti devono rispettare nell’uso del servizio. Decidono, con ampia discrezionalità e poca trasparenza, come (e quando) fare rispettare le regole che si sono dati autonomamente.
    In questo quadro, la decisione di bannare Trump appare coerente con le policy dei social, contrarie all’incitamento all’odio e alla disinformazione. Anzi, semmai sembrano tardive visto che al Presidente USA sono stati negli anni consentiti comportamenti che non sarebbero stati tollerati da parte di qualsiasi altro utente.
    Il tema su cui confrontarci è quindi il seguente: è giusto che piattaforme – che ormai erogano un servizio pubblico – siano totalmente libere di autoregolarsi? Credo che la stessa decisione di deplatforming testimoni la consapevolezza che i social media hanno del loro ruolo nella società (e in quello che è accaduto a Capitol Hill).
    A mio avviso è necessario che i legislatori lavorino a una regolamentazione delle piattaforme che – lungi dal prevedere filtri (che si trasformerebbero in censura preventiva) – imponga trasparenza su criteri e decisioni di moderazione, prevedendo tutele per gli utenti, meccanismi di reclamo efficaci contro le decisioni delle piattaforme, vigilanza da parte di autorità nazionali.
    In questo senso, l’Unione Europea – con la proposta di “digital services act” – potrebbe indicare la strada da intraprendere per rispettare i diritti e le libertà fondamentali (come già fatto con il GDPR per la protezione dei dati personali)“.

    Ecco, questo era il nostro tavolo ideale per ragionare su questo grande tema e i pareri espressi ci aiutano a focalizzare meglio il tema. Grazie davvero a questi grandi professionisti per la loro grande professionalità e disponibilità, davvero preziosa.

    E voi che ne pensate?

  • E intanto Elon Musk consiglia di usare Signal

    E intanto Elon Musk consiglia di usare Signal

    Nel giorno in cui WhatsApp notificava agli utenti che dal prossimo 8 febbraio cambieranno i termini di utilizzo dell’app, senza possibilità di scelta per l’utente, Elon Musk suggeriva ai suoi 41,4 milioni di follower su Twitter di usare l’app di messaggistica Signal.

    Proprio nel giorno in cui WhatsApp notificava agli utenti che dal prossimo 8 febbraio cambieranno i termini di utilizzo dell’app, senza possibilità di scelta per l’utente, Elon Musk suggeriva ai suoi 41,4 milioni di follower su Twitter di usare l’app di messaggistica Signal. Un suggerimento che ha avuto da subito i suoi effetti. Infatti, immediatamente dopo si è registrato un boom di download al punto da creare qualche disagio nelle iscrizioni.

    Il tweet del fondatore della Tesla non è stato, ovviamente, un caso. L’intento di Musk era quello di manifestare tutto il suo disappunto contro le nuove condizioni d’uso di WhatsApp, soprattutto per quanto riguarda la maggiore condivisione dei dati degli utenti con Facebook.

    elon musk signal app

    Inoltre, Musk poche ora prima aveva anche twittato un meme in aperta polemica con Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook. L’immagine allegata al tweet raffigura una serie di domino sempre più grandi. Il primo è proprio quello relativo “al sito che serviva a valutare le ragazze di Harward” (chiaro riferimento alle origini di Facebook), fino ad essere “complice” dell’attacco di qualche giorno fa a Capito Hill.

    E ancora, in un altro tweet in risposta ad una conversazione, Musk ha twittato un altro meme in cui si vede Zuckerberg che mente sul modo in cui vengono raccolti i dati sulla piattaforma. Un meme tra l’altro abbastanza diffuso.

    Ora, la situazione è abbastanza complessa in verità. Di certo, ma non ce n’era bisogno, Elon Musk, da poco diventato l’uomo più ricco del pianeta, scalzando persino Jeff Bezos, fondatore di Amazon, ha dimostrato che è capace di influenzare le scelte eccome. Ma, se si può dire, lo ha fatto in coerenza, infatti da sempre è in contrasto con Facebook. Ricorderete senz’altro quando, in pieno scandalo Cambridge Analytica, cancellò le pagine di Tesla e SpaceX in un secondo e senza rendere conto a nessuno, due pagine con milioni di utenti. Non è poi mancata occasione in cui dicesse che Facebook gli faceva “schifo”.

    Signal in poco tempo è diventata una delle 5 app più scaricate, nella categoria “social network”, negli Usa. Dati App Store di Apple.

    Ma è una forma di protesta contro, come dicevamo, il cambio delle condizioni d’uso di WhatsApp, specie per quando riguarda la condivisione dei dati degli utenti con Facebook. E su questo c’è da fare una puntualizzazione, anche alla luce delle dichiarazioni che manager di Facebook hanno reso ai media e ai blog americani.

    In pratica, secondo Facebook, queste condizioni non dovrebbero cambiare molto la situazione, infatti già da ottobre dello scorso anno era iniziata una fase do transizione, soprattutto per quanto riguarda i dati verso le aziende. E, comunque, tutto questo non dovrebbe avere alcun effetto per gli utenti europei. In Europa, Facebook non condividerà dati a fini pubblicitari con nessuna azienda, questo è quando dichiarato da Niamh Sweeney, direttore della policy di WhatsApp per l’Europa.

    WhatsApp aggiorna i termini d’uso e condivide i dati con Facebook

    Certo, la preoccupazione degli utenti è sacrosanta, soprattutto per il fatto che stiamo parlando di un’app che era nata proprio per evitare che tutto questo accadesse, preservando la privacy degli utenti.

    Proteste negli Usa, Signal e Citizen sono le app più scaricate

    E allora, Elon Musk ha consigliato di scaricare un’app di messaggistica, Signal, che è gestista da una fondazione senza ha scopo di lucro, che metto al centro la crittografia end-to-end, senza trasmettere i dati degli utenti ad alcuno. Infatti, ha rifiutato ingenti finanziamenti proprio per evitare che tutta l’attenzione si concentrasse sul profitto. Non dimentichiamo poi che Signal ha giocato un ruolo importante nelle proteste a seguito dell’assassinio di George Floyd negli Usa, diventando l’app di messaggistica attraverso cui le persone si organizzavano. E anche in quel caso si registrò un book di download.

  • WhatsApp aggiorna i termini d’uso e condivide i dati con Facebook

    WhatsApp aggiorna i termini d’uso e condivide i dati con Facebook

    WhatsApp aggiorna i termini d’uso e l’informativa sulla privacy. In sostanza, l’aggiornamento prevede la condivisione dei dati con Facebook, fino ad ora rimandata. I nuovi termini entreranno in vigore il prossimo 8 febbraio, senza possibilità di scelta.

    Alzi la mano chi stamattina ha letto per davvero la notifica di aggiornamento dei nuovi termini di WhatsApp prima di cliccare su “Accetta”, per altro unica possibilità lasciata all’utente. Provando ad indovinare, pochissimo avete alzato la mano perché nella maggior parte dei casi si è cliccato sul tasto verde, senza leggere, come quasi sempre accade con qualsiasi altra app. Solo che stavolta leggere prima di andare avanti era davvero prezioso. Perché?

    La risposta è semplice. Perché dal prossimo 8 febbraio 2021, giorno in cui entreranno in vigore i nuovi termini di utilizzo e l’informativa sulla privacy di WhatsApp i dati degli utenti verranno condivisi con Facebook.

    whatsapp aggiornamento termini informativa privacy 2021 franzrusso 2021

    È probabile anche che tutto questo non vi sorprenda, del resto resta tutto in famiglia. Invece questo aggiornamento è importante per un paio di motivi in particolare.

    Il primo è sicuramente legato al fatto che WhatsApp ha da sempre sostenuto che la condivisione dei dati personali a Facebook, che in sostanza servirà alle aziende che investono a migliorare l’offerta dei propri prodotti e servizi, non sarebbe mai avvenuta, è invece è successo. Il secondo motivo è che questo aggiornamento, importante, non lascia molta scelta all’utente, mettendolo di fronte al fatto di continuare, e quindi accettare, oppure abbandonare l’app.

    L’unica cosa che può fare l’utente è quella di ritardare l’aggiornamento e magari attendere l’8 febbraio prima di accettare in maniera compulsiva e riflettere se sia il caso, a queste condizioni, di continuare ad usare l’app.

    I dati che verranno condivisi includono, dall’8 febbraio, anche le informazioni sui pagamenti e sulle transazioni.

    whatsapp aggiornamento-termini informativa privacy

    Raccogliamo informazioni sulla tua attività sui nostri servizi, come informazioni relative ai servizi, alla diagnostica e alle prestazioni. Ciò include informazioni sulla tua attività (incluse le modalità di utilizzo dei nostri Servizi, le impostazioni dei Servizi, il modo in cui interagisci con gli altri utenti che utilizzano i nostri Servizi (anche quando interagisci con un’azienda) e l’orario, la frequenza e la durata delle tue attività e delle tue interazioni), i file di log e i log e i rapporti su diagnostica, crash, sito web e prestazioni.

    Ciò include anche informazioni su quando ci si è registrato per utilizzare i nostri Servizi; le funzioni che si utilizzano come la nostra messaggistica, le chiamate, lo stato, i gruppi (compreso il nome del gruppo, la foto del gruppo, la descrizione del gruppo), i pagamenti o le funzioni aziendali; la foto del profilo, le informazioni “about”; se si è online, quando si è utilizzato i nostri Servizi per l’ultima volta; e quando si è aggiornato l’ultima volta le informazioni “about”“.

    E intanto Elon Musk consiglia di usare Signal

    Questo è quello che si legge all’interno delle condizioni.

    Un aggiornamento che alla fine non fa altro che portare vantaggio a Facebook, e, a guardare bene, non poteva essere diversamente.

  • Il ruolo dei Social Media quando la democrazia negli Usa venne sospesa

    Il ruolo dei Social Media quando la democrazia negli Usa venne sospesa

    Nel giorno in cui la democrazia negli Usa è stata sospesa, i Social Media per una volta hanno agito di conseguenza. Una vicenda che segna anche l’avanzata delle piattaforme di “nicchia” come Parler.

    I social media da qualche anno a questa parte sono stati considerati principali responsabili della diffusione di fake news, disinformazione e contenuti di violenza. Ed è vero. Ma forse quello che è successo ieri notte potrebbe considerarsi come l’inizio di un nuovo corso.

    Per la prima volta, tutte le principali piattaforme social hanno agito allo stesso modo, eliminando contenuti che incitavano alla violenza e sospendendo l’account dal quale questi contenuti venivano diffusi.

    È successo quello che accade di solito in questi casi, solo che l’account in questione è quello di Donald Trump, presidente Usa uscente, che ieri si è reso protagonista, indiretto, di una delle pagine più brutte della storia americana e della democrazia a livello globale.

    social media capitol hill aggressione getty mages

    Come sapete, lo abbiamo scritto più volte qui sul nostro blog, dal 2016, anno in cui Trump è stato eletto come 45° presidente degli Stati Uniti d’America, i social media sono stati additati come diffusori di disinformazione e accusati di gestire il fenomeno in modo blando.

    Poi è arrivato lo scandalo Cambridge Analytica che ha aperto una voragine, dimostrando per davvero che una parte dell’elettorato era stato “traghettato” verso una parte politica con l’inganno; poi è scoppiato il “Russia gate“. Tutti scandali in cui i social media hanno avuto il ruolo di diffusori.

    Al centro di tutto questo vi era Facebook che nel corso degli anni ha mantenuto una linea non molto condivisa ma costante, ossia quella di non intervenire mai in maniera diretta su queste questioni per rispettare il “diritto di parola” di tutti. Anche di chi diffonde disinformazione. E i risultati si sono visti.

    Una strada ben diversa, ma con molte difficoltà, aveva invece intrapreso Twitter, decisa ad allontanare la diffusione della disinformazione dalla propria piattaforma, dichiarando guerra ai tanti account che sfruttavano i 280 caratteri per diffondere informazioni e notizie false.

    Ad un certo punto però Twitter decise che gli account dei politici non dovessero essere oggetto di attenzione, perché per loro doveva essere sempre valido il diritto di esprimersi, visto il ruolo pubblico. Salvo poi ricredersi lungo la strada.

    social media capitol hill aggressione getty mages

    Ecco, questa lunga premessa per dire che ieri invece il ruolo dei social media è stato attivo.

    Bisogna dirlo subito. A distanza di 5 anni, quello che è successo ieri è la dimostrazione di come la disinformazione sia in grado di invadere anche il ruolo più rappresentativo della democrazia: il Parlamento. L’aggressione a Capitol Hill, la sede del Congresso Usa, “aizzata” da colui che dovrebbe lasciare la sua carica al nuovo presidente eletto, Joe Biden, è una ferita alla democrazia a livello globale e coinvolge direttamente i social media.

    Facebook, la prima piattaforma ad rimuovere il video di Trump

    Dopo l’aggressione, avvenuta quando Washington era in lockdown, Donal Trump ha diffuso un video in cui elogiava il gruppo dei violenti che era entrato a Capitol Hill, alcuni di essi erano armati. Di fronte a questo video, per la prima volta, Facebook è intervenuta prima delle altre piattaforme, rimuovendo il video, così come annunciato da Guy Rosen, VP Integrity, Facebook.

    Facebook e Instagram sospendono Trump per 24 ore

    In pratica Facebook, che negli anni aveva sempre rifiutato di agire per garantire a tutti il diritto di parola, è la prima ad intervenire, per evitare che quel video potesse alimentare altra violenza. Un intervento che anticipa anche Twitter che fino a quel momento si era limitata solo a indicare come contenuti di disinformazione i tweet di Trump, senza rimuoverli. Facebook anticipa anche YouTube, che rimuove i contenuti video che fanno riferimento all’aggressione al Capitol Hill e fa addirittura quello che mai la piattaforma di Zuckerberg aveva fatto. E cioè sospende l’account di Trump per 24 ore, su Facebook e su Instagram, come annunciato da Adam Mosseri:

    In un comunicato Facebook spiega meglio di essere intervenuta non solo per rimuovere il contenuto di Trump, ma di aver rimosso tutti i contenuti che facevano riferimento all’aggressione e anche quelli che intimavano a continuare le violenze per i prossimi giorni.

    Facebook sospende gli account di Trump per almeno 2 settimane

    Questo è un aggiornamento a quanto scritto poco sopra. Nel pomeriggio di oggi, sempre Adam Mosseri su Twitter dà notizia del fatto che Facebook, intendendo tutta la famiglia delle app di casa a Menlo Park, sospenderà gli account di Donald Trump per almeno due settimane.

    Nel tweet si legge:

    “Viste le circostanze eccezionali e il fatto che il Presidente (Trump) abbia deciso di condonare, piuttosto che condannare le violenze di ieri nella capitale, estendiamo a tempo indeterminato, o almeno per le prossime due settimane, il blocco degli account”.

    La forma “almeno due settimane” è stata usata per intendere che dagli account di Trump, su Facebook e su Instagram, non si potrà scrivere nulla fino all’insediamento di Joe Biden come 46° presidente Usa, e oltre.

    Twitter rimuove i contenuti e sospende Trump per 12 ore

    Anche Twitter, subito dopo che Facebook ha rimosso il video, interviene con mano più pesante e comincia a rimuovere i tweet di Trump, non era la prima volta che accadeva. E poi, decide di sospendere l’account di Donald Trump per 12 ore. Un atto dovuto.

    https://twitter.com/twittersafety/status/1346970430062485505

    Siamo di fronte ad un passaggio storico, senza dubbio e senza esagerazione. I Social media, lungamente ritenuti responsabili di diffondere disinformazione, hanno dimostrato che c’è un limite a tutto e che il valore della democrazia va preservato sempre.

    Ma c’è un però in tutto questo, una considerazione finale.

    L’avanza dei social di nicchia come Parler

    Si sapeva da giorni che qualcosa sarebbe successo, in vista della ratifica della elezione di Biden come 16° presidente Usa, e l’organizzazione di questa aggressione è avvenuta proprio sui social media, non soltanto Facebook o Twitter, ma anche attraverso quelle piattaforme che sono considerate in grande ascesa perché di “nicchia”, come Parler, la piattaforma che tanto piace ai sostenitori di Trump. Anche Telegram è stata usata per questo scopo, così come Twitch, piattaforma in grande ascesa anche in Italia.

    Ecco, nel giorno in cui la democrazia è stata sospesa, nel giorno in cui la disinformazione è riuscita ad approdare in Parlamento, i Social Media hanno agito in modo responsabile. Forse ci si attendeva qualcosa di più e le critiche non sono mancate.

    L’auspicio è che questo segni un nuovo inizio. Lo speriamo.

  • Twitter acquisisce Breaker e scommette sulle chat audio

    Twitter acquisisce Breaker e scommette sulle chat audio

    Twitter crede nelle chat room audio e per sviluppare Spaces acquisisce l’app di podcasting Breaker. Ancora una volta, dopo Vine e Periscope, si trova a gestire un vantaggio competitivo. Ma finirà come le altre volte? Di certo l’impresa non è facile da gestire.

    A fine anno scorso vi avevamo dato notizia che Twitter aveva deciso di lanciare, sotto forma di test, Spaces, la chat audio che si appresta a diventare la vera rivale di Clubhouse.

    E Twitter adesso fa un passo in più, deciso, che è la conferma che la società guidata da Jack Dorsey voglia scommettere nel 2021 sulle chat audio. Il passo ulteriore è l’acquisizione di Breaker, app molto nota tra i podcaster, infatti si tratta di una applicazione di podcasting che ha introdotto le dinamiche tipiche dei social media. Nata nel 2016 quando i podcast non erano ancora molto diffusi, ha conosciuto il suo momento di massima diffusione quando, durante il lockdown, molti si sono accorti, e hanno scoperto, i contenuti in audio.

    twitter acquisisce breaker

    Al momento, non si conoscono i dettagli dell’operazione che, secondo alcuni, non dovrebbe essere stata molto costosa. Di certo si sa che il team di Breaker, così come spiegato dal CEO, Erik Berlin, e dalla CTO, Leah Culver, confluirà nel team Spaces di Twitter per continuare a sviluppare la funzionalità e che l’app chiuderà i battenti il prossimo 15 gennaio.

    La considerazione che si può fare, come già rilevata nelle occasioni, recenti, in cui vi abbiamo parlato di Spaces, è che Twitter stavolta vuole investire in un formato nuovo, che va oltre la sua stessa natura dei 280 caratteri. Dopo aver abbracciato il contenuto effimero sotto forma di Fleets, altra forma che va oltre la natura della piattaforma, adesso è il turno delle chat room in audio, ponendosi come diretta rivale di Clubhouse.

    Ora, di fronte a questa scommessa, resta comunque la perplessità espressa nelle altre occasioni. E cioè, questa funzionalità avrà successo se Twitter sarà davvero in grado di superare il grande problema legato alla sicurezza delle conversazioni e a come tenere a bada troll e hate speech. In poche parole, resta l’arduo compito di preservare le conversazioni in audio, che si svilupperanno nelle varie stanze, anche di gruppo. Impresa ardua.

    Si chiama Spaces, la chat audio di Twitter avviata in test

    Ma Twitter vuole scommetterci, in un momento in cui il fenomeno podcasting sta conoscendo il suo momento più alto e, soprattutto, in un momento in cui cui, a parte Clubhouse, nessuna piattaforma social ha ancora investito su questa forma di contenuto.

    Twitter, potremmo quasi dire, si trova tra le prime a dover sperimentare, con non poco coraggio, in una impresa che è quasi sconosciuta. E non è la prima volta che questo accade.

    Come certamente ricorderete, è capitato con Vine, quando i video brevi non era affatto usati come oggi, ed è successo con Periscope, quando il live broadcasting non si era ancora diffuso come oggi.

    Due situazioni in cui Twitter si trovò a gestire un vantaggio competitivo notevole rispetto alle altre piattaforme sociale. Un vantaggio, col tempo, gestito male. Al punto che le due app sono state poi chiuse definitivamente.

    Ecco, Space nasce con i buoni auspici, ma la storia di Twitter è inclemente quando si tratta di essere in vantaggio. Vedremo come andrà questa volta.

  • Ecco il 2020 degli italiani su TikTok, guardando al 2021

    Ecco il 2020 degli italiani su TikTok, guardando al 2021

    Il 2020 è stato per tutti gli italiani un anno particolare e questo emerge anche dall’indagine di YouGov, commissionata da TikTok. Gli italiani si sono scoperti più resilienti, più legati alle comunità e anche più aperti a sperimentare cose nuove. Nei prossimi giorni anche in Italia sarà disponibile “Year on TikTok”.

    Il 2020 non lo scorderemo facilmente, è stato un anno particolare che ci ha messo a dura prova. E come abbiamo avuto occasione di scrivere qui sul nostro blog, i social media ci hanno aiutato molto, ci hanno permesso di restare in contato con i nostri cari, i nostri amici e colleghi e ci hanno hanno aiutato a sperimentare cose nuove. A vivere esperienze nuove.

    L’indagine di YouGov, commissionata da TikTok fotografa proprio questo. Gli italiani nel 2020, in un anno difficile come mai negli ultimi 70 anni, hanno dimostrato di essere resilienti, hanno messo in evidenza il loro grande spirito di comunità e hanno sperimentato cose nuove.

    tiktok 2020 italiani 2021 franzrusso.it

    Presto anche in Italia Year on TikTok

    L’indagine viene pubblicata in concomitanza con il lancio di Year on TikTok, funzione della piattaforma che dà la possibilità di rivivere il proprio anno su TikTok. Year on TikTok, disponibile in Italia nei prossimi giorni, mostrerà agli utenti la compilation dei loro video, trend, creator ed effetti creativi preferiti e permetterà di scoprire le top vibe dell’anno, in base ai contenuti che gli utenti hanno amato di più.

    La compilation, inoltre, metterà in evidenza come creator e trend hanno conquistato l’immaginazione della community di TikTok nell’anno appena trascorso e come hanno intrattenuto, supportato, affascinato e formato gli utenti. Inoltre, è l’occasione per scaricare il video-riassunto del proprio 2020 sull’app e condividerlo, su TikTok e non solo.

    Ma vediamo insieme qualche dato in più a proposito della ricerca di YouGov per TikTok, che ha coinvolto 2.168 adulti, con interviste online tra il 30 novembre e il 3 dicembre di quest’anno.

    Gli italiani i più resilienti in Europa

    Come dicevamo prima, gli italiani si sono mostrati, in questo 2020, molto resilienti. Due italiani su cinque (45%) ritengono di avere imparato a essere più resilienti nel 2020 e la metà (50%) crede di avere imparato a utilizzare più risorse personali rispetto agli anni precedenti, ad esempio trovando nuove soluzioni per la gestione dei figli o individuando nuove fonti di reddito.

    Nel confronto europeo, la ricerca YouGov indica che il nostro Paese si posiziona fra i tre più resilienti e inventivi, davanti a Regno Unito, Francia e Germania. L’inventiva degli italiani consiste anche nello scoprire, approfondire o cimentarsi con nuove abilità e attività.

    Le attività degli italiani nel 2020

    Quasi due italiani su cinque (il 38%) affermano di avere vissuto il 2020 a un ritmo più lento e di avere apprezzato questo cambiamento. Secondo la ricerca, il periodo di lockdown ha regalato al 45% degli intervistati più tempo per fare cose che ama o che normalmente non ha mai tempo di fare (per es. leggere, fare decoupage, ecc.).

    Il 23% degli intervistati è riuscito, anche, a esplorare il proprio lato creativo e iniziare
    nuove attività e hobby come, per esempio, la pittura o la fotografia. In particolare, sono state le giovani generazioni ad aver scelto un nuovo hobby, ben un terzo dei rispondenti tra i 18 e i 24 anni (33%), rispetto al 19% di quelli tra i 45 ei 54.

    Il 25% delle persone intervistate ha dichiarato, inoltre, che i contenuti visti sulle piattaforme e/o sui social network sono stati di ispirazione e stimolo per provare, nel tempo libero a disposizione, nuove cose (per es. cucinare, ballare, fare attività fisica, suonare ecc).

    Nel 2020 in Italia le attività più popolari – svolte e apprese – sono state cucinare e preparare dolci (49%), leggere (43%), fare attività fisica (31%), dedicarsi al giardinaggio o alle piante di casa (26%). Interessi che si riflettono in alcuni degli hashtag e video più rappresentativi visti nascere su TikTok nel 2020, come è stato #iorestoacasa con 3.1 miliardi visualizzazioni.

    Ed ecco il racconto dei mesi di lockdown:

    • #imparaconTikTok (3.9 miliardi di visualizzazioni), nato ufficialmente a maggio, il trend è cresciuto in parallelo alla popolarità dei contenuti informativi disponibili sulla piattaforma andando a rappresentare un nuovo modo di apprendere e condividere conoscenze, competenze e interessi;
    • #ActivePlank (21.4 milioni di visualizzazioni), che ha preso il via con una sfida lanciata da @melissasatta, e #PalestraACasa (36,1 milioni di visualizzazioni);
    • #museoacasa (59.2 milioni di visualizzazioni) per sentirsi in un museo anche a casa propria;
    • #aCenaCon (63.1 milioni di visualizzazioni) un invito virtuale per una cena con i nostri creator. Tra una ricetta e una confidenza durante dei Live streaming molto seguiti;
    • #Cucinasenzasprechi (110.9 milioni di visualizzazioni), nato da una sfida lanciata da Unione Nazionale Consumatori che invitava a cucinare un piatto delizioso solo con gli avanzi. Ha partecipato anche @bruno.barbieri;
    • #giardinaggio, #pianta, #piante hanno raggiunto complessivamente i 19.3 milioni di visualizzazioni;
    • Le difficoltà della didattica a distanza e alternativi modi di imparare la pronuncia inglese;
    • La riscoperta della musica, in tutte le sue varianti, dalla più alla meno classica.

    Gli italiani hanno riscoperto il senso di comunità

    Per quanto riguarda il 2021, oltre la metà degli intervistati prevede di continuare a mettere a frutto questa ritrovata creatività e l’82% ritiene che dedicherà più tempo ai propri hobby.

    Nonostante le sfide, separazioni e difficoltà causate dalla pandemia, i risultati rivelano che in Italia un terzo degli intervistati (32%) si sente più vicino che mai ai propri cari, mentre il 58% afferma di essersi reso conto, grazie a questa crisi, dell’importante ruolo che gli amici, la famiglia e le comunità rivestono nella propria vita. Un dato ancora più elevato per i Millennial (25-34 anni): il 67% si dichiara d’accordo con questa affermazione.

    @chiaraferragni

    😅 #leoneluciaferragni

    ♬ 嗚咿嗚啊啊 – 晨彥👋逼

    @giorgiamalerba0

    ❤️

    ♬ electric love – favsoundds

    Gli affetti vanno ben oltre la famiglia e i propri cari. Gli Italiani infatti hanno scoperto e riscoperto il senso di comunità. Un terzo degli italiani che hanno preso parte all’indagine (32%) afferma, infatti, di essersi sentito più vicino alla propria comunità nel 2020, sia online che offline. Un quarto di essi (26%) ha scoperto nuove realtà esplorando la Rete, più tra i 25-34enni (31%) che gli over 55 (22%).

    Il senso di comunità, online viene riscoperto non solo attraverso supporto a cause comuni e importanti ma anche grazie allo scambio di consigli e questo si riflette anche su TikTok. E infatti, tra gli hashtag che si sono distinti, troviamo:

    • #ConsiglidiViaggio (120.5 milioni di visualizzazioni)
    @cheviaggitifai

    Reply to @laledep74 amanti di Harry fatevi sentire – qual è il vostro incantesimo preferito? 😍 #consiglidiviaggio #harrypotter

    ♬ Harry Potter – The Intermezzo Orchestra

    • #ConsiglidiModa (64.3 milioni di visualizzazioni)
    @uffizigalleries

    Fashion time travelling💫✨ #shoes #fashion #fashionweek #tiktokfashion

    ♬ nhạc nền – Ngoc Trinh – Ngoc Trinh

    • #grazieavoi (52M visualizzazioni), un grazie alla comunità medico sanitaria
    • #distantimauniti (795M visualizzazioni) una catena che ha abbracciato tutti gli italiani a sostegno all’OMS
    • Menzione speciale anche agli Sticker per le donazioni, una nuova funzionalità in-app presentata ad aprile, attraverso la quale, le persone su TikTok hanno mostrato il loro supporto verso numerose organizzazioni e cause, prima fra tutte quella a favore della Croce Rossa Italiana raccontata con l’hashtag #tuttifratelli.

    Il 2020 è stato un anno molto difficile, ma gli italiani – come sempre – hanno trovato un modo per essere creativi e resilienti”, ci dice Paul Marvucic, Head of Creator & Product Marketing, Europe di TikTok.

    La ricerca di YouGov ha messo in luce l’incredibile livello di resilienza dimostrato in Italia dalle persone: i risultati indicano che il 2020 è stato anche l’anno in cui in molti hanno scoperto nuove comunità e affetti. Con “Year on TikTok”, la nuova funzione che siamo felici di presentare, gli utenti potranno ‘riguardare’ il loro anno e ricordare i momenti in cui hanno ispirato o si sono fatti ispirare dalla creatività e hanno condiviso allegria.

    Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da scoprire su TikTok, e la nostra community di creator in costante crescita continuerà a dettare questo trend, nel 2021 e oltre.

    Ecco, questo era il nostro resoconto su questa interessante ricerca. In basso anche l’infografica che riassume tutta l’indagine di YouGov.

    TikTok Ricerca YouGov Infografica

  • Si chiama Spaces, la chat audio di Twitter avviata in test

    Si chiama Spaces, la chat audio di Twitter avviata in test

    Twitter alla fine ha ceduto e ha lanciato, ancora in fase di test, la sua chat audio in stile Clubhouse e si chiama Spaces, solo per un ristretto gruppo di persone e solo su iOS. Ma la sfida vera è sulla moderazione.

    Se vi ricordate, ne avevamo scritto a novembre e ora Twitter sembra più decisa a proseguire sulla strada delle chat audio. La notizia è che da un paio di giorni Twitter ha avviato “Spaces”, la chat in audio, i fase di beta testing. Da quanto affermato dalla società di Jack Dorsey, attraverso una conversazione avviata dal neo account @TwitterSpaces, questa fase sarà avviata solo su iOS attraverso qualche centinaio di utenti selezionati. Come già anticipato il mese scorso, Twitter intende avviare la fase di test nel tentativo di superare lo scoglio sicurezza.

    Sempre il mese scorso, avevamo scritto che questa modalità di chat audio somiglia molto a Clubhouse, l’app in versione beta, che è strutturata proprio in “stanze” all’interno delle quali invitare persone e conversare. Il problema è che, nonostante Clubhouse sia ancora attiva solo su invito, l’app è già stata al centro di gravi problemi legati all’hate speech, a contenuti violenti e alla disinformazione. Tutto questo questo mette al centro il vero problema che è quello della moderazione, difficile in questi casi.

    twitter spaces chat audio franrusso.it

    Come usare Spaces di Twitter

    Per avviare una chat audio su Twitter, e quindi creare uno “spazio”, bisognerà tenere premuto il tasto “Compose”, in basso a destra, oppure si potrà crearlo attraverso Fleet. Si possono invitare utenti attraverso DM oppure condividendo il link della conversazione, anche su altre applicazioni.

    Si potranno esprimere reazioni attraverso emoji, anche se comunque la versione in prova resta ancora lontana da quella definitiva che dovrebbe prevedere maggiori strumenti di moderazioni per coloro che attivano la chat audio. Al momento sono attive l funzioni di blocco e di segnalazione.

    Allo studio la possibilità della trascrizione automatica dei tweet e anche la condivisione in Spaces dei tweet.

    esempio spaces twitter

    Ora, Twitter negli ultimi due anni ha incontrato un enorme problema proprio legato ai contenuti violenti, hate speech, disinformazione riuscendo a gestire il tutto con evidenti difficoltà. Non si capisce adesso come tutto questo possa essere moderato all’interno di Spaces. E, quindi, si comprende perché Twitter voglia iniziare la fase di test della funzionalità con poche persone in contesti difficili. Vuole testare la sua capacità nel moderare situazioni complicate? Allora, visto che l’obiettivo è questo, possiamo dire che le difficoltà saranno tante. Si tratta, in ogni caso, di una sfida difficile.

    E voi che ne pensate?

  • Twitter ripristina il vecchio retweet dopo il calo delle interazioni

    Twitter ripristina il vecchio retweet dopo il calo delle interazioni

    Twitter rispristina il vecchio modo di fare retweet, senza citazione quindi, messo in pausa in vista delle elezioni presidenziali negli Usa. E la decisione deriva dal fatto che i retweet negli ultimi due mesi sono calati del 20 percento.

    A differenza di quanto avessimo prospettato, due mesi fa, Twitter ritorna sui suoi passi e ripristina il vecchio modo di fare retweet, quindi abbandonando la citazione. La modifica era stata decisa dalla società di Jack Dorsey per dare un freno alla disinformazione in occasione delle elezioni presidenziali Usa e, quindi, frenare la condivisione “automatica” di contenuti, imponendo un momento di lettura e riflessione. Qualora l’utente avesse voluto retwittare, avrebbe dovuto soffermarsi un attimo e, se lo desiderava, procedere al retweet con citazione.

    A noi sembrava una soluzione ideale per fermare la disinformazione, ma avevamo sottolineato che questa modalità avrebbe messo a repentaglio l’interazione. E così è stato.

    twitter ripristina vecchio retweet franzrusso.it 2020

    Infatti Twitter, nel dare notizia del ripristino del vecchio modo di fare retweet, precisa che in queste ultime settimane le citazione sono aumentate, solo che il 45 percento aveva solo una parola e il 70 percento aveva meno di 25 caratteri.

    Inoltre, ed è questa la notizia più importante, i retweet sono calati del 20 percento. Ecco il motivo, quindi, per cui Twitter si è vista costretta a ritornare sui propri passi e a ripristinare la vecchia modalità.

    Twitter fa sapere di lavorare a nuove modalità per cercare di rendere la condivisone sempre più significativa e utile, ma resta il fatto che quella poteva essere una buona strada.

    Il vero problema è che Twitter al momento non è in grado di assumere decisioni poco popolari, non ne ha la forza. Deve quindi trovare un equilibrio nel tentativo di assecondare gli utenti, che non vedevano di buon occhio il retweet con citazione (e lo hanno dimostrato), frenare la disinformazione sulla piattaforma e tenere buoni gli investitori che vogliono vedere la piattaforma crescere ogni giorno.

    Twitter cambia temporaneamente il modo di fare ritweet in vista delle elezioni USA

    Insomma, la ricerca di questo equilibrio, ancora molto lontano, fa presagire che ci vorranno ancora molti mesi, se non anni. Intanto, però, le occasioni sprecate aumentano, come quella di abbandonare Periscope, l’applicazione di broadcasting lanciata nel 2015, quando ancora Facebook Live non esisteva.

  • Il futuro dei social media è nelle community, non nella funzionalità

    Il futuro dei social media è nelle community, non nella funzionalità

    Ultimamente tutte le piattaforme social media sembrano rincorrersi proponendo sempre la stessa funzionalità che esiste già altrove. Sembra che la spinta innovativa si sia esaurita. Ma il futuro è nella community e non nell’ultima feature.

    Come vi sarete certamente accorti, da qualche anno a questa parte, almeno dal 2016 ad oggi, tutte le piattaforme social media sembrano proporre, più o meno, le stesse funzioni. Alle volte, passando da una piattaforma all’altra, si fa fatica a capire dove ci si trova, se non fosse per i colori o il layout leggermente diverso ad avvisarci di trovarci su Facebook e non su Instagram, tanto per fare un esempio.

    Perché parliamo di questo tema oggi? Per il fatto che in questi giorni, la piattaforma che fino ad oggi risultava essere la più “copiata”, quella da cui tutti hanno tratto ispirazione per lanciare i propri contenuti effimeri, e parliamo di Snapchat ovviamente, ha lanciato una funzionalità che altro non è che riportare TikTok all’interno della sua piattaforma. La funzionalità si chiama Spotlight e serve a mettere in evidenza i video più virali in una modalità, a scroll, tipica di TikTok.

    Ora, se anche Snapchat ricorre a qualcosa di già visto e di già usato, questo impone un minimo di riflessione che vogliamo fare con voi.

    social media funzionalità simili 2020 axios

    Partiamo da questo grafico che vedete qui sopra, realizzato da Axios all’interno di un articolo che mette in evidenza come oggi le piattaforme social media siano, più o meno tutte uguali. Tralasciando piattaforme come Reddit o Twitch, quasi tutte hanno le stesse funzionalità. Nessuna offre qualcosa di unico, eppure queste piattaforme nascono, in origine, con obiettivi precisi. Obiettivi che poi, negli anni, si sono sempre più affievoliti, lasciando spazio, invece, ad una corsa ad accaparrarsi gli utenti, indipendentemente se quella funzionalità fosse utile o meno.

    Ecco, forse il punto è proprio questo, ossia queste piattaforme sono nate, ognuna con le sue peculiarità, offrendo caratteristiche particolari, attorno alle quali si andavano costruendo delle community. Un concetto che via via si è sempre più sbiadito.

    Nel 2016 Kevin Systrom, co-fondatore di Instagram (oggi interamente proprietà di Facebook), presentando le Instagram Stories, un format di contenuto effimero lanciato per la prima volta su Snapchat, sosteneva che quello non fosse altro che uno strumento che andava ad arricchire l’esperienza d’uso di Instagram. La piattaforma da sola non poteva bastare, bisognava aggiungere altro. Due anni dopo, nel 2018, Evan Spiegel, fondatore di Snapchat, diceva che a lui non lo preoccupava il fatto che tutti copiassero le sue Stories, perché l’unicità di Snapchat era sempre salva.

    social media funzionalità 2020 community franzrusso.it-2020

    Se badate bene, i due sostengono, a distanza di due anni, più o meno la stessa cosa. E nel 2020 però la realtà è ben altra. E cioè che anche Snapchat, alla fine, cede un po’ della sua unicità per andare incontro ad un pubblico più ampio, nel tentativo di competere con quello che al momento sembra essere il diretto concorrente, cioè TikTok.

    Tutte offrono le stesse funzionalità e tutte, con modalità più o meno diverse, mirano allo stesso obiettivo. Perdendo il vero scopo originale che stava alla base di ogni piattaforma.

    E cioè che oggi la vera Innovazione per una piattaforma è quella di guardare alle proprie community. Sulla base delle proprie caratteristiche, dare agli utenti di quella piattaforma, strumenti relativi a quelle caratteristiche, che non sono le stesse che si trovano altrove. Questo è il vero punto.

    Dare agli utenti una nuova funzionalità nel senso di offrire strumenti in linea con quello che è la caratteristica della piattaforma stessa.

    Per essere più chiari, facciamo un esempio pratico che certamente, forse, avete sentito altrove. Tra tutte queste piattaforme, prendiamo LinkedIn, la più “anziana” (essendo stata fondata nel 2003 quando ancora non si parlava di social network), che da sempre ha caratterizzato la sua piattaforma come luogo d’incontro, di scambio e di condivisione tra aziende e professionisti. Questa stessa caratteristica già di per sé caratterizza la piattaforma. Nel senso che la Conversazione che viene attivata all’interno della piattaforma non è la stessa di quella che si potrebbe portare avanti su Facebook (tanto per fare un esempio di piattaforma generalista). Se uso LinkedIn è perché parlo tra colleghi e non parlo tra familiari, è perché voglio interagire con quel professionista/azienda e non perché voglio parlare con il mio amico per organizzare la partita di calcetto del sabato pomeriggio (quando si poteva ancora fare). Vero, anche LinkedIn cede un po’ alla visione generalista ed introduce le Stories. Ma le stesse Stories vengono usate al modo di LinkedIn.

    LinkedIn sin dalle sue origini ha sempre mantenuto esplicito che quello è un luogo paragonabile ad un grande ufficio, dove il tema era già definito da chi lo frequentava. E lo fa ancora oggi.

    Altra regola che abbiamo sempre imparato ovunque e che tutti, o quasi, abbiamo sempre più disatteso. E cioè che non serve pubblicare contenuti copia-incolla su tutte le piattaforme, perché la reazione non sarà la stessa ovunque e perché ogni piattaforma è diversa dall’altra.

    Quello che si vuole sostenere è che nei prossimi anni la corsa all’ultima funzionalità dovrebbe esaurirsi, non è più quello il focus. La corsa dovrà invece riguardare a come meglio gestire e far crescere le proprie community di riferimento, le proprie nicchie.

    Il focus principale per ogni piattaforma sarà quindi quello di lanciare la nuova funzionalità per meglio legarla alla propria community.

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