Categoria: Innovation

  • Whirlpool presenta a Fano il Seabin, il cestino del mare mangia rifiuti

    Whirlpool presenta a Fano il Seabin, il cestino del mare mangia rifiuti

    Whirlpool, una delle più grandi aziende di elettrodomestici al mondo, è da sempre impegnata nella protezione ambientale e nella sostenibilità. E in virtù di questo grande impegno, l’azienda americana ha presentato ieri a Fano il Seabin, il cestino del mare capace di catturare circa 1,5 kg di detriti al giorno, ovvero oltre 500 Kg di rifiuti all’anno.

    Whirlpool, una delle più grandi aziende di elettrodomestici al mondo, con una storica presenza in Italia, è da sempre impegnata nella protezione ambientale e sostenibilità. Un impegno che il colosso americano ha voluto intensificare con la presentazione ieri del Seabin, un vero e proprio cestino del mare capace di catturare circa 1,5 kg di detriti al giorno, ovvero oltre 500 Kg di rifiuti all’anno. Una grande innovazione che fa bene al nostro mare, una delle più importanti risorse del nostro pianeta.

    Nel rafforzare il suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente e del mare, Whirlpool ha aderito al progetto #Plasticless con l’installazione di due Seabin nei porti di Fano e San Benedetto del Tronto. I due cestini saranno i primi dispositivi di questo tipo attivi sul territorio marchigiano.

    seabin whirlpool franzrusso.it 2018

    L’impegno di Whirlpool per la salvaguardia del mare

    Prima di scoprire come funziona il Seabin, ricordiamo che ogni giorno 731 tonnellate di rifiuti di plastica vengono gettati nel Mar Mediterraneo, un numero che potrebbe raddoppiare entro il 2025. Di queste, 90 tonnellate sono prodotte dall’Italia, il terzo paese più inquinante nell’area mediterranea. Inoltre, secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), la concentrazione di microplastiche nel mar Mediterraneo è tra le più alte al mondo: 1,2 milioni per km2.

    Ecco perchè Whirlpool, per affrontare questa grande emergenza, ha deciso di partecipare al progetto PlasticLess, promosso da LifeGate, realtà leader nei progetti di sostenibilità, per contribuire alla diminuzione dell’inquinamento dei mari italiani e alla promozione di un modello di economia e di consumo circolare.

    Cos’è e come funziona il Seabin

    Il Seabin, che sta per “mangia rifiuti del mare”, è un cestino di raccolta dei rifiuti che galleggiano in acqua di superficie in grado di catturare circa 1,5 kg di detriti al giorno, ovvero oltre 500 Kg di rifiuti all’anno (a seconda del meteo e dei volumi dei detriti), comprese le microplastiche da 5 a 2 mm di diametro e le microfibre da 0,3 mm. Seabin inoltre potrà catturare molti rifiuti comuni che finiscono nei mari come i mozziconi di sigaretta, purtroppo anch’essi molto presenti nelle nostre acque. Funzionante 24 ore al giorno e senza sosta, il Seabin è quindi in grado di rimuovere molta più spazzatura delle cosiddette “trash boats” o della raccolta manuale.

    seabin bimbi whirlpool franzrusso.it

    Il Seabin viene immerso nell’acqua e fissato ad un pontile con la parte superiore del dispositivo al livello della superficie dell’acqua. Grazie all’azione spontanea del vento, delle correnti e alla posizione strategica del Seabin, i detriti vengono convogliati direttamente all’interno del dispositivo. La pompa ad acqua, collegata alla base dell’unità, è capace di trattare 25.000 litri di acqua marina all’ora. I rifiuti vengono catturatati nella borsa, che può contenere fino a un massimo di 20kg, mentre l’acqua scorre attraverso la pompa e torna in mare.
    Quando la borsa è piena, viene svuotata e pulita.

    Il progetto, nel complesso, ha l’obiettivo di recuperare i rifiuti plastici dai mari italiani, promuovendo un modello di economia e di consumo circolare attraverso la riduzione, il riutilizzo e il riciclo dei rifiuti marini. Come ha detto il sindaco di Fano, Massimo Seri, durante la presentazione dei Seabin, “questo è un’innovazione utile ad infondere ancora di più la cultura della raccolta differenziata“.

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Con #PlasticLess vogliamo rispondere alla sfida di liberare i nostri mari dagli sprechi in modo proattivo e concreto, portando reali benefici alla società e alle comunità dove il mare è un asset cruciale per il loro sviluppo e benessere” – ha spiegato Alessandro Magnoni, Senior Communication Director e Government Relations, Whirlpool EMEA – “Come azienda leader mondiale, è nostro dovere impegnarci quotidianamente per garantire il miglior futuro possibile per il nostro pianeta e per le generazioni future. Speriamo che altre aziende decidano di seguirci in questo progetto: insieme possiamo fare molto”. L’idea è quella di portare i Seabin anche in altri porti in Italia.[/box]

    Ma questa è anche una grande occasione di sensibilizzazione verso la protezione dell’ambiente e del mare, partendo proprio dai più piccoli, coinvolti in diversi progetti proprio per renderli più responsabili, perchè loro sono il nostro futuro.

    Allora, ben vengano i Seabin e ben vengano tecnologie che sensibilizzano e ci educano ad un atteggiamento sempre più responsabile. Perchè siamo tutti coinvolti.

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    [In collaborazione con Whirlpool EMEA]

  • Ecco DigiWomen 2018, le 15 donne più influenti nel Digitale in Italia

    Ecco DigiWomen 2018, le 15 donne più influenti nel Digitale in Italia

    Come ogni anno Digitalic, rivista mensile su digitale e innovazione, pubblica la lista delle 15 donne che si sono meglio distinte per capacità di influenza nel Digitale, DigiWomen 2018. Non si tratta quindi di un elenco o di un premio, la lista viene redatta sulla base delle segnalazioni dei lettori della rivista.

    Come ogni anno, Digitalic, rivista mensile su digitale e innovazione tra le più lette in Italia, fondata e diretta da Francesco Marino, pubblica la lista delle “15 donne più influenti e che si sono particolarmente distinte nell’ambito dell’innovazione, della comunicazione, dei social“, DigiWomen 2018. Sono donne che attraverso il proprio lavoro sono state in grado di ispirare altre donne, diventando esempio di “capacità, determinazione, umanità e volontà”. Ci teniamo in particolar modo a segnalare questa lista perchè crediamo sia fondamentale per estendere a far arrivare a tanti la cultura del digitale, di cui in Italia c’è veramente bisogno. Ed grandi esempi come questi sono di grande aiuto e stimolo.

    Altro elemento che teniamo a sottolineare è che questa lista di Digitalic non è un elenco, non è un premio. La lista si pone solo l’obiettivo di segnalare quelle donne, e le loro storie, capace di dar in grande contributo al digitale italiano. Come vedrete sono storie diverse unite da un comune denominatore, ossia quello di fornire un esempio su come riuscire a realizzarsi dal punto di vista personale e professionale.

    donne influenti digitale DigiWomen 2018 Digitalic

    Ed ecco la lista:

    ALESSANDRA ANTONETTI – Fondatrice di Aria Wearables

    ROSSANA BOLIS – Director Field Marketing CA Technologies per l’Europa del Sud

    SAMANTHA CRISTOFORETTI – Astronauta

    MARTINA FRANCESCA FERRACANE – Cofondatrice di Oral3D

    CAROLA FREDIANI – Giornalista, esperta di Cybersecurity

    MILENA GABANELLI – Giornalista Corriere della Sera

    CECILIA LASCHI – Professore di Bioingegneria, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

    ESTER LIQUORI – Fondatrice e Ceo di You are my Guide (Yamgu)

    ELISA D’OSPINA – Modella, presentatrice TV, blogger

    SIMONA PANSERI – Direttore Comunicazione e Public Affairs per il sud Europa di Google

    FEDERICA PICCININI – Imprenditrice digitale, fondatrice di Sweet as a Candy e Glitterroom.it

    PAOLA PISANO – Docente di Gestione dell’Innovazione all’Università degli Studi di Torino Assessore all’innovazione comune di Torino

    TIZIANA SCANU – Responsabile PR Apple Italia

    SARAH VARETTO – Direttore Sky TG24

    CLIO ZAMMATTEO – Imprenditrice digitale, cofondatrice di CliomakeUp.

    Sul sito di Digitali oltre alla lista trovate un approfondimento su ognuna di questa donne davvero da esempio, vi invitiamo a consultare la pagina dedicata per conoscerle meglio.

  • Uffizi Digitization Project, il patrimonio della Gallerie degli Uffizi in 3D e realtà virtuale

    Uffizi Digitization Project, il patrimonio della Gallerie degli Uffizi in 3D e realtà virtuale

    E’ stato presentato nei giorni scorsi e si chiama “The Uffizi Digitization Project”, un progetto nato in collaborazione tra Gallerie degli Uffizi di Firenze e l’Università dell’Indiana per digitalizzare 300 sculture e frammenti e rendere disponibili online. E’ possibile visualizzare le opere in 3D e in realtà virtuale con un visore.

    Oggi entrare nella Gallerie degli Uffizi di Firenze, uno dei più importanti musei al mondo, è possibile anche da proprio pc. E’ una descrizione, anche banale se volete, ma che rende l’idea di cosa sia il nuovo progetto “The Uffizi Digitization Project” presentato nei giorni scorsi a Firenze. Il progetto, nato in collaborazione tra Gallerie degli Uffizi di Firenze e l’Università dell’Indiana, ha come obiettivo quello di poter rendere accessibile una parte del patrimonio del museo a chiunque disponga di una connessione internet. Uno scopo lodevole per chi vuole conoscere di più il museo ma anche per chi vuole studiare e analizzare le opere.

    Il progetto, nato nel 2016, permette oggi la visualizzazione di 300 opere tra sculture e frammenti dal sito digitalsculpture-uffizi.org ammirandole in 3D e anche in realtà virtuale con un visore. Si tratta della collezione greca e romana della galleria, tra cui statue antiche, copie rinascimentali di statue antiche, busti, altari funerari, sarcofagi e reliquie che esistono solo in frammenti. Inoltre, il prevede un impegno di cinque anni per realizzare i modelli 3D degli oltre mille marmi classici delle collezioni fiorentine agli Uffizi, a Palazzo Pitti e nel Giardino di Boboli. Il team del Virtual World Heritage Laboratory del dipartimento di informatica e computing dell’Indiana University ha fino ad oggi digitalizzato 61 statue, tra cui quelle che riproducono personaggi storici o mitologici come Apollo, Minerva, Marco Aurelio, Laocoonte e Venere.

    Come ha spiegato Fabrizio Paolucci, curatore dell’arte classica e coordinatore delle attività scientifiche degli Uffizi, “qualunque studioso o semplice curioso potrà osservare le opere in modo ancor più dettagliato di quanto potrebbe fare sul posto. Pensate per esempio alle sculture di grandi dimensioni o alle opere accostate alle pareti. Per un visitatore della Galleria, di Boboli, della Loggia dei Lanzi o di Palazzo Pitti è impossibile cogliere la resa della parte posteriore di una statua o leggere nel dettaglio la foggia dell’acconciatura, fondamentale per la datazione delle opere”.

    Altro grande vantaggio del progetto di digitalizzazione è quello di monitorare in modo molto più efficace le superfici, segnalandone stati di degrado, integrazioni o tracce di colori antichi. E’ anche possibile calcolare con esattezza il peso delle sculture, fornendo dati utili per gli spostamenti e il calcolo della statica degli spazi espositivi.

    Un bellissimo progetto che va nella direzione di “innovare” la cultura del nostro paese e renderla disponibile a tutti.

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    Leggi anche:

    I musei italiani sono sempre più sui social media ma pochi hanno progetti innovativi

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    Se volete ammirare queste opere, allora non vi resta che andare sul sito digitalsculpture-uffizi.org e ammirare queste opere. Provate, se avete a disposizione un visore, anche la modalità in realtà virtuale, vi sembrerà di vedere l’opera vicino a voi.

  • La sfida delle aziende passa dall’Innovazione Sostenibile

    La sfida delle aziende passa dall’Innovazione Sostenibile

    Le aziende per essere competitive devono investire in Innovazione e Ricerca sostenibile, è questa la grande sfida che si pone di fronte ad esse. E Unipol è, in Italia, una di quelle aziende che prima di altre ha cominciato a farlo, per creare valore condiviso.

    Le aziende oggi devono investire in Innovazione e Ricerca sostenibile per essere competitive e per essere più credibili. I modelli che vedevano al centro lo sviluppo economico senza curarsi dell’aspetto sociale, ambientale è un modello che non funziona più. Oggi serve costruire modelli aziendali che rispettino valori sociali, economici e ambientali, che siano capaci di costruire una maggiore consapevolezza, condivisa.

    Unipol, azienda bolognese con oltre mezzo secolo di storia, è una delle aziende italiane che sta investendo in questa direzione, creando non solo consapevolezza, ma un vero valore condiviso. Il faro da seguire per raggiungere un livello di sviluppo economico efficace è l’”Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile” istituita dalle Nazioni Unite nel 2015. Obiettivo è quello di raggiungere, entro il 2030, un modello di sviluppo sostenibile che soddisfi i 17 obiettivi, quelli che sei definiscono SDGs (Sustainable Development Goals).

    L’azienda bolognese ha presentato il bilancio di sostenibilità 2017 all’interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile, manifestazione che si è sviluppata con tanti appuntamenti in tutta Italia organizzata dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). All’interno della meravigliosa cornice del Museo della Musica della città felsinea, il 29 maggio Unipol ha presentato il suo Bilancio Integrato 2017 in seno all’evento “Prospettive. Investire nel futuro per una crescita sostenibile”.

    innovazione sostenibile

    L’incontro è stata l’occasione per un confronto che istituzioni, rappresentati dal sindaco di Bologna, Virginio Merola, e dal presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini; con pensatori come Jay Mitra, con le imprese.

    Il concetto che ha tenuto sottolineare Marisa Parmigiani, Responsabile Sostenibilità del Gruppo Unipol, è quello che di fronte all’esigenza di innovare aziende, modelli, bisogna aver chiaro di non creare altri bisogni indotti, ma è necessario soddisfare i bisogni reali.

    La Parmigiani parla anche dei 12 rischi emergenti, quelli che stanno affacciandosi sempre di più in seguito ai cambiamenti climatici recenti. Anche questa è una sfida che si supera, ha tenuto a precisare la Parmigiani, solo attraverso un processo di innovazione che sia collaborativo, che coinvolga tutti gli attori chiamati a prendere decisioni. Innovare e Collaborazione sono parole chiavi che appartengono ormai al DNA di Unipol.

    E c’era molta attesa per la lectio di Jay Mitra su “Innovare per i nuovi bisogni”. Mitra è “Professor of Business Enterprise and Innovation” presso l’Università di Essex (Regno Unito) e ha esordito con “Make Innovation great again”, chiaro riferimento allo slogan di Donald Trump. Il pensiero di Mitra gira intorno al fatto che, in un contesto sociale in continuo cambiamento, il valore umano assume un significato sempre più importante: La società in cui viviamo oggi, ha continuato Jay Mitra nel suo intervento, è sempre più connessa attraverso miliardi di dispositivi. Ecco, da qui l’importanza dei Big Data, dei dati che condividiamo perchè “anche noi ne siamo proprietari”. Il pensiero di Mitra è che l’Innovazione ha un forte impatto sulla società e sul welfare, è da qui che passa a crescita di una società. Il nostro paese, da questo punto di vista, ha ancora molto da fare, come ci ha mostrato proprio il professor Mitra.

    Ma se oggi Innovazione significa collaborazione, molto importante è risultato il messaggio di Pierluigi Stefanini, presidente di Unipol, che ha voluto porre l’accendo sulla condivisione e sulla sensibilizzazione dei valori dello sviluppo sostenibile con chi in azienda ricopre ruoli manageriali, come i CEO. Un aspetto importante questo perchè solo dalla condivisione dei valori, a tutti i livelli, si possono raggiungere risultati.

    Unipol si conferma quindi azienda italiana che fa dello sviluppo sostenibile un vero e proprio valore condiviso, aperto a tutti.

    [Articolo sponsorizzato]

     

  • Innovazione dirompente: il 63% delle aziende è già disruptive

    Innovazione dirompente: il 63% delle aziende è già disruptive

    Un interessante studio di Accenture rileva che tra le aziende, anche italiane, la Disruption, l’innovazione dirompente, è già una realtà. Secondo lo studio, che ha sviluppato anche il Disruption Index, il 63% delle aziende affronta già attualmente livelli elevati di disruption e il 44% lo farà in un prossimo futuro.

    Parliamo spesso di Innovazione qui sul nostro blog, è uno dei grandi temi che ci piace affrontare in un momento storico in cui il processo di innovazione e di digitalizzazione è ormai a tutti i livelli. Spesso raccontiamo storie di aziende che, grazie all’intuizione e alla loro capacità di fare Innovazione concreta, sono riuscite a cogliere le opportunità che l’essere disruptive offre. Già, chissà quante volte avrete già sentito termini come appunto diruptive, disruption, vale a dire dirompente, travolgente, o meglio, non più arrestabile. Infatti è così, il processo di innovazione, di trasformazione digitale che le aziende stanno affrontando non è più arrestabile e il momento deve essere colto subito.

    Per avere un’idea complessiva su quanto le aziende sono davvero disruptive, vi presentiamo questo interessante studio di Accenture, azienda leader a livello globale nel settore dei servizi professionali, presentato in occasione del recente Mobile World Congress di Barcellona, che la disruption non è più da considerarsi un evento casuale, è, invece, un percorso che può essere identificato, compreso e anticipato.

    innovazione aziende disruptive

    Lo studio ha analizzato oltre 3.600 aziende, con un fatturato annuo di almeno 100 milioni di dollari, in 82 paesi (Itali compresa), sulla base di due parametri: livello attuale e suscettibilità futura alla disruption. Il quadro che ne viene fuori è chiaro, il cambiamento è divenuto parte integrante della quotidianità delle imprese: il 63% affronta già attualmente livelli elevati di disruption e il 44% lo farà in un prossimo futuro.

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    Nell’ambito della ricerca, Accenture ha sviluppato un “Disruption Index” identificando gli elementi chiave della disruption: la presenza e la penetrazione nel mercato di aziende innovatrici, la performance finanziaria, l’efficienza operativa, la vocazione all’innovazione delle società tradizionali, nonché la loro modalità di difesa dagli attacchi. L’indice rappresenta uno strumento utile per analizzare e capire i diversi settori industriali e consente alle imprese di individuare rischi e opportunità per poi elaborare la giusta risposta strategica.

    Accenture ha raggruppato le società coinvolte nello studio, appartenenti a 20 settori industriali, secondo quattro diversi livelli o stati di disruption:

    • Durabilità: Qui la disruption è evidente, ma non mette a rischio la sopravvivenza dell’azienda; i player tradizionali godono ancora di vantaggi strutturali e ottengono risultati rilevanti. Circa un quinto (19%) delle aziende intervistate ricade all’interno di questo stadio evolutivo dell’innovazione, tipicamente appartengono al settore della vendita e fornitura di parti in ambito automobilistico, a quello delle bevande alcoliche e al chimico.
    • Vulnerabilità: L’attuale livello di disruption è moderato, ma le aziende dominanti sono sensibili alla disruption futura a causa di sfide strutturali di produttività rappresentate, per esempio, dall’elevato costo del lavoro. Questo stato comprende un quinto (19%) delle aziende, tra cui quelle operanti nel settore assicurativo, sanitario e dei discount.
    • Volatilità: Caratterizzato da una disruption violenta e improvvisa; quelli che un tempo rappresentavano punti di forza si sono ora trasformati in debolezze. Le aziende in questo stadio (il 25% di quelle coinvolte nello studio) sono prevalentemente operanti nel comparto della tecnologia di consumo, come pure in vari settori di servizi: quello bancario, della pubblicità e dei trasporti.
    • Vitalità: La disruption è costante; le fonti di vantaggio competitivo sono spesso effimere in quanto emergono continuamente nuove aziende disruptive. Questo stadio comprende più di un terzo (37%) delle aziende, tra queste emergono fornitori di software e piattaforme, telecomunicazioni, media e high-tech, nonché le case automobilistiche.

    Secondo la ricerca, ad ognuna delle fasi sopra individuate corrisponde un diverso orientamento strategico:

    • nello stato di durabilità, le aziende devono reinventare le proprie attività tradizionali piuttosto che impegnarsi per preservarle. Ciò significa adottare provvedimenti per mantenere la leadership di costo all’interno del core business, per esempio rendendo le offerte non solo più economiche, ma anche migliori per i clienti.
    • Nello stato di vulnerabilità, le società devono rendere più produttive le proprie attività tradizionali e predisporsi a sfruttare le innovazioni future (proprie o dei concorrenti). Dovrebbero per esempio ridurre la dipendenza dalle immobilizzazioni e monetizzare le risorse sottoutilizzate.
    • Nello stato di volatilità, l’unico modo per sopravvivere è cambiare lo status quo in modo deciso, ma saggio. Le aziende tradizionali devo trasformare radicalmente il proprio core business e al contempo sperimentare nuove attività, facendo attenzione a trovare il giusto equilibrio: se infatti una svolta troppo repentina potrebbe rendere la situazione economicamente insostenibile, con un cambiamento troppo lento le aziende rischierebbero di diventare obsolete.
    • Nello stato di vitalità, le società devono mantenersi in uno stato costante di innovazione. Ciò comporta: aumentare la penetrazione di prodotti e servizi innovativi per i clienti esistenti e espandersi aggredendo mercati adiacenti o del tutto inesplorati, forti di un core business rivitalizzato e basato sull’innovazione.

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    Tenendo in considerazione i valori individuati dalla ricerca di Accenture, questi sono i settori inquadrati per il loro livello di innovazione. Notate come i settori del sofware e piattaforme, retail, media, comunicazione e anche automotive siano quelli che devono mantenere un livello di Innovazione “vitale”, devono fare Innovazione in maniera costante; i settori delle attrezzature industriali, chimici, beni di consumo sono nella zona “durabilità”, quella dove la tradizione si sviluppa grazie all’Innovazione, in un processo naturale; i settori infrastrutture e trasporti, energia, servizi postali sono nella zona “volatilità”, quello dove il cambiamento deve essere messo in atto ma in maniera equilibrata, il rischio di eccedere e di vanificare tutto è molto alto; infine, i settori banking, viaggi, salute, assicurazioni, utilities sono nella zona “vulnerabilità”, quella dove l’esigenza di Innovazione è più alta, con il rischio perdere le opportunità non avendo saputo sfruttare le proprie risorse.

  • HPC4 entra nel Green Data Center di Eni, eccellenza tutta italiana

    HPC4 entra nel Green Data Center di Eni, eccellenza tutta italiana

    All’interno del Green Data Center di Ferrera Erbognone, Eni ha presentato quello che è uno dei supercomputer più potenti al mondo. Si chiama HPC4 e dispone di una capacità di calcolo massima di 22,4 Petaflop, ossia 22,4 miliardi di operazioni matematiche al secondo. Un altro fiore all’occhiello del processo di digitalizzazione del colosso italiano.

    Il Green Data Center di Eni si trova a Ferrera Erbognone, in provincia di Pavia nella Lomellina meridionale, ed è uno dei più grandi e moderni data center d’Europa. Concepito nel 2009 e realizzato nel 2013, il Green Data Center rappresenta la casa digitale di Eni, il luogo dove il colosso italiano sta portando avanti il suo processo di digitalizzazione ormai giunto a livelli sempre più elaborati e sofisticati. L’esigenza di costruire un proprio data center per Eni è stata cruciale, una necessità data dal fatto di garantire sempre la continuità dei servizi, senza interruzioni.

    Un investimento che, di fatto, ha dato vita ad uno spazio dove l’efficienza energetica è la regola basilare. Lo scorso anno è stato raggiunto un grande traguardo in ottica di risparmio energetico, ottenendo un PUE (Power Usage Effectiveness) di 1,175 rispetto ad una media mondiale di 1,8 (dato EPA, US Environmental Protection Agency). Di conseguenza la quantità di CO2 risparmiata all’atmosfera nel triennio 2014-2017 è stata di 18.000 Ton e l’elettricità risparmiata nello stesso periodo ammonta a oltre 50.000 MWh.

    Il Green Data Center è il luogo in cui viene sviluppata tutta la forza di calcolo di Eni, è la casa del nuovo supercomputer HPC4 (High Performance Computer) che rende la potenza di calcolo dell’azienda italiana la più potente al mondo a livello industriale. HPC4, presentato ufficialmente durante l’evento “Imagine Energy.

    Storie di dati, persone e nuovi orizzonti”, consente alla compagnia di disporre di un’infrastruttura di calcolo con una capacità di picco pari a 22,4 Petaflop, vale a dire 22,4 milioni di miliardi di operazioni matematiche svolte in un secondo. Ma la potenza e la tecnologia, anche nelle loro forme più avanzate, pur offrendo vantaggi competitivi fondamentali senza le competenze umane risultano strumenti improduttivi.

    L’infrastruttura di calcolo di Eni, infatti, funziona sulla base di un unico ecosistema di algoritmi estremamente avanzato e complesso, creato e sviluppato nell’arco di oltre dieci anni e di proprietà di Eni, e basato sull’esperienza e sul know how della compagnia, che si è avvalsa anche della collaborazione di alcuni tra i più importati istituti di ricerca italiani.

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    Tanto per rendere l’idea, HPC4 è il più potente supercomputer in Europa, il terzo al mondo dopo Sunway TaihuLight (93 Petaflop) in Cina e Tianhe-2 (33.86 Petaflop) sempre in Cina.

    Ma a cosa serve un supercomputer a Eni? HPC4 va ad aggiungersi alla famiglia degli HPC, i supercalcolatori di Eni che forniscono un supporto strategico al processo di trasformazione digitale della compagnia lungo tutta la sua catena del valore, dalle fasi di esplorazione e sviluppo dei giacimenti oil & gas, alla gestione dei “big data” generati in fase di operation da tutti gli asset produttivi (upstream, refining e chimici). Il supercomputer è quindi un grande supporto tecnologico per l’azienda.

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    Imagine Energy a Ferrera Erbognone (Pv)hpc4 green data center eni

    Eni è entrata oggi nella fase cruciale del proprio percorso strategico di digitalizzazione, con 150 progetti trasversali a tutte le aree di business e oltre 150 manager coinvolti, con l’obiettivo di raggiungere importanti benefici economici e operativi nel breve e medio termine.

    La società ha intrapreso la via della trasformazione digitale da diversi decenni, molto prima che nell’industria si cominciasse a parlarne, ed è riuscita nel tempo a trasformare la necessità di elaborare grandi quantità di dati in un grande vantaggio competitivo.

    Due gli aspetti rilevanti, sottolineati da Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, durante l’evento: il primo è che i supercomputer ci consentono di accelerare e rendere più efficiente e accurato l’intero processo upstream, riducendo i rischi nella fase esplorativa e guadagnando al contempo un notevole vantaggio tecnologico, il secondo è la possibilità di aumentare il livello di affidabilità, integrità tecnica e continuità operativa di tutti gli impianti, con benefici sia in termini di sicurezza che di impatto ambientale.

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    Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, con Riccardo Luna, direttore di Agi

    Questi potentissimi computer ci aiutano molto a minimizzare l’incertezza, a minimizzare il rischio degli investimenti e il rischio per l’integrità delle attrezzature e delle persone. Con HPC4 abbiamo fatto poco outsourcing e abbiamo basato tutto su competenze al nostro interno, è il frutto di algoritmi elaborati al nostro interno e si adatta perfettamente alle esigenze della società”.

    Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni

    Il processo di trasformazione digitale di Eni passa quindi dall’unione delle competenze emergenti con quelle esistenti, valorizzandole in modo da rendere l’azienda sempre più capace di affrontare nuove sfide.

    [In collaborazione con Eni]

  • L’Intelligenza Artificiale entro pochi anni produrrà aumento dei ricavi e dell’occupazione

    L’Intelligenza Artificiale entro pochi anni produrrà aumento dei ricavi e dell’occupazione

    Secondo una ricerca di Accenture, presentata a Davos in occasione del World Economic Forum 2018, l’Intelligenza Artificiale apporterà benefici tangibili entro pochi anni. La ricerca evidenzia infatti che un utilizzo di questa disciplina potrà far crescere i ricavi delle aziende del 38% e far crescere l’occupazione del 10%. Per l’economia mondiale globale, ciò si tradurrebbe in una crescita dei profitti pari a 4.800 miliardi di dollari.

    L’Intelligenza Artificiale è uno dei pilastri su cui si basa il processo di Industria 4.0, o smart factory, di cui spesso si parla ma senza avere dei riscontri concreti in termini benefici. Ecco che a chiarire le idee può essere utile la ricerca di Accenture, presentata a Davos in occasione del World Economic Forum 2018Accenture Strategy “Reworking the Revolution: Are you ready to compete as intelligent technology meets human ingenuity to create the future workforce?, che fa luce proprio sui benefici concreti che l’impiego di questa disciplina può avere nel giro di pochi anni.

    La ricerca stima che i ricavi delle imprese potrebbero crescere del 38% entro il 2020, a patto che investano sull’Intelligenza Artificiale e su un’efficace cooperazione uomo-macchina almeno quanto le aziende leader di mercato. A queste condizioni, anche il livello di occupazione potrebbe beneficiare di un aumento del 10%. Per l’economia mondiale globale, ciò si tradurrebbe in una crescita dei profitti pari a 4,8 trilioni di dollari. Per fare un esempio, in un’azienda S&P 500, ciò equivale a 7,5 miliardi di dollari di ricavi e a un aumento di profittabilità pari a 880 milioni di dollari.

    intelligenza artificiale @franzrusso.it 2018

    Tenuto conto che sia il management delle aziende interpellate che i loro collaboratori ritengono che l’Intelligenza Artificiale avrà sempre più un ruolo centrale nel loro business, la ricerca rileva che il 72% dei 1.200 top manager intervistati crede che la tecnologia intelligente sarà strategica per ottenere un vantaggio competitivo sul mercato. Secondo il 61% dei manager, nei prossimi tre anni, crescerà il numero delle figure professionali che utilizzeranno quotidianamente l’Intelligenza Artificiale. Al tempo stesso il 69% dei 14.000 lavoratori intervistati è consapevole dell’importanza di sviluppare competenze che permettano di lavorare con le macchine intelligenti.

    intelligenza artificiale ricerca accenture

    Ma, nonostante che il 54% dei dirigenti aziendali consideri la collaborazione uomo-macchina cruciale per il business, la ricerca evidenzia che solo il 3% ha previsto un aumento significativo degli investimenti nella riqualificazione dei propri collaboratori entro i prossimi tre anni. Significa che si investe ancora pochissimo, serve incrementare gli investimenti per cogliere le opportunità che la ricerca evidenzia. Infatti, il 63% dei dirigenti ritiene che la propria azienda potrebbe creare nuovi posti di lavoro grazie alle nuove tecnologie e il 62% dei lavoratori si aspetta un impatto positivo dell’Intelligenza Artificiale sul proprio lavoro.

    “Per riuscire a crescere nell’era dell’IA, le aziende devono investire di più in formazione, al fine di preparare i dipendenti a un nuovo modo di lavorare in cooperazione con le macchine”, ha dichiarato Marco Morchio, ‎Accenture Strategy Lead per Italia, Europa Centrale e Grecia. “Quella che noi definiamo Applied Intelligence – cioè la capacità di integrare rapidamente tecnologia intelligente e ingegno umano in tutte le funzioni aziendali –  sarà sempre più un elemento imprescindibile per il successo e la crescita delle imprese”.

    Secondo l’analisi, le aziende più all’avanguardia stanno facendo leva sulla collaborazione uomo-macchina non solo per incrementare l’efficienza, ma anche per abilitare nuove customer experience. Ad esempio, nel caso di un’azienda che vende abbigliamento online, l’Intelligenza Artificiale potrebbe migliorare la conoscenza dei clienti, abilitando l’offerta di servizi esclusivi più allineati alle loro esigenze. Un brand di scarpe sportive, a sua volta, potrebbe accrescere la capacità di operare nei mercati locali, integrando le abilità dei professionisti – sarti e ingegneri –  con l’intelligenza robotica.

    L’incontro tra creatività umana e tecnologie intelligenti sta trasformando radicalmente l’attuale scenario competitivo, aprendo opportunità di crescita prima impensabili. D’altra parte, il rischio di rimanere indietro è concreto e occorre che le aziende si adeguino al più presto promuovendo una riqualificazione della forza lavoro allineata ai nuovi trend del mercato,” ha affermato Raffaella Temporiti, HR Director, Accenture Italia Europa Centrale e Grecia. “L’approccio positivo dei lavoratori verso l’utilizzo dell’IA può senz’altro favorire l’introduzione delle nuove tecnologie in azienda, supportando i manager nella trasformazione dell’ambiente di lavoro e del business.”

     

     

     

    Accenture, infine, ha individuato delle linee guida per accompagnare l’evoluzione della nuova forza lavoro nell’era dell’IA:

    • Ripensare il lavoro partendo dai lavoratori. Secondo Accenture è necessario partire dai compiti, anziché dai ruoli, e assegnare i task di volta in volta a macchine e persone, bilanciando la necessità di automatizzare il lavoro con quella di valorizzare le capacità delle persone. Quasi la metà dei dirigenti d’azienda (46%) crede che sia obsoleto pensare in termini di mansioni prestabilite per ciascuna professionalità e il 29% dichiara di aver già ampiamente ridisegnato i ruoli in un’ottica di maggior flessibilità.
    • Incanalare il potenziale della forza lavoro verso aree che possono creare maggior valore. Occorre andare oltre il solo concetto di efficienza dei processi per formare la forza lavoro all’abilitazione di nuove customer experience. La crescita avviene solo reinvestendo i risparmi ottenuti grazie all’automazione nell’evoluzione della forza lavoro. Inoltre, un approccio di leadership dinamico, agile e creativo permetterà di cogliere le opportunità di questa trasformazione a più lungo termine.
    • Accelerare la riqualificazione. Punto di partenza di questo processo è la valutazione del livello di competenza delle persone e della loro disponibilità a imparare a lavorare utilizzando l’intelligenza artificiale. Le piattaforme digitali consentono di personalizzare i programmi di formazione sulle singole persone, favorendo l’adozione di nuove competenze. Accenture ha sviluppato un modello di riqualificazione della forza lavoro basato su una graduale evoluzione degli skill e sull’utilizzo di metodi innovativi di e-learning, in grado di massimizzare l’efficacia degli investimenti in formazione e accelerare i ritorni.

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    [L’immagine di copertina è realizzata da @franzrusso, si prega di citare l’autore nelle eventuali condivisioni]

  • Eni a Maker Faire 2017, la sicurezza sul lavoro si innova con la realtà aumentata

    Eni a Maker Faire 2017, la sicurezza sul lavoro si innova con la realtà aumentata

    Innovazione significa per Eni anche migliorare la sicurezza e la salute dei dipendenti. In occasione della quinta edizione di Maker Faire Rome, l’azienda fondata da Enrico Mattei ha esposto, all’interno dello spazio “Innovation for Energy”, soluzioni innovative e interessanti che sfruttano la realtà virtuale e la “Augmented Health and Safety”.

    Giunta alla quinta edizione, la “Maker Faire – The European Edition” di Roma è ormai da considerarsi il luogo dove il futuro arriva prima e dove si respira in modo concreto che cosa sia davvero il significato di innovare. All’appuntamento non ha voluto mancare Eni che, per la quarta volta, è anche main partner della manifestazione.

    L’azienda fondata da Enrico Mattei è molto attenta, da sempre, ai temi dell’innovazione e della tecnologia e, nell’edizione in cui si raccoglie la sfida dell’Impresa 4.0, ha voluto esporre la sua idea di futuro all’interno dello spazio “Innovation for Energy”, mostrando soluzioni che hanno come obiettivo quello di preservare la sicurezza e la salute dei dipendenti sfruttando la realtà virtuale e la “Augmented Health and Safety”.

    Le soluzioni che Eni ha esposto a Maker Faire riguardano l’OTS – Operator Training Simulator, il sistema che permette agli operatori degli impianti di effettuare training attraverso la realtà virtuale con caschetti 3D che simulano il contesto all’interno del quale l’operatore si troverà a lavorare. Le postazioni a disposizione del pubblico sono state letteralmente prese d’assalto.

    All’interno dell’Innovation for Energy Eni ha esposto anche soluzioni Augmented Health and Safety, ossia strumenti che, attraverso la realtà aumentata, permettono di incrementare il livello di sicurezza degli operatori grazie a sistemi che forniscono informazioni e sensazioni fisiche attraverso sensori. Le soluzioni che riguardano questo tema sono state realizzate sotto forma di prototipi che saranno disponibili entro un paio di anni.

    Una tra queste è il casco “Deep vision shield” che permette all’operatore un altissimo livello di sicurezza attraverso dei sensori che raccolgono informazioni sull’ambiente circostante e informazioni sullo stato di salute dell’operatore (può rilevare ad esempio il livello di disidratazione). La visiera del casco è poi un vero sensore in realtà virtuale attraverso cui esaminare tutte le informazioni.

    Altri dispositivi di sicurezza che Eni ha esposto sono gli “Active gloves“, ossia dei guanti che permettono all’operatore di lavorare in assoluta sicurezza in quanto contengono dei sensori che rilevano pericoli nelle vicinanze, come ad esempio la presenza di materiale molto caldo. Questi guanti sono poi utili per guidare gli strumenti di “Robotic inspection“.

    A ciò si aggiungono gli innovativi “Sensing suit“, come la maglietta che monitora i segnali biologici dell’operatore – tra cui temperatura corporea, frequenza cardiaca, idratazione e respirazione – e le calze che monitorano la temperatura dei piedi per evitare congelamenti.

    A proposito di “Robotic Inspection”, Eni ha presentato a Maker Faire il prototipo di un drone, molto piccolo e leggero, che sarà utilizzato, appunto, per ispezioni preventive di ambienti al fine di individuare la presenza di sostanze dannose, come il gas. Si tratta certamente di uno strumento utilissimo specie in situazioni di lavoro più estreme.

    Tutte queste soluzioni sono state elaborate e studiate in collaborazione con il MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston – nello specifico dal MIT Design Lab ed Eni nell’ambito della collaborazione con MITEI (MIT Energy Initiative) – una partnership che nei prossimi anni elaborerà progetti di Machine Learning, Internet of Things, Intelligenza Artificiale, Realtà Aumentata ed Elettronica flessibile per migliorare sempre di più la sicurezza e la salute degli operatori.

    (In collaborazione con Eni)

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  • Ecco Generazione Alleanza, il programma per attrarre i talenti Millennials

    Ecco Generazione Alleanza, il programma per attrarre i talenti Millennials

    Generazione Alleanza è un esempio di come le aziende possono intraprendere un percorso di trasformazione digitale partendo dalle proprie risorse. Il programma guarda con particolare attenzione ai Millennials che richiedono meritocrazia, autonomia, relazione e tecnologia anche nell’ambiente di lavoro.

    Raccontiamo spesso qui sul nostro blog come le aziende stanno interpretando il processo di trasformazione digitale in atto, un processo che riguarda tanto le piccole aziende, quanto le medie e grandi aziende. Quello di cui vi parliamo oggi è un esempio di come questo percorso di trasformazione si attiva proprio rinnovando l’azienda dal suo interno, e cioè partendo dalle sue risorse. L’esempio che vogliamo segnalarvi è quello di Generazione Alleanza, un ambizioso programma di reclutamento e formazione che Alleanza Assicurazioni, da sempre leader nel settore delle assicurazioni vita con 119 anni di storia, sta cominciando ad avviare su 90 agenzie con l’obiettivo di estenderlo a tutta la rete entro il 2018.

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    Il programma Generazione Alleanza nasce dalla consapevolezza che oggi è importante offrire situazione e ambienti di lavoro, programmi di formazione, percorsi formativi che siano in grado di rispecchiare la realtà che viviamo oggi. Alleanza Assicurazioni è una delle compagnie assicurative più all’avanguardia per quanto riguarda il digitale, già oggi 2 polizze su 3 sono native digitali e vanta la prima rete in Italia completamente digitalizzata. Ma il passo che intraprende oggi Alleanza Assicurazioni è più ambizioso, interpretando quello che è il cambiamento della figura dell’assicuratore e di quanto la tecnologia stia influenzando questo cambiamento, facendo nascere una Relazione più diretta tra assicuratore e cliente.

    Generazione Alleanza guarda quindi ai Millennials (la generazione dei nati dopo il 1980) per puntare al futuro, ridisegnando la figura dell’assicuratore. E per puntare proprio a quella fascia di persone, molto attente ed esigenti rispetto al digitale e alla tecnologia in generale, Alleanza Assicurazioni si è avvalsa di un’indagine condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano per individuare valori e aspettative dei giovani che oggi si affacciano sul mondo del lavoro. Ebbene, da questa indagine è emerso che i Millennials sono alla ricerca di meritocrazia, di un lavoro tecnologico, autonomo e flessibile e che abbia una componente di Relazione rilevante. Sono quindi valori e aspettative che Generazione Alleanza mette al centro per offrire ai giovani di oggi strumenti in grado di soddisfare le proprie aspettative.

    millennials generazione alleanza

    Alleanza Assicurazioni oggi è un vero e proprio modello con 15 mila consulenti assicurativi, una rete capillare nel nostro paese di cui il 40% ha un’età inferiore ai 40 anni e il 47% sono donne. La compagnia fondata da  Evan Mackenzie a Genova nel 1898 e leader di mercato con una quota del 10% e vanta 2 milioni di clienti.

    Per chi fosse interessato da subito a prendere parte a Generazione Alleanza può farlo attraverso questo link.

  • Dall’era dei Big Data a quella dell’Umanesimo 2.0

    Dall’era dei Big Data a quella dell’Umanesimo 2.0

    Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia è ormai parte della nostra vita, automatismi compresi. Ma nell’era dei Big Data, dell’analisi dei dati c’è sempre più il bisogno di dare un tocco umano. Ma in questa intervista Furio Camillo, dell’Università di Bologna, esprime un parere critico invitando ad un nuovo Umanesimo 2.0, parlando anche di “CRM delle Emozioni”.

    Nell’era dei Big Data, dell’analisi dei dati c’è sempre più il bisogno di dare un tocco umano. Il tema è stato affrontato anche al recente Analytics Experience di Amsterdam, ma ne avevamo parlato anche un po’ di tempo prima con Furio Camillo, professore associato di Statistica Economica presso l’Università di Bologna, durante un incontro nato in occasione del SAS Forum Milan 2017. Quello che, già qualche mese fa, sosteneva Camillo è un po’ quello che sta prendendo piede in questi ultimi tempi, e cioè aggiungere Emozioni ai dati e dare vita ad una sorta di Umanesimo 2.0. Nella nostra conversazione ha parlato proprio di “CRM delle Emozioni”. Vanno bene le nuove tecnologie, l’innovazione, l’automazione, ma alla fine i dati devono essere comunque “modellati” e devono rispondere a dei “perchè”.

    E’ questo il senso della bella intervista con Furio Camillo che ci ha offerto uno “spaccato umano” in mezzo ad una tecnologia che è ormai troppo sbilanciata verso gli automatismi che non riescono a fornire tutte le risposte. Il suo è un richiamo critico assolutamente da non sottovalutare.

    innovazione big data umanesimo 2.0

    Ma che significa davvero CRM delle Emozioni?

    Sai ho la sensazione che, dopo 30 anni di cui me ne occupo, è che ci sia una deriva non positiva, soprattutto in relazione a tutto questo positivismo che ci circonda. La deriva è che il dato viene visto come qualcosa di incapsulato nella tecnologia, manovrata da ingegneri e computer scientist, che di fatto non sono interessati per la loro cultura, al dato in sè. Il dato oggi lo troviamo nei database, sempre più immateriale, sempre più difficile anche da navigare, come il Cloud, con cui avviene una delocalizzazione fisica del dato. Pensa che spesso siamo portati a pensare al data-driven che fa tutto da solo, per citare un esempio in questo senso. La mia sensazione è che questa interpretazione è errata, non ci può essere una modellazione del dato, soprattutto se questo lo si applica alle aziende sociali, quindi economia, business, marketing dove c’è l’essere umano che è generatore del dato. Anche l’IoT alla fine è un continuo generare dei dati perchè siamo noi stessi che connettiamo i dispositivi da cui poi generiamo tutta una serie di dati. E’ l’uomo che connette i device e che trasmette informazioni, attraverso questi strumenti, su quello che è il comportamento dell’uomo. La deriva, tornando al pensiero iniziale, è che si stanno collezionando milioni e milioni di informazioni, e i numeri sono davvero esponenziali, ma alla fine una delle domande che ci si pone spesso è che poi quella campagna la si deve fare semanticamente.

    Ma tornando al tema delle Emozioni, oggi non si riesce a comunicare se davvero non si riesce a trasmettere delle Emozioni. Tu come la vedi dal tuo punto di vista?

    E’ vero, e dirò di più, nel senso che stiamo vivendo l’inizio di un’era dell’Umanesimo nei Big Data. Si generano informazioni legate al comportamento umano. Banalmente, per fare un esempio, uno va ad accompagnare il figlio a scuola con lo smartphone in tasca. Bene, quel telefono è trackato (rintracciabile, n.d.r.), tieni presente che in Italia ci sono ben 11 milioni di telefonini trackati di cui conosciamo la posizione, in media. Dobbiamo quindi, osservando i vari spostamenti che  le persone compiono, chiederci perchè generano questi spostamenti. D’accordo avere l’informazione, ma sarebbe utile anche il chiedersi il perchè. Dovremmo forse recuperare la vecchia logica delle ricerche di mercato e lo dico da statistico. Alle aziende oggi non serve sapere che tu vai da un punto ad un altro della città ascoltando musica, alle aziende serve sapere perchè ti muovi in quella direzione per poter costruire tutto un percorso ed individuare punti di interesse. I devices permettono di visualizzare le cause ma non gli effetti.

    E l’unico modo per scoprire le cause resta la survey?

    Secondo me sì.

    E per il fatto che siamo tutti interconnessi oggi la survey può vivere in altre forme?

    Certo, io stesso ho elaborato una survey ad un campione di 4.500 italiani associato ad un’app sul proprio smartphone, ai quali abbiamo associato un valore, e ne stiamo studiano i comportamenti. L’idea è al momento allo sviluppo con un’azienda, ma questo modello lo si può replicare anche per altre aziende. Parlavamo prima di Emozioni, ma si potrebbe dire delle Ragioni dei comportamenti che passano attraverso la profilazione dei valori delle persone al comportamento che si può osservare quando un soggetto genera uno stimolo che va sul device.

    E in tutto questo, secondo te, SAS che ruolo gioca?

    Vedi, il ruolo di SAS in questo contesto è fondamentale, nel senso che svolge un ruolo nella parte analitica, che è quello che ci interessa di più, in maniera basilare oserei dire. SAS ci offre una capacità di modellazione statistica del dato che è quello che interessa oggi a noi, perchè lega la capacità tecnologica alla capacità analitica, sempre aggiornato, documentato. Se vuoi fare modellazione statistica oggi il miglior modo per farlo è solo SAS, senza dubbio.

    Ti dirò, vedo anche una deriva nella scelta della tecnologia nelle aziende, derivata dal fatto che si bada a spendere sempre meno, anche se non è poi questo il vero problema. Esiste un’idea diversa, legata al fatto che il dato è prima all’interno di una scatola tecnologica e non dentro una scatola analitica.

    Il problema che abbiamo ancora in Italia è che il dato viene visto solo come parte della tecnologia e non come una ricchezza della parte operativa. Pensiamo ai grande settori della nostra economia come fashion, automotive, questi sono settori in cui c’è un gran bisogno di ritorno al’Umanesimo. I dati sono un patrimonio conoscitivo che dobbiamo imparare a trattare.

    Dobbiamo perdere l’approccio automatizzato, intendiamoci, l’Intelligenza Artificiale serve per altri scopi.

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