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  • Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk giudicato responsabile di frode sui titoli per i tweet del 2022. Risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari. È la prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria.

    Venerdì 20 marzo 2026 una giuria federale di San Francisco ha emesso un verdetto nella vicenda giudiziaria di Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo è stato giudicato responsabile di aver ingannato gli investitori di Twitter con dichiarazioni false che hanno artificialmente abbassato il prezzo delle azioni durante i mesi precedenti l’acquisizione da 44 miliardi di dollari nel 2022.

    Si tratta della prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria. E, secondo le stime, potrebbe costargli fino a 2,6 miliardi di dollari in risarcimenti. Gli avvocati degli azionisti di Twitter ritengono che questo sia uno dei verdetti più grandi di una giuria in tema di frode finanziaria nella storia degli Stati Uniti.

    Su queste pagine del blog ho seguito passo passo la vicenda dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, fino a raccontare anche il momento della testimonianza in questo processo che vede imputato il proprietario di xAI. Questo verdetto conferma quello che avevo scritto già nel maggio 2022, quando gli azionisti depositarono la prima denuncia. E cioè che Musk stava giocando con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo potesse scendere e fare in modo che la trattativa si ponesse in suo favore.

    I tweet che a Musk potrebbero costare miliardi di dollari

    La giuria del tribunale federale del Northern District of California ha esaminato quattro capi d’accusa basati sulla Sezione 10(b) del Securities Exchange Act. Il verdetto è stato unanime ma non totale, nel senso che Musk è stato ritenuto responsabile su due dei quattro capi d’accusa, mentre è stato assolto dagli altri due.

    Le due dichiarazioni giudicate materialmente false sono entrambi tweet pubblicati nel maggio 2022. Il primo, del 13 maggio, affermava che l’acquisizione di Twitter era “temporaneamente sospesa” in attesa di una verifica sulla percentuale di account bot.

    Il secondo, del 17 maggio, sosteneva che l’operazione “non può procedere” finché il CEO di Twitter non avesse dimostrato che la percentuale di bot era inferiore al 5%, suggerendo che potesse essere superiore al 20%.

    Dopo questi tweet le azioni Twitter crollarono di quasi il 18%, raggiungendo un minimo di 32,52 dollari, circa il 40% al di sotto del prezzo di acquisizione concordato di 54,20 dollari per azione.

    La giuria ha invece assolto Musk da una dichiarazione rilasciata in un podcast, giudicandola un’opinione e non un’affermazione di fatto fuorviante. E soprattutto ha respinto l’accusa di aver orchestrato uno “schema” fraudolento sistematico contro gli investitori.

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Le ipotesi sulle cifre del risarcimento

    La giuria ha calcolato danni compresi tra 3 e 8 dollari per azione per giorno di negoziazione durante l’intero periodo della classe, dal 13 maggio al 4 ottobre 2022. L’avvocato degli azionisti, Mark Molumphy, ha stimato il risarcimento totale in circa 2,1 miliardi di dollari per le perdite azionarie più 500 milioni per le stock option, per un totale massimo di circa 2,6 miliardi di dollari.

    L’importo finale dipenderà dal numero di azionisti che presenteranno richiesta di risarcimento attraverso il procedimento di class action. Questa comprende tutti gli investitori che hanno venduto titoli Twitter tra il 13 maggio e il 4 ottobre 2022, data in cui Musk annunciò che avrebbe proceduto con l’acquisizione al prezzo originale, facendo balzare il titolo del 22% in una sola seduta.

    Nonostante la cifra imponente, diverse fonti hanno osservato che il risarcimento avrebbe un impatto minimo sul patrimonio personale di Musk, stimato tra 650 e 839 miliardi di dollari a seconda dell’indice utilizzato.

    La difesa di Musk annuncia l’appello

    La reazione del team legale di Musk è stata rapida. In una dichiarazione rilasciata subito dopo il verdetto gli avvocati di Musk hanno affermato di considerare la decisione “un ostacolo temporaneo” e di attendere “piena soddisfazione in appello”.

    Gli avvocati hanno anche ricordato le recenti vittorie di Musk in cause separate: una vittoria in appello in Delaware relativa al compenso Tesla e un’altra vittoria in un tribunale del Texas lo stesso giorno del verdetto.

    Durante il processo, durato circa tre settimane iniziato il 2 marzo 2026, Musk stesso testimoniato il 4 marzo scorso. Le sue dichiarazioni più notevoli includono l’ammissione che i tweet fossero stati imprudenti: “Se questo fosse un processo su tweet stupidi, mi dichiarerei colpevole”. Musk ha però insistito di non aver mai dichiarato l’annullamento dell’operazione e di non poter controllare le decisioni di vendita degli investitori.

    Cosa succede adesso

    La tempistica post-verdetto si articola su due binari paralleli. Sul fronte del risarcimento gli avvocati degli azionisti hanno stimato che serviranno circa 90 giorni per attivare la procedura di amministrazione dei reclami, seguiti da ulteriori mesi per l’elaborazione delle richieste individuali.

    Complessivamente gli azionisti che hanno portato Musk in tribunale per frode finanziaria potrebbero ricevere i pagamenti entro sei mesi dal verdetto.

    Sul fronte dell’appello, gli avvocati di Musk confermano l’intenzione di impugnare il verdetto presso la Corte d’Appello, il che potrebbe estendere significativamente i tempi.

    Un procedimento parallelo rilevante è la causa SEC contro Musk, intentata nel gennaio 2025 per la mancata tempestiva comunicazione della sua quota azionaria superiore al 5% in Twitter nel marzo 2022. Al 17 marzo 2026 le parti erano in trattative per un possibile accordo. La SEC chiede una multa civile e la restituzione dei circa 150 milioni di dollari che Musk avrebbe risparmiato acquistando azioni prima della divulgazione obbligatoria.

    E va avanti l’indagine parigina su X e Elon Musk

    E mentre a San Francisco la giuria emetteva il verdetto, da Parigi arrivava un’altra tegola.

    Come riportato da Le Monde, i procuratori della sezione cyber della procura di Parigi hanno inviato due rapporti alle autorità statunitensi, alla SEC e al Dipartimento di Giustizia.

    L’ipotesi è che Musk abbia tentato di gonfiare artificialmente il numero di utenti di X in vista di una possibile quotazione in borsa. Le informazioni raccolte dai procuratori francesi, emerse nel corso di un’indagine avviata in Francia all’inizio del 2025, suggeriscono che la controversia sui deepfake generati da Grok, il chatbot di X, potrebbe essere stata alimentata deliberatamente per aumentare la valutazione della piattaforma.

    Il tutto in un momento cruciale, con l’IPO della nuova entità nata dalla fusione di SpaceX e xAI prevista per giugno 2026, mentre X stava perdendo slancio.

    Cosa dice la sentenza che condanna Musk al risarcimento

    La sentenza stabilisce che i tweet di un individuo con la capacità di influenzare i mercati possono essere trattati alla stregua di dichiarazioni finanziarie formali, ai fini della responsabilità per frode sui titoli. Come ricordato qui, è la prima volta che una giuria ritiene Musk personalmente responsabile per l’impatto dei suoi tweet sul mercato azionario.

    Ma il verdetto del 20 marzo 2026 segna tre novità fondamentali.

    È la prima condanna di Musk per le conseguenze dei suoi tweet, una frattura nel mito dell’invulnerabilità legale di “Teflon Elon”, il soprannome che Musk si è guadagnato in riferimento al “teflon”, il rivestimento antiaderente delle padelle per intenderci.

    Con un risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari stabilisce un nuovo record per i verdetti di giuria in cause per frode sui titoli negli Stati Uniti. E crea un precedente sulla responsabilità per dichiarazioni sui social media che possono influenzare i mercati finanziari, con implicazioni che vanno ben oltre il caso specifico.

    In ogni caso, la battaglia legale è lontana dalla conclusione. L’appello annunciato dagli avvocati potrebbe prolungare il contenzioso per mesi, e l’assenza di una condanna per “schema fraudolento” offre alla difesa una base su cui costruire la propria impugnazione.

    Resta da vedere se questo verdetto segnerà davvero un limite al potere che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso messaggi pubblici, o se confermerà che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita.

    Perché è questo il punto nevralgico di questa vicenda.

  • Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Il World Happiness Report 2026 dedica l’edizione al rapporto tra social media e benessere. I dati confermano quello che sapevamo da tempo: le piattaforme guidate da algoritmi stanno erodendo la salute mentale dei più giovani. In 85 paesi su 136 i giovani sono più felici di vent’anni fa, ma in Occidente il trend si è invertito e l’Italia non fa eccezione.

    È inutile girarci intorno, i social media hanno smesso di essere social. Cioè le piattaforme hanno perso molto, in questi anni, del significato della parola “social”, intesa come connessione tra le persone.

    E quel momento coincide con l’inizio del declino del benessere giovanile. Non si tratta di una coincidenza, ma di una correlazione diretta. Ed è un meccanismo che il World Happiness Report 2026, pubblicato in occasione della Giornata Internazionale della Felicità, 20 marzo 2026, documenta con una precisione che lascia poco spazio alle interpretazioni.

    Il rapporto di quest’anno è diverso dai precedenti, infatti non si limita a stilare la classifica dei paesi più felici. Dedica l’intera edizione a una domanda che riguarda centinaia di milioni di adolescenti: cosa stanno facendo le piattaforme digitali al loro benessere? La risposta arriva da nove capitoli firmati da alcuni dei maggiori esperti mondiali, tra cui Jonathan Haidt, Jean Twenge e Cass Sunstein.

    In 85 paesi i giovani stanno meglio, in Occidente peggio

    Cominciamo col dire che in 85 paesi, su 136 analizzati, i giovani sotto i 25 anni sono più felici oggi rispetto a vent’anni fa. Il benessere giovanile globale, nel suo complesso, è aumentato. Ma fanno eccezione i paesi occidentali, e in particolare quelli anglofoni.

    Negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda il benessere degli under 25 è crollato di 0,86 punti su una scala da 0 a 10 negli ultimi vent’anni. Quasi un punto intero. È un dato rilevante, che segna una frattura generazionale ormai evidente.

    E l’Europa occidentale, Italia compresa, segue lo stesso trend, anche se con intensità leggermente inferiore.

    Il WHR 2026 identifica con chiarezza il principale indiziato, vale a dire l’uso intensivo dei social media, in particolare quelli guidati da feed algoritmici.

    Per essere molto chiari in questo contesto, il problema non è internet in sé. Il rapporto distingue nettamente tra attività online che aumentano il benessere e attività che lo erodono. Comunicare, informarsi, imparare, creare contenuti sono associati a maggiore soddisfazione di vita. Consumare passivamente social media, fare gaming e navigare senza scopo sono associati a valutazioni di vita più basse.

    Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Correlazione che cambia con l’età: negativa per la Gen Z, positiva per i Boomer

    Per quanto riguarda il capitolo 8 del rapporto, c’è un passaggio che chiarisce meglio la questione. I ricercatori hanno analizzato quattro cicli dell’European Social Survey, coprendo 30 paesi europei dal 2016 al 2024. E hanno scoperto che la relazione tra uso di internet e benessere varia drasticamente in base all’età.

    Per la Generazione Z la correlazione è fortemente negativa, diventa poi moderatamente negativa per i Millennial, ed è vicina allo zero per la Generazione X. Per i Baby Boomer è leggermente positiva.

    In altre parole, lo stesso strumento produce effetti opposti a seconda di chi lo usa e di come lo usa. I giovani europei, soprattutto le ragazze, ne stanno pagando il prezzo più alto.

    Il rapporto documenta che le fondamenta sociali ed emotive del benessere mentale si sono deteriorate soprattutto per i giovani europei, in particolare in Europa occidentale. Fiducia interpersonale, fiducia nelle istituzioni, percezione dell’attività sociale, frequenza degli incontri di persona: tutti questi indicatori mostrano i cali più marcati per le donne della Gen Z e dei Millennial.

    La distinzione cruciale: piattaforme per connettersi e piattaforme per consumare

    Il WHR 2026 introduce una distinzione abbastanza chiara a tutti in questo momento storico. Le piattaforme guidate da contenuti curati algoritmicamente tendono a mostrare un’associazione negativa con il benessere. Quelle invece progettate per facilitare le connessioni sociali mostrano un’associazione chiaramente positiva con la felicità.

    Non è solo questione di tempo trascorso online, ma riguarda davvero come quel tempo viene impiegato.

    I dati PISA su quindicenni di 47 paesi mostrano che la soddisfazione è massima in presenza di bassi livelli di uso delle piattaforme social media e diminuisce progressivamente con l’aumentare delle ore. Ma il tipo di uso conta quanto la quantità: seguire molte piattaforme, usare i social come fonte primaria di notizie, seguire influencer sono tutti comportamenti associati a stress più alto, sintomi depressivi più frequenti e maggiore probabilità di sentirsi peggio dei propri genitori.

    Quello che Meta sapeva e non ha detto

    Il capitolo 3, firmato da Jonathan Haidt e Zach Rausch, presenta sette linee di evidenza a sostegno di una tesi molto chiara: i social media stanno danneggiando gli adolescenti al punto da causare cambiamenti misurabili.

    Si tratta della conclusione di un’analisi che incrocia testimonianze dirette di giovani, genitori e insegnanti, documenti aziendali interni, studi correlazionali, ricerche longitudinali, esperimenti di riduzione dell’uso e esperimenti naturali.

    Ma la parte più interessante riguarda quello che le aziende tech stesse sapevano.

    A gennaio 2026 Haidt e colleghi della NYU hanno lanciato MetasInternalResearch.org, un archivio di 31 studi interni condotti da Meta tra il 2018 e il 2024. Documenti ottenuti grazie anche alle rivelazioni di Frances Haugen, alle testimonianze di Arturo Béjar e ai procedimenti legali avviati dai procuratori generali statali americani.

    Uno studio interno, si chiamava Project Mercury, era interessante perché era un esperimento randomizzato e controllato, condotto tra il 2019 e il 2020 in collaborazione con Nielsen. Gli utenti assegnati casualmente a disattivare Facebook e Instagram per una settimana riportarono minori livelli di depressione, ansia, solitudine e tendenza al confronto sociale. Meta chiuse il progetto invece di pubblicarlo.

    L’onda legislativa che parte dall’Australia

    Come sappiamo, e lo abbiamo raccontato su queste pagine e sul video podcast, l’Australia ha fatto da apripista con l’Online Safety Amendment Act, entrato in vigore a dicembre 2025. Una legge che vieta l’accesso ai social media agli under 16, senza possibilità di consenso parentale. Le dieci piattaforme coperte dal divieto sono Facebook, Instagram, Threads, Snapchat, TikTok, YouTube, X, Reddit, Twitch e Kicke e nel primo mese di applicazione sono stati rimossi, disattivati o limitati 4,7 milioni di account.

    Ora l’onda legislativa su questo tema si sta propagando. La Francia ha approvato il divieto per gli under 15 all’Assemblea Nazionale nel gennaio 2026. Spagna e Paesi Bassi hanno annunciato divieti per gli under 16 a febbraio. La Danimarca ha raggiunto un accordo per il limite a 15 anni. La Germania sta costruendo un consenso trasversale per il divieto agli under 16. Negli Stati Uniti, 28 stati hanno emanato leggi per scuole senza telefoni nel solo 2025.

    Il collegamento con l’intelligenza artificiale che nessuno vuole vedere

    Ma c’è un passaggio ulteriore che il WHR 2026 non affronta direttamente, ma che Haidt ha reso esplicito in diverse interviste recenti.

    In un’intervista a NPR di quest’anno lo psicologo ha espresso un concetto che condivido e che ho espresso, riferendomi all’aspetto delle regole, anche io in questi ultimi due anno. In sostanza, con i social media abbiamo lasciato che le piattaforme entrassero nella vita dei giovani senza capire cosa stava facendo al loro benessere. Con l’intelligenza artificiale stiamo per ripetere lo stesso errore, ma questa volta sarà più rapido e più devastante, perché parliamo di qualcosa che rischia di sostituire le relazioni umane.

    Haidt vede la battaglia sui social media come un test. Se le democrazie riescono a regolare le piattaforme social, avranno la credibilità e gli strumenti per regolare l’IA prima che sia troppo tardi. Ma non abbiamo cinque anni, ha aggiunto, dobbiamo fare in modo che questo accada entro il 2026.

    I numeri ci dicono che il 72% degli adolescenti americani ha già usato un “companion AI” almeno una volta. I “companion AI” sono piattaforme come Replika, Character.AI, e in parte anche ChatGPT usato in quel modo. Applicazioni che i giovani usano per parlare, per sfogarsi, per avere qualcuno che risponde sempre, che non giudica, che è sempre disponibile.

    Il rischio è che i chatbot empatici sostituiscano le relazioni umane proprio nella fase della vita in cui quelle relazioni sono più formative.

    Il World Happiness Report 2026 nel suo rapporto non offre soluzioni definitive, ma ci mette davanti i dati che mostrano quanto le piattaforme oggi incidono sul benessere e sulla felicità delle persone.

    Come ha scritto Jan-Emmanuel De Neve, direttore del Wellbeing Research Centre di Oxford e co-curatore del rapporto, è chiaro che dovremmo cercare il più possibile di rimettere il social dentro i social media.

    Questa è la parte più difficile, in un momento in cui le piattaforme sono sempre più animate algoritmo del proprietario che lascia sempre meno spazio alle relazioni vere e autentiche.

    Non sarà facile ricostruire questo aspetto delle piattaforme, più facile cambiare totalmente approccio. Bisogna abbandonare l’idea che le piattaforme siano ancora “contenitori di esistenze”, come sostenevo qualche anno fa, e trasformale il luoghi dove serve molta consapevolezza e responsabilità.

  • Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Elon Musk ha testimoniato nel processo Twitter a San Fracisco. Ha ammesso che il tweet del 2022 non fu saggio in quel momento, ma ha a sua volta accusato Twitter di aver mentito sui bot. Una vicenda questa che seguo si dall’inizio.

    Seguo la vicenda che riguarda l’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk praticamente dall’inizio. Qui su questo blog ho raccontato ogni momento cruciale che ha visto questo passaggio che oggi si concretizza in X. In alcuni momenti avevo anche previsto a cosa si sarebbe potuto andare incontro quando una presenza così ingombrante come Musk entrasse in possesso di una piattaforma come Twitter.

    A conferma di tutto questo, in fondo a questo articolo riporto i link agli articoli a cui faccio riferimento.

    Ma adesso siamo arrivati ad una fase importante. Elon Musk che, a distanza di 4 anni ormai da quell’acquisizione, deve rendere conto di fronte ad un tribunale, il perché di alcune sue scelte e il perché di alcuni suoi tweet che hanno finito, vista la sua grande influenza, per avere effetti anche sull’acquisizione stessa.

    Come abbiamo ben imparato in questi 4 anni, Elon Musk ha un rapporto particolare con le parole. Non nel senso che menta sistematicamente, ma nel senso che usa le dichiarazioni pubbliche come strumenti strategici, calibrati per produrre effetti specifici sui mercati e sull’opinione pubblica. Insomma, in alcuni casi interviene per generare pressione.

    E ieri, mercoledì 4 marzo, un tribunale federale di San Francisco ha messo alla prova esattamente questo suo schema comportamentale, con Musk stesso sul banco dei testimoni.

    Il processo Pampena v. Musk, iniziato lunedì 2 marzo, rappresenta una class action di azionisti che accusano il miliardario di aver manipolato deliberatamente il prezzo delle azioni Twitter nella primavera e nell’estate del 2022. È una vicenda, come ricordavo prima, che ho raccontato qui sin dal principio, quando Musk acquisì il 9,2% della società e scrissi che quella relazione sarebbe stata un grande vantaggio e un grande rischio.

    La sua testimonianza di ieri ha offerto uno spaccato notevole del modo in cui Musk concepisce il rapporto tra le sue parole in pubblico e le loro conseguenze.

    «Stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero»

    La scena è quella di un’aula di tribunale federale. Musk che arriva dribblando i giornalisti, indossa un abito nero con cravatta nera. L’avvocato degli azionisti, Aaron P. Arnzen, lo incalza sul tweet del 13 maggio 2022, quello in cui annunciava che l’accordo per l’acquisizione di Twitter era «temporaneamente sospeso». Quel tweet aveva fatto crollare il titolo di quasi il 10% in un solo giorno.

    Arnzen chiede ripetutamente a Musk se si fosse fermato a riflettere sull’impatto che quelle parole avrebbero avuto sul mercato. La risposta di Musk, ripetuta più volte, è disarmante nella sua semplicità: I was simply speaking my mind. Stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero.

    È una linea difensiva che punta tutto sulla proverbiale spontaneità. Ma contiene anche un’ammissione. Quando gli viene chiesto se quel tweet fosse stata la mossa più saggia, Musk concede che forse non era stato il suo post social «più saggio». Poi però aggiunge una metafora rivelatrice: dire che l’accordo era temporaneamente sospeso, sostiene, era «come dire che arriverai in ritardo a una riunione. Non significa che non sarai alla riunione». Un tentativo di minimizzare la portata di quelle parole, di presentarle come un semplice aggiornamento di stato piuttosto che come una dichiarazione capace di spostare miliardi di dollari.

    Musk e l'effetto dei suoi tweet nell'acquisizione di Twitter
    Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Il mercato come «maniaco-depressivo»

    C’è un momento della testimonianza che merita attenzione. Quando gli viene chiesto se fosse consapevole che i suoi tweet potessero influenzare il prezzo delle azioni, Musk risponde con una formulazione studiata: «I miei tweet a volte hanno l’effetto opposto a quello che ci si aspetterebbe sui prezzi delle azioni. A volte hanno l’effetto atteso». E aggiunge: «Il mercato azionario è come un maniaco-depressivo».

    È una risposta che cerca di diluire la responsabilità attribuendola all’imprevedibilità dei mercati. Ma contiene anche un riconoscimento implicito: Musk sa perfettamente che le sue parole hanno effetti sui mercati, anche se non sempre nella direzione attesa.

    Solo cinque giorni dopo l’acquisizione della quota iniziale, del resto, Musk aveva già dimostrato la sua imprevedibilità decidendo di non entrare più nel consiglio di amministrazione di Twitter, dopo aver twittato proposte su Twitter Blue e aver definito «morti» gli utenti più seguiti della piattaforma.

    L’accusa ribaltata: «Twitter ha mentito»

    Ma il momento più atteso della testimonianza arriva quando si parla dei bot e degli account fake. L’avvocato chiede a Musk se, prima di rinunciare alla due diligence (una valutazione chiara di quelli che sono i rischi e i benefici che comporta la definizione di una acquisizione), avesse chiesto informazioni sulla metodologia usata da Twitter per calcolare che solo il 5% degli account fosse spam.

    Musk ammette di non averlo fatto. Ma aggiunge di aver presunto che, se Twitter avesse inserito quel dato in un documento depositato alla SEC, «sarebbe stato accurato».

    E poi arriva l’affondo: «Successivamente è emerso che hanno falsificato il numero di bot. Hanno mentito». È un ribaltamento completo della narrazione.

    Musk trasforma se stesso da accusato ad accusatore, sostenendo che la vera frode l’avrebbe commessa Twitter, non lui. È la stessa strategia che avevo descritto nel maggio 2022, quando scrivevo che Musk stava giocando un braccio di ferro sui bot per abbassare il prezzo e che «non perde tempo a confondere le acque e a confondere gli utenti, facendo passare lui come vittima di un raggiro».

    La rinuncia alla due diligence come nodo irrisolto

    Ed è proprio questo il punto che rende la posizione di Musk molto complicata.

    Quando aveva presentato la sua offerta iniziale per Twitter, l’aveva definita un’offerta take it or leave it, prendere o lasciare. E soprattutto aveva rinunciato alla due diligence, come dicevo prima, cioè al diritto di esaminare i dati finanziari e operativi non pubblici dell’azienda prima di procedere. Se aveva scelto di non verificare i numeri, su quale base poteva poi lamentarsi dei bot e degli account fake?

    La questione degli account spam, peraltro, non era affatto nuova. Twitter stessa aveva pagato 809,5 milioni di dollari nel 2021 per chiudere cause legali relative a dichiarazioni gonfiate sulla crescita degli utenti.

    Era un problema noto, documentato pubblicamente, che Musk aveva implicitamente accettato rinunciando agli approfondimenti. Accusare ora Twitter di aver mentito su dati che lui stesso aveva scelto di non verificare è una posizione che la giuria dovrà valutare con attenzione.

    Una causa annunciata, quasi quattro anni fa

    Questo processo non nasce dal nulla.

    Gli azionisti avevano depositato la loro denuncia già nel maggio 2022, accusando Musk di aver «manipolato le azioni della società per scopi personali». All’epoca scrissi che la strategia di Musk era ormai evidente: «giocare con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo di Twitter potesse scendere e risparmiare qualcosa rispetto ai 44 miliardi di dollari dell’accordo».

    Nelle settimane successive, l’accordo entrò sempre più in bilico. A luglio 2022 il Washington Post riportava che l’acquisizione era ormai «in pericolo», mentre io scrivevo che «il destino di Twitter è sempre più legato al fondatore della Tesla» e che «a perdere è sempre Twitter».

    Poi, com’è noto, Musk fu costretto a completare l’acquisizione al prezzo pattuito di 54,20 dollari per azione, e la vicenda che avevo raccontato nel dettaglio attraverso la ricostruzione di Isaacson prese la piega che conosciamo.

    Il dettaglio delle azioni accumulate in silenzio

    C’è un altro elemento emerso dalla testimonianza che vale la pena di evidenziare. Musk ha ammesso di aver iniziato ad accumulare azioni Twitter all’inizio del 2022 senza twittare al riguardo e senza comunicarlo alla Securities and Exchange Commission nei tempi previsti. Alla domanda se ritenesse la cosa «materiale», cioè rilevante per gli investitori, Musk ha risposto di no, aggiungendo di aver comprato azioni in «molte aziende» senza postare al riguardo.

    Ma quando poi ha reso pubblica la sua partecipazione, le azioni Twitter sono salite del 27% in un solo giorno. «Mi sembra alto», ha commentato Musk quando gli è stato riferito quel dato.

    È un’ammissione involontaria del potere che le sue comunicazioni esercitano sui mercati, e solleva interrogativi sul perché avesse scelto di accumulare in silenzio prima di rendere nota la sua posizione.

    La SEC, peraltro, ha avviato una causa separata proprio su questo punto, sostenendo che il ritardo nella comunicazione abbia permesso a Musk di acquistare azioni a un prezzo inferiore.

    Un impero da 1.250 miliardi

    Dalla fusione di X con xAI e SpaceX, l’entità combinata controllata da Musk è ora valutata dagli investitori privati circa 1.250 miliardi di dollari. Il prossimo passo potrebbe essere portare SpaceX in borsa in quella che sarebbe probabilmente un’IPO da record. Ma prima, Musk deve chiudere i conti con il passato.

    Non è la prima volta che finisce in tribunale per i suoi tweet.

    Nel 2023 ha testimoniato per otto ore in un processo federale sempre a San Francisco, accusato di aver ingannato gli investitori Tesla con il famoso tweet del 2018 in cui annunciava di voler privatizzare l’azienda a 420 dollari per azione. In quel caso la giuria lo aveva assolto.

    Ma questo processo è diverso. Non si tratta di un annuncio vago su piani futuri, ma di dichiarazioni specifiche su un accordo già firmato, con un contratto che stabiliva obblighi precisi.

    Il processo dovrebbe durare circa tre settimane. Qualunque sia l’esito, sta mettendo a nudo una questione più ampia: il potere sproporzionato che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso la comunicazione pubblica.

    Musk controlla X, la piattaforma su cui pubblica, e possiede una capacità di muovere i mercati che pochi altri al mondo possono vantare. La sua difesa di ieri, «stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero», potrebbe essere letta come candore o come strategia.

    Quando ad aprile 2022 scrissi che il futuro di Twitter era ormai legato al destino di Elon Musk, non immaginavo che quasi quattro anni dopo saremmo stati qui a raccontare un processo che mette alla prova esattamente quella previsione.

    Resta da vedere se da questa vicenda emergeranno dei limiti a questo potere, o se confermeranno che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita. Perché questo è il punto che col tempo è rimasto sostanzialmente irrisolto.

    Vedremo come si svilupperà e come andrà a finire anche questa vicenda.


    Lista di articoli sull’acquisizione di Elon Musk:

    Elon Musk e Twitter, tra vantaggi e rischi

    Twitter e Elon Musk, relazione complicata e rischiosa

    Il futuro di Twitter è legato al destino di Elon Musk

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