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  • Cominciano a cadere le prime alternative a X, come Pebble

    Cominciano a cadere le prime alternative a X, come Pebble

    A un anno dall’acquisizione di Twitter – oggi X – da parte di Elon Musk, l’alternativa Pebble, nata come T2, annuncia la chiusura. Nel panorama dei social media, la concorrenza si intensifica e le nuove piattaforme iniziando ad affrontare difficoltà impreviste.

    A distanza di un anno dall’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk dire che la piattaforma, che ora si chiama X, resista ancora appare cosa ovvia. Resiste ancora, ma non certo con la forza che qualcuno si aspettava.

    Con tutto quello che è avvenuto in questo anno, con il pullulare di alternative a Twitter/X, a distanza di 12 mesi possiamo dire che forse qualcosa sta cambiando. E non è detto che questo cambiamento significhi miglioramento.

    Intanto nel grande mare delle alternative a Twitter qualcuna comincia a arenarsi definitivamente. Ed è il caso di Pebble. Il sassolino smette di funzionare.

    Ascesa e caduta di Pebble, ex T2

    La piattaforma nata inizialmente come T2, fondata da ex dipendenti di Twitter, e poi conosciuta come Pebble ha annunciato che smetterà di funzionare a partire dal 1 novembre prossimo. Una notizia che può sembrare una delle tante che si leggono durante il giorno sul web e sui social media, ma che in verità ci dice molte cose.

    Intanto è che la forza propulsiva di andare oltre Twitter/X si è esaurita e chi andava alla ricerca di alternative a Twitter ha trovato il suo luogo dove restare. E poi, questa notizia ci dice anche che X resta ancora forte, grazie comunque al fatto che molti utenti restano all’interno della piattaforma continuando ad usarla come prima, nonostante i cambiamenti introdotti nell’ultimo anno.

    addio pebble franzrusso.it

    E, ancora, che creare una alternativa a Twitter in realtà è quasi impossibile. Perché Twitter resta una esperienza irripetibile, con tutti i suoi difetti.

    Questo lo si vede proprio dalla fine di Pebble. La piattaforma T2 (e forse, come riconosciuto anche dai fondatori, il cambio di nome deciso negli ultimi mesi non ha aiutato) è arrivata in queste ultime settimane ad esaurire tutte le sue forze, facendo segnare circa 3 mila utenti attivi al giorno su 20.000 utenti registrati. Numeri poi arrivati a 1.000 utenti giornalieri dopo il rebranding.

    Eppure, i numeri erano partiti bene con circa il 60% di conversione sulla base delle decine di migliaia di inviti inviati. Un finanziamento inziale di 1,1 milioni di dollari che includeva investitori come l’ex VP di Google, Bradley Horowitz, il co-fondatore di Android, Rich Miner, e l’ex CEO di Wikipedia, Katherine Maher non è bastato.

    L’ipotesi di Pebble era che gli utenti desiderassero un’alternativa a Twitter che desse priorità alla fiducia, alla sicurezza e alla moderazione, fin dall’inizio. Per questo motivo, e fin dall’inizio, il team fondatore (in cui vi è anche Gabor Cselle, Group Product Manager di Twitter) includeva anche Sarah Oh, ex consulente per i diritti umani di Twitter.

    Pebble continua a credere che il suo approccio alla moderazione fosse corretto. Anche se non è stato alla fine un fattore di crescita.

    Siamo immensamente orgogliosi di ciò che il nostro team e la nostra comunità hanno realizzato insieme – scrive Pebble – e ci sentiamo validati dal fatto che la nostra visione per Pebble si sia rivelata vera: una crescita mirata, sostenuta da un profondo impegno per la sicurezza, può favorire una bellissima comunità online piena di autentica connessione umana. La dura realtà, tuttavia, è che non stavamo crescendo abbastanza velocemente per convincere gli investitori che avremmo avuto successo. Unendosi a un mercato affollato di alternative, la salita diventa ancora più ripida. Per continuare a sviluppare Pebble, avremmo avuto bisogno di più investimenti e più tempo”.

    Già il tempo. La variabile che ormai determina il successo o la fine, come abbiamo visto in questo caso, di un progetto che punta a creare nuove strade. E siccome in questo mare si naviga velocemente, con altrettanta velocità bisogna essere bravi ad imporsi con idee chiare sin da subito.

    E poi, il cambio del nome, come dicevo prima, non ha aiutato. Forse per staccarsi da quella “T” che richiamava subito Twitter si è pensato che un nome diverso potesse essere più attraente. Ma così non è stato.

    Il grande mare delle alternative, dunque, comincia a restringersi, a ridursi verso quelle idee che hanno superato questa prima fase che coincide con il primo anno di X a guida Elon Musk. E sicuramente la chiusura di Pebble potrebbe rivelarsi un segnale da non sottovalutare per tutte quelle alternative che ancora riescono ad attrarre utenti in cerca di luoghi sicuri e alternativi a Twitter.

    Lo scenario delle alternative a X e il futuro

    E pensiamo a Mastodon, a Bluesky, a Threads di Meta, tanto per citare quelle che al momento stanno provando a ricavarsi uno spazio proprio.

    Chiaro che tra tutte Threads sembrerebbe avere una marcia in più, che si chiama Meta. Ma il fatto di non essere presente nei paesi UE e anche quello di non avere ben chiaro cosa fare con la condivisione delle notizie, non è detto che riesce il suo intento. Specie se consideriamo che nel giro di poche settimane dal suo lancio perse circa l’80% degli utenti.

    Senza dimenticare Bluesky. Il progetto iniziale di piattaforma decentralizzata voluto da Jack Dorsey, oggi fuori dalla società, con 1,5 milioni di utenti si candida seriamente come valida alternativa a Twitter/X. Anche se resta ancora in versione beta chiusa, cioè ci accede solo con invito.

    Certo, la crescita di valide alternative avrebbe come ricaduta la perdita di appeal di X. Che si troverebbe a dover fare i conti, in maniera seria, con una situazione molto difficile, dove gli utenti sono in calo e dove la raccolta pubblicitario è crollata, a detta dello stesso Musk.

    Insomma, alla luce di tutto questo resta però il fatto che una delle candidate a sostituire Twitter, come idea iniziale, si ferma. Ce ne sarà una prossima?

  • Sono oltre 27 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer

    Sono oltre 27 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer

    Una recente ricerca rileva che in Italia oltre 27 milioni di italiani, il 71% degli utenti attivi sui social media, seguono almeno un influencer. Instagram resta la piattaforma preferita, ma cresce ancora TikTok.

    In un momento in cui tutto è sempre più fluido e le piattaforme social media sempre più frammentate, il ruolo degli influencer resta ancora centrale, anzi.

    Il fenomeno degli influencer in Italia è in costante crescita, come dimostrano i dati recentemente emersi dalla ricerca “Italiani & Influencer”, condotta da BVA Doxa in collaborazione con Mondadori Media e Buzzoole.

    Di seguito i dati più rilevanti della ricerca.

    Il 71% degli utenti segue almeno un influencer

    Diciamo subito che il 71% degli utenti attivi sui social media (non ha molto più senso al giorno d’oggi continuare a chiamarli ‘social network’), vale a dire oltre 27 milioni di italiani adulti tra i 18 e i 74 anni, segue almeno un influencer o i canali social di un brand editoriale.

    E qui si registra aumento del 17% rispetto al 2021.

    Influencer italia 2023 ricerca franzrusso.it

    La ricerca rileva che il 57% degli italiani, 18-54 anni, segue quotidianamente un macro-influencer o i canali social di un brand editoriale.

    L’incremento è di 20 punti percentuali in soli due anni.

    I macro influencer sono definiti come figure o brand editoriali con almeno 100.000 follower e sono riconosciuti come autorevoli in sei settori: lifestyle, beauty, fashion, entertainment, food e wellness.

    Influencer e brand italiani 2023 ricerca franzrusso.it

    Chiara Ferragni è la più seguita

    Dal punto dei vista dei macro influencer, Chiara Ferragni domina la classifica.

    Fa registrate l’86% di citazioni. A seguire Giallozafferano e Benedetta Rossi (entrambi al 72%), ClioMakeUp (62%) e Aurora Ramazzotti (60%).

    Le tematiche più seguite sui social sono: food e l’entertainment (58%), evidenziando l’importanza dei food media brand tra i Top Five.

    Come già rilevato in passato, e questa ricerca lo conferma, gli influencer giocano un ruolo cruciale nei processi di acquisto.

    Il 46% degli intervistati ha effettuato almeno un acquisto su suggerimento di un influencer, e l’83% valuta i loro consigli.

    A sorpresa, oltre 3 milioni di italiani seguono almeno un virtual influencer.

    La concentrazione più alta è tra Gen Z e Millennials. Le persone che seguono virtual influencer lo fanno in modo costante, quotidianamente (come se fossero influencer reali).

    Il 57% degli intervistati, infatti, li segue ogni giorno, il 28% ogni 2-3 giorni, il 7% più o meno una volta a settimana, il 4% ogni 10-15 giorni e soltanto il 5% non ha una frequenza abituale.

    Instagram la piattaforma più usata, cresce TikTok

    social media Influencer italia 2023 ricerca franzrusso.it

    Riguardo ai social media, TikTok ha visto una crescita impressionante, con una presenza del 25% rispetto al 9% del 2021.

    Mentre Instagram rimane il preferito con il 77% (in aumento dal 67% del 2021).

    Ma perché seguire un influencer?

    Il 50% degli intervistati afferma che gli influencer forniscono consigli preziosi ed esperti. In particolare per quanto riguarda i settori wellness (55%) e cucina (56%).

    Gli influencer sono diventati ormai una parte integrante della cultura digitale italiana, influenzando le decisioni di acquisto.

    Con l’ascesa di nuove piattaforme come TikTok e l’emergere dei virtual influencer il panorama influencer in Italia è destinato ad evolversi ancora, offrendo nuove opportunità e nuove sfide per aziende e consumatori.


    L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3

  • Gen Z-Millennials a confronto su digitale, relazioni e non solo

    Gen Z-Millennials a confronto su digitale, relazioni e non solo

    Ecco uno sguardo completo sulla Gen Z, a confronto coi Millennials, rispetto al suo rapporto con digitale e i social media. Ma l’indagine di Changes Unipol e Kkienn indaga anche le relazioni sentimentali. Il 38% dei giovani della Gen Z ha avviato una relazione sentimentale o sessuale con una persona che hanno conosciuto online.

    Baby Boomers e Gen X sono cresciuti in un mondo prevalentemente analogico. E poi, ad un certo punto delle loro vite, sono entrati in contatto con il digitale, iniziando ad integrarlo nella loro realtà. Questo fenomeno di transizione è stato un momento importante, poiché hanno imparato a sfruttare le nuove tecnologie digitali, pur mantenendo una distinzione netta tra il mondo virtuale e quello reale. Per loro, il digitale era un’aggiunta al mondo fisico.

    La generazione successiva, nota come Gen Z, è cresciuta in un ambiente in cui il digitale era una parte integrante della loro realtà quotidiana. Non c’è stata separazione tra virtuale e reale; invece, esiste una sola realtà – una realtà “onlife”. Per la Gen Z, il digitale è come un’estensione delle loro vite, lo vedono come un potenziamento delle loro capacità.

    Questo cambiamento ha avuto un impatto notevole su molte sfere della vita, inclusi i vertici delle grandi aziende tecnologiche e le start-up di successo. È diventato comune osservare che queste organizzazioni sono guidate da giovani talenti. La loro familiarità innata con il digitale e la sua interconnessione con il mondo reale li rende dei veri e propri pionieri in questo nuovo paradigma.

    generazione z social media digitale sorridenti franzrusso.it

    Un’indagine socio-culturale condotta da Changes Unipol ed elaborata da Kkienn, denominata “Osservatorio Generation Ship, ha rivelato spunti interessante per quanto riguarda l’uso del digitale e dei social media.

    La relazione con i social media, dal punto di vista dell’utilizzo è la seguente.

    La Gen Z e i social media nel 2023 in Italia

    Posto il ruolo trasversale che gioca WhatsApp, usato dall’87% della fascia 16-22 anni (Genz), dal 76% dei Millennials, fino ad arrivare all’81% dei Baby Boomers, gli utenti più giovani restano ancora fedeli a Instagram (81% fascia 16-22 anni) e a TikTok (52% fascia 16-22 anni).

    Mentre i Millennials preferiscono piattaforma social media come Instagram e Facebook (entrambi al 70%) e YouTube (59%).

    Ma ci sono alcune considerazione ulteriori da fare.

    social media genz 2023 italia unipol

    Il Digitale come Realtà Integrata: per la Gen Z, il digitale non è un’entità separata, ma piuttosto una parte integrante del loro mondo. Vedono il digitale come il “reale” in tutto ciò che fanno, sia che si tratti di comunicazione, apprendimento o lavoro.

    Familiarità con il Digitale fin da piccoli: avendo conosciuto il digitale sin da bambini, i membri della Gen Z sono cresciuti con una conoscenza innata delle tecnologie digitali e delle sue regole, il che li rende naturali adattabili e competenti nell’uso della tecnologia.

    Consapevolezza dei Rischi: la Gen Z è più consapevole dei rischi legati alla tecnologia, compresi temi come la privacy e la sicurezza online. Questa consapevolezza li rende più cauti nell’uso delle tecnologie digitali.

    Non Digital Addicted: contrariamente a una percezione comune, la maggior parte della Gen Z non è necessariamente dipendente dal digitale. Hanno superato gli entusiasmi dei neofiti e utilizzano la tecnologia in modo più equilibrato.

    Ottimismo Digitale: la Gen Z tende ad avere un atteggiamento ottimista verso la tecnologia digitale. Non sono apocalittici riguardo alle conseguenze negative, ma piuttosto vedono il digitale come una fonte di opportunità.

    Utilizzo del Digitale per tutto: la Gen Z utilizza il digitale per svolgere una vasta gamma di attività, dall’apprendimento alla comunicazione, alla ricerca di lavoro e alla creazione di opportunità nella sfera pubblica.

    I Social Media come ponte verso il Mondo: utilizzano i social media non solo per comunicare con amici e familiari, ma anche per entrare in contatto con il mondo, creare reti professionali e partecipare attivamente alla sfera pubblica.

    Apprendimento continuo: la Gen Z utilizza il digitale per apprendere costantemente cose nuove, piuttosto che limitarsi a migliorare le competenze già acquisite.

    Generazione di Valore: i membri della GenZ vedono il digitale come strumento per generare “valore” nella sfera pubblica, cercando opportunità di lavoro, formazione, connessione e partecipazione attiva alla società.

    Dunque, la Gen Z è una generazione che ha integrato completamente il digitale nella propria vita, utilizzandolo come mezzo per apprendere, comunicare e creare valore in vari aspetti della loro esistenza. La loro familiarità con la tecnologia e la loro prospettiva ottimista la rendono una forza influente nella società digitale odierna.

    La Gen Z e le relazioni sentimentali

    La stessa indagine socio-culturale, condotta sempre da Changes Unipol ed elaborata da Kkienn, “Osservatorio Generation Ship“, ha rivelato poi interessanti tendenze riguardo alle relazioni sentimentali e sessuali nella Gen Z italiana.

    Il rapporto indica che il 38% dei giovani della Gen Z ha avviato una relazione sentimentale o sessuale con una persona che hanno conosciuto online. Questo dato suggerisce che i social network stanno rivoluzionando il modo in cui i giovani costruiscono i loro legami affettivi.

    Dalla ricerca emerge poi una curiosa discrepanza: nonostante l’ampia presenza online, la Gen Z è meno incline a utilizzare app di incontri rispetto ai Millennials, con solo il 26% dei giovani tra i 16 e i 22 anni che le utilizza. Questo può essere attribuito principalmente ai timori di incontrare persone diverse da come si presentano online (46%) o malintenzionati (39%), oltre ai dubbi sulla superficialità di una relazione basata sull’aspetto fisico (39%).

    Per i Millennials, invece, le app di incontri sono più diffuse, con il 37% che ne fa uso. Inoltre, il 41% di loro utilizza queste app a scopo sessuale, mentre solo il 38% della Gen Z lo fa. Al contrario, i Baby Boomers si affidano a tali app per cercare relazioni stabili (55%).

    Le differenze di genere emergono anche nell’uso delle app di incontri. Solo il 15% delle donne della Gen Z le ha utilizzate, di cui il 41% per curiosità o per passare il tempo e il 19% per scopi sessuali. Nel complesso, le donne sembrano meno propense degli uomini (25%) a utilizzare app di incontri.

    Gen Z e modelli imposti di bellezza

    Un aspetto significativo è la pressione esercitata dai modelli di bellezza imposti dai social network. Il 51% dei giovani della Gen Z afferma di sentirne la pressione. Questo fenomeno è particolarmente evidente tra le giovani donne, che vengono influenzate dalla “narrazione” della perfezione veicolata dai social e dalle app, causando insicurezza e disagio legati all’aspetto fisico.

    Tuttavia, nonostante la pressione dei canoni estetici imposti dai social, emergono segnali di cambiamento. Il 68% degli intervistati ritiene che i social promuovano immagini di persone perfette, ma la body positivity sta guadagnando terreno, specialmente tra le generazioni più giovani.

    In conclusione, l’Osservatorio Generation Ship ci offre uno sguardo accurato sulla Gen Z e il suo rapporto col digitale e i social media. E rivela, anche, come le relazioni sentimentali e l’immagine corporea siano profondamente influenzate dalla digitalizzazione e dai social network, con la Gen Z che sta sperimentando una libertà e una fluidità nelle relazioni mai viste prima, ma anche affrontando nuove sfide legate all’aspetto fisico e alla pressione dei canoni di bellezza online.

  • Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Secondo quanto riporta il WSJ, confermando i rumors di un mese fa del NYT, Meta sta considerando l’introduzione di abbonamenti a pagamento su Facebook e Instagram per eliminare la pubblicità personalizzata. E si parla di tariffe per desktop e dispositivi mobili.

    Esattamente un mese fa, in New York Times riferiva della possibilità che Meta potesse pensare di introdurre delle forme a pagamento, per Facebook e Instagram, in modo da non vedere più annunci pubblicitari. A distanza di quattro settimane, quello che poteva sembrare uno dei tanti rumor che affollano il mondo tech e delle aziende social media in realtà sembra essere vero.

    A confermarlo è l’altro grande giornale di New York, il Wall Street Journal che con una notizia esclusiva fa sapere che, di fatto, Meta sta pensando seriamente di introdurre forme a pagamento senza pubblicità.

    E si parla anche di tariffe, a conferma che si tratta di qualcosa di più di una semplice voce di corridoio.

    Se fosse così, e non ci sono motivi per non credere che sia così, anche se Meta non ha commentato queste notizie in via ufficiale, ma ha comunque confermato l’intenzione di trovare soluzioni nel rispetto delle normative vigenti, si tratterebbe di un passaggio storico per l’azienda di Mark Zuckerberg.

    Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Meta pronta ad adottare soluzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Per essere più chiari, Meta è pronta ad adottare soluzioni a pagamento per le piattaforme social media di sua proprietà per ovviare alla limitazione di visualizzazione degli annunci pubblicitari personalizzati, senza il previo consenso degli utenti, come previsto dalle regole UE.

    In questa ottica, riporta sempre il WSJ, funzionari di Meta nel mese di settembre hanno tenuto diverse riunioni con i regolatori della privacy a Dublino e con i funzionari europei della concorrenza digitale. Il piano è stato condiviso anche con altri regolatori della privacy dell’UE che non hanno fatto mancare il loro contributo.

    Si parla quindi di fatti concreti.

    Meta ha comunicato ai regolatori, con cui ha avuto gli incontri, che spera di implementare il piano, che si chiama SNA (subscription no ads), abbonamento senza annunci – nei prossimi mesi per gli utenti europei.

    Questa formula, come dicevamo prima, darebbe agli utenti la possibilità di scegliere se continuare ad accedere a Instagram e Facebook gratuitamente con annunci personalizzati o pagare per avere la versione senza annunci.

    Da quello che si sa, per come lo riporta sempre il WSJ, il piano comunicato da Meta ai regolatori prevede di addebitare agli utenti circa 10 euro al mese su desktop per un account Facebook o Instagram, e circa € 6 per ogni account aggiuntivo collegato.

    Sui dispositivi mobili il prezzo salirebbe a circa 13 euro al mese, perché Meta terrebbe conto delle commissioni addebitate dagli app store di Apple e Google sui pagamenti in-app.

    Al momento non è chiaro però se questo sarà il piano definitivo oppure se la Commissione UE riterrà di intervenire sui costi. Un tema è proprio quello di non rendere l’accesso alla piattaforma troppo costoso.

    Meta con gli abbonamenti abbandona il suo modello di business

    E, per spiegare meglio il perché questo passaggio prefigura comunque una tappa storica per Meta, l’azienda di Zuckerberg per la prima volta di discosta da quello che è sempre stato il suo modello di business, abbracciando la formula a pagamento.

    La formula che ha sempre adottato Meta è quella della piattaforma accessibile da tutti gli utenti, sorretta dalla pubblicità. Con questo piano, Meta cambia il suo modello, adottando la formula degli abbonamenti a pagamento che potrebbero incidere in maniera significativa sui ricavi totali.

    In attesa di capire come evolverà il piano degli abbonamenti a pagamento di Meta, c’è da dire che comunque l’azienda di Zuckerberg già a inizio di questo anno ha dato il via ad una formula molto simile che è quella legata all’ottenimento alla spunta blu, con tariffe molto vicine a quelle citate in questo articolo.

    In ogni caso, questo di Meta va registrato come un nuovo passo dei social media verso formule a pagamento, già adottate da Snapchat e da X. Anzi, per quanto riguarda la piattaforma di Elon Musk, l’idea sarebbe quella di renderla a pagamento per tutti.

    Finisce quindi l’era delle piattaforme gratuite, ricorderete la frase “Se il prodotto è gratis, allora il prodotto sei tu” che diventerà sempre meno attuale. La frase, nel tempo attribuita a diverse persone, trova origine nel blog di Andre Lewis che scrisse così, nel 2012: “Se non lo stai pagando non sei il cliente, sei il prodotto venduto“.

  • Spotify lancia la traduzione vocale dei podcast con OpenAI

    Spotify lancia la traduzione vocale dei podcast con OpenAI

    Spotify lancia la traduzione vocale per i podcast. In collaborazione con OpenAI, sarà possibile avere una traduzione vocale in più lingue. In questa fase di lancio è coinvolto un ristretto gruppo di podcaster con la traduzione dall’inglese allo spagnolo all’interno di episodi disponibili da oggi.

    Per chi fa podcast la possibilità di poter raggiungere un pubblico sempre più ampio è una delle tante ambizioni. Specialmente la possibilità di poter raggiungere persone di altre nazioni. Ma, come potete immaginare, non è semplice poter registrare un episodio in lingue diverse.

    Ed è proprio su questo punto che Spotify ha indirizzato il suo interesse, forte del fatto che ad oggi sono oltre 100 milioni le persone che ascoltano podcast sulla piattaforma di Daniel Ek, un dato che è in crescita.

    Infatti, Spotify ha collaborato con un gruppo di podcaster per tradurre i loro episodi in dall’inglese allo spagnolo con il suo nuovo strumento, e ha in programma di implementare le traduzioni in francese e tedesco nelle prossime settimane.

    Gli episodi pilota arriveranno da alcuni grandi nomi, tra cui Dax Shepard, Monica Padman, Lex Fridman, Bill Simmons e Steven Bartlett. Spotify prevede di espandere il gruppo andando ad includere The Rewatchables di The Ringer e il prossimo spettacolo di Trevor Noah.

    Ma in che modo Spotify riesce a garantire la traduzione del parlato dei podcast?

    spotify traduzione vocale openai franzrusso

    La funzionalità della traduzione è resa possibile grazie allo strumento di trascrizione vocale di OpenAI, Whisper, che può sia trascrivere il parlato inglese che tradurre altre lingue in inglese.

    Lo strumento di Spotify va oltre la traduzione da parlato a testo: la funzione tradurrà un podcast in una lingua diversa e lo riprodurrà con una versione sintetizzata della voce dei podcaster.

    L’intelligenza artificiale alla base dello strumento, attraverso il processo di traduzione e di elaborazione della voce, sarà in gradi di avvicinarsi allo stile del podcaster.

    Tutto questo, secondo Spotify, si traduce in una “esperienza di ascolto più autentica” che diventa “più personale e naturale rispetto al doppiaggio tradizionale“.

    Gli episodi tradotti a voce dai creatori del progetto pilota di Spotify saranno disponibili per l’ascolto sulla piattaforma in tutto il mondo.

    I primi episodi inizieranno a essere distribuiti all’interno della visualizzazione “In riproduzione” a partire da questo lunedì 25 settembre, inizialmente in spagnolo. Le traduzioni in francese e tedesco verranno implementate nelle prossime settimane.

    Come dicevamo all’inizio, attualmente Spotify ha più di 100 milioni di ascoltatori di podcast a livello globale, e più di 5 milioni di titoli di podcast disponibili in oltre 170 mercati.

    E proprio oggi OpenAI ha fatto alcuni annunci, tra i quali il lancio di uno strumento in grado di creare “audio simile a quello umano solo da testo e pochi secondi di discorso campione“. OpenAI afferma che sta intenzionalmente limitando la diffusione di questo strumento a causa delle preoccupazioni relative alla sicurezza e alla privacy che questo strumento comporta.

    Probabilmente, è questo uno dei motivi per cui Spotify afferma che la tecnologia di traduzione per ora viene testata solo attraverso un “gruppo selezionato” di podcaster.

    Al momento, Spotify non ha fornito altri dettagli su come intende rendere disponibile lo strumento o quando aspettarsi un’espansione.

    Intanto, possiamo tranquillamente dire che con questo si è fatto un notevole passo in avanti sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la voce, in ottica massiva.

  • X, per gli utenti il nome della piattaforma è ancora Twitter

    X, per gli utenti il nome della piattaforma è ancora Twitter

    Sono ancora tanti gli utenti che continuano a riferirsi a X chiamandola con il vecchio nome Twitter. Non è solo una sensazione ma è un dato che emerge da un sondaggio di Ad Age negli Usa.

    A quasi un anno di distanza dal passaggio della piattaforma nelle mani di Elon Musk, e a due mesi dal cambio del nome, sono ancora tantissimi gli utenti che si riferiscono alla piattaforma con il vecchio nome “Twitter” e non X, quello voluto appunto da Musk.

    Sono tanti gli account celebri che ancora riportano “Twitter” all’interno della propria bio, come Louis Vuitton, Warner Bros, FBI, l’account di Chrome, ma anche l’account della Biennale di Venezia, della squadra di calcio del Napoli, del Milan e di tanti altri.

    Persino l’account @potus del presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, ha ancora nella sua bio la parola “tweet”.

    Difficile staccarsi da una piattaforma che per 16 anni ha caratterizzato un certo modo di usare i social media, introducendo anche vocaboli diventati, col tempo, parte del lessico quotidiano.

    Al momento, questa non è soltanto una sensazione ma è una impressione supportata anche da dati.

    Gli utenti la chiamano ancora Twitter

    Un recente sondaggio rileva che il 69% degli utenti statunitensi si riferisce ancora alla piattaforma con il nome “Twitter” e ai post come “tweet”. Il sondaggio, che ha coinvolto 1.047 adulti statunitensi di età superiore ai 18 anni, è stato condotto online negli Stati Uniti da The Harris Poll e Ad Age Research dal 6 al 7 settembre.

    Sono sicuro che questo dato troverebbe risultati molto simili anche se fosse condotto in Italia. Risulta ancora molto difficile usare il termine X o usare una definizione anonima come post, già molto usata in generale sui social media, e non solo. Quando, invece, tweet risultava essere un modo autentico e unico per invitare alla brevità e alla sintesi.

    Diciamo che l’operazione di rebranding (perché di questo si tratta, a differenza di ciò che continua a pensare qualcuno) risulta difficile da digerire per molti utenti. La sensazione è che i modi usati da Elon Musk rischiano di allontanare invece di avvicinare gli utenti.

    Dato a margine. Senza fornire alcuna fonte, qualche giorno fa account vicini alla narrazione dei fatti voluta e imposta da Elon Musk condividevano la notizia che sulla piattaforma si è raggiunti il numero di 550 milioni di utenti attivi mensili.

    Operazione di rebranding gestita male

    L’operazione di rebranding poteva essere gestita diversamente, e meglio. Un esempio da citare, restando nel mondo dei social media, è quello di LinkedIn. Microsoft, una volta acquisita la piattaforma, non smantella nulla, anzi. Lascia che la piattaforma resti con la sua impostazione originale, con il suo nome riconosciuto e riconoscibile, realizzando un programma per farla crescere. E così è stato.

    Ma Elon Musk non ha in mente nulla di tutto questo, vuole solo smantellare per non lasciare più alcuna traccia di Twitter. Dal prossimo 29 settembre entreranno in vigore i nuovi termini d’uso che abbandoneranno il nome Twitter e la definizione tweet. Il fatto è che ancora oggi ci sono molte pagine denominate “Twitter” e che riportano ancora la parola tweet.

    Provate a scrivere su Google “linee guida x” e noterete che tra i risultati in prima pagina c’è un link che riporta ad una pagina intestata ancora con “Twitter”.

    Tra l’altro, la stessa descrizione dell’app X, nell’App Store contiene ancora la forma “ex Twitter”.

    Difficile abbandonare Twitter

    Alla luce di tutto questo, risulta difficile per gli utenti abbandonare un logo aperto e amichevole come quello di Twitter e adottare X che, nella maggior parte dei casi, viene associato proprio al senso di chiudere qualcosa. Pensate solo a quando chiudete una pagina del browser, lo fate cliccando su una X. Per niente amichevole o positivo.

    Certo è che Elon Musk e il suo team, nella sua opera di trasformazione della piattaforma verso una “app per qualsiasi cosa“, sta cercando di far passare come nuova metrica di successo quella del tempo trascorso “non angosciato” sulla piattaforma. L’intento è quindi quello di dimostrare che più persone sono soddisfatte mentre usano la piattaforma, per contrastare le affermazioni secondo cui è aumentata la negatività da quando Musk lìha acquistata.

    Da questo punto di vista, anche il sondaggio Harris Poll/Ad Age fornisce alcuni spunti: il 59% degli intervistati che utilizzano X concordano sul fatto che si tratta di “tempo ben speso“. E, allo stesso tempo, il 49% degli utenti di X concorda sul fatto che i contenuti sulla piattaforma sono “generalmente più negativi ora rispetto a prima dell’acquisizione di Elon Musk“.

    Insomma, quasi la metà comunque considera che i contenuti negativi sono più rilevanti rispetto a prima e, di questo passo, sarà davvero difficile far dimenticare Twitter.

  • Meta al lavoro per un sistema IA più potente di GPT-4

    Meta al lavoro per un sistema IA più potente di GPT-4

    Meta non ama stare a guardare e si prepara a entrare nel competitivo mondo dell’Intelligenza Artificiale Generativa. Ovviamente si presenta con grandi ambizioni e una strategia unica, consapevole di sfidare OpenAI e Google.

    Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, sta progettando di entrare nel competitivo mercato dell’intelligenza artificiale generativa. Vediamo insieme qualche dettaglio in più del progetto e le implicazioni per l’industria tecnologica.

    Meta e il suo nuovo progetto IA

    Come riportato dal Wall Street Journal, Meta è attualmente impegnata nello sviluppo di un avanzato sistema di intelligenza artificiale che mira a superare il modello linguistico GPT-4 di OpenAI. L’azienda prevede che il nuovo modello sia pronto per il 2024 e ha l’obiettivo di offrire analisi di testo avanzate e altri servizi alle imprese.

    Obiettivi di Meta nell’IA

    Meta ha ambizioni significative per quanto riguarda l’intelligenza artificiale. L’azienda mira a sfruttare questa tecnologia per potenziare le capacità di analisi del testo e altri servizi aziendali. Ciò include il miglioramento dell’elaborazione del linguaggio naturale, il riconoscimento dei modelli nei dati e l’automazione di attività complesse basate sul testo, come la ricerca, il marketing digitale e l’assistenza clienti.

    Meta al lavoro per un sistema IA più potente di GPT-4

    Come sappiamo bene, Meta non è l’unico attore che punta sull’IA generativa. OpenAI ha già lanciato GPT-4, un modello di intelligenza artificiale avanzato, mentre Google sta sviluppando Gemini, un modello di linguaggio di grandi dimensioni. La competizione è intensa, e ciascuna azienda cerca di dimostrare la superiorità dei propri modelli.

    Per questa nuova iniziativa, Meta può contare su una strategia unica rispetto agli altri competitor. A differenza di OpenAI, che ha utilizzato il cloud computing di Microsoft Azure per distribuire il suo modello, Meta intende addestrare il nuovo sistema utilizzando la propria infrastruttura, compresi i potenti chip di addestramento AI Nvidia H100. Questo approccio potrebbe offrire a Meta un maggiore controllo sulla formazione e le prestazioni del modello.

    Inoltre, Meta ha l’intenzione di rendere il suo modello di intelligenza artificiale open source e gratuito per le aziende, aprendo la strada a una diffusione più ampia. In ogni caso, ci sono preoccupazioni legate a questo approccio, come il possibile uso improprio delle informazioni protette da copyright e la diffusione della disinformazione attraverso sistemi basati sull’IA.

    Meta e il futuro nell’Intelligenza Artificiale generativa

    Questo nuovo progetto di Meta rappresenta un tentativo di Mark Zuckerberg di riaffermare il ruolo dell’azienda nell’ambito dell’intelligenza artificiale, dopo gli investimenti nel metaverso che non hanno ancora prodotto risultati tangibili. Come è noto, l’industria della IA si sta evolvendo rapidamente e Meta non vuole certo restare a guardare, consapevole che dovrà affrontare la concorrenza e le sfide legate all’uso dell’IA generativa.

    In conclusione, il nuovo progetto di Meta nell’ambito dell’intelligenza artificiale generativa mette in gioco nuove sfide e opportunità che l’azienda si appresta affrontare. Il futuro di Meta nell’IA sarà interessante da seguire, poiché l’azienda cerca di ridefinire il proprio ruolo nell’industria dell’IA e compete con giganti come OpenAI e Google. Resta da vedere se Meta riuscirà a realizzare con successo questo ambizioso obiettivo, tenendo conto delle sfide e delle incertezze presenti in questo settore in rapida evoluzione.

    Intanto, segnaliamo che il prossimo 13 settembre si terrà un importante evento negli Usa sulla IA, voluto e organizzato dal senatore Chuck Schumer, a cui parteciperanno tra gli altri anche: il CEO di Google Sundar Pichai e l’ex CEO di Google Eric Schmidt; Mark Zuckerberg, CEO di Meta; Sam Altman, CEO di OpenAI; Satya Nadella, CEO di Microsoft; il CEO di Nvidia, Jensen Huang; e anche Elon Musk, oggi CEO di X, ex Twitter.

  • X aggiorna i termini di servizio e ricorda che i tweet sono post

    X aggiorna i termini di servizio e ricorda che i tweet sono post

    I nuovi Termini di Servizio di X (ex Twitter), che entreranno in vigore il 29 settembre, introducono cambiamenti importanti. Sparisce la parola tweet che viene sostituita da post. E poi ci sono restrizioni sullo scraping e l’ampliamento della raccolta dati. La distanza da Twitter è ormai evidente.

    Chiunque sia entrato oggi all’interno dell’app Twitter/X – che da oggi chiameremo solo X – avrà visto il messaggio in basso che invitata a consultare i nuovi Termini di Servizio (TOS, Terms of Service) che entreranno in vigore dal prossimo 29 settembre.

    Al di là di tutte le cose importanti che questo documento contiene, il messaggio di fondo è che con questi nuovi termini X vuole davvero far dimenticare Twitter. Già all’interno del documento quasi mai viene menzionato Twitter, in luogo di X. Quindi il messaggio è chiaro.

    Anche se esistono ancora link di sottodomini che riportano “twitter.com”.

    Ma X ora punta a cambiare completamente il lessico che Twitter aveva creato nel corso dei 16 anni di vita (intendiamo, dal 2006 fino alla cessione a Elon Musk nel 2022).

    X aggiorna i termini di servizio e ricorda che i tweet sono post

    Nuovi termini di servizio di X, addio al tweet

    Infatti, Twitter era stata l’unica piattaforma social media a creare un insieme di parole che presto sarebbero entrate a far parte del linguaggio comune. Come “tweet”, il contenuto che veniva condiviso sulla piattaforma, prima da 140 e poi da 280 caratteri, usato spesso come un invito ad intervenire brevemente: “dai, dimmelo in un tweet”.

    Dal prossimo 29 settembre tweet non esisterà più, in via ufficiale, esisterà solo l’anonimo “post”, termine usato ormai ovunque sulle diverse piattaforme e diventato di uso comune per “contenuto online”.

    E oltre a tweet cambierà anche la celebre forma “retweet”, che adesso diventa “repost”.

    E poi c’è tutta la parte dedicata allo scraping. Ricordate certamente quando un paio di mesi fa Elon Musk ordinò la limitazione sulle visualizzazioni dei tweet perché sosteneva che la piattaforma era presa d’assalto dai robot crawler dei servizi di intelligenza artificiale generativa. In pratica questi bot visitano diversi siti per poi riportare all’interno del software principale per alimentare i contenuti dell’intelligenza artificiale.

    Adesso è scritto nei TOS di X:

    La scansione dei Servizi è consentita se eseguita in conformità con le disposizioni del file robots.txt, tuttavia, la scansione dei Servizi senza il nostro previo consenso è espressamente vietata“.

    Nelle ultime settimane, X ha anche modificato il suo file robots.txt per rimuovere le istruzioni per tutti i bot crawler, tranne Google.

    Nel 2015, Twitter aveva confermato di avere un accordo con Google per far emergere i tweet nei risultati di ricerca. Adesso non è chiaro se la natura o i termini dell’accordo siano cambiati con la nuova gestione di X.

    X ha anche modificato il file robots.txt per impedire ai crawler di ottenere informazioni come “Mi piace” e “retweet” (quando si chiamavano ancora così) relativi a contenuti specifici. Inoltre, impedisce ai bot di guardare i “Mi piace”, i media e le foto di un account.

    Cos’è il file robots.txt

    Per chi non è avvezzo a termini un po’ più tecnici, un file robots.txt è un piccolo documento utilizzato dai siti web per comunicare con i motori di ricerca e altri robot che esplorano il web, come quelli utilizzati da social media e motori di ricerca.

    Questo file dice a questi robot quali parti del sito possono essere esplorate e indicizzate (rese disponibili nei risultati di ricerca) e quali parti dovrebbero essere evitate. In poche parole, è come una “mappa” che dice ai robot dove sono consentiti e dove non sono benvenuti sul tuo sito web. Questo aiuta a controllare quali pagine di un sito vengono mostrate nei risultati di ricerca e protegge le informazioni sensibili o private, se dovesse essere necessario.

    Tornando allo scraping che X non permetterà più sulla propria piattaforma, sarà difficile ottenere il consenso richiesto, sempre qualche settimana fa, all’interno di uno spazio live, uno Spaces, Elon Musk disse che xAI, società di intelligenza artificiale da lui fondata a luglio, utilizzerà dati pubblici come i post della piattaforma per addestrare i suoi modelli. Ecco spiegato il divieto per le altre piattaforme di intelligenza artificiale generativa.

    Inoltre, aspetto certamente non secondario, la nuova versione dei termini di servizio afferma che X amplierà il volume di dati raccolti sugli utenti, inclusi dati biometrici e anche la storia lavorativa.

    Insomma, X vuole farci dimenticare Twitter e mai come adesso, con questi nuovi termini, la distanza tra le due piattaforme è così ampia.

    Se preferite, potete consultare e scaricare i nuovi termini di servizio di X anche in pdf.

  • Clubhouse ritorna e si reinventa app di messaggistica

    Clubhouse ritorna e si reinventa app di messaggistica

    Clubhouse, dopo il grande successo ottenuto nel 2021, e dopo una robusta riorganizzazione che non ha risparmiato pesanti licenziamenti, ritorna. Le stanze audio aperte a tutti adesso diventano solo chat da condividere con gli amici.

    Si potrebbe dire che Clubhouse è tornata. L’app che ha conosciuto un momento di grande successo nel 2021, per aver saputo interpretare al meglio le esigenze degli utenti, in piena pandemia, e lanciare le “stanze” audio, ritorna dopo aver effettuato un sostanzioso “reset” della propria società. Ad aprile di quest’anno Clubhouse ha rivisto la propria organizzazione aziendale, effettuato licenziamenti massicci in vista di un piano di rilancio.

    E il piano di rilancio sarebbe, stando a quello che Clubhouse comunica, di trasformare l’app delle stanze audio, in modo da  “essere più simile a un’app di messaggistica”, sempre in audio.

    Le conversazioni, che prima erano aperte a chiunque volesse partecipare, adesso vengono chiamate comunemente “chat” e sono aperte agli amici, con lo scopo di scambiarsi messaggi vocali. Diciamo che per certi versi riprende un po’ il concetto delle stories di Instagram, utilizzando la voce.

    Clubhouse ritorna e si reinventa app di messaggistica

    In pratica, adesso si può avviare una chat registrando un messaggio vocale e quindi inviare la chat ai propri amici. Questi ultimi possono entrare e, a loro volta, aggiungere le proprie registrazioni vocali al fine di creare una sorta di collage/conversazione vocale.

    Ovviamente, a seguito di questo cambio di rotta, tutto il design dell’app viene rivisto attorno alle chat che sono adesso in rilievo. Se riprendeste in mano l’app, vi accorgereste che adesso le chat sono in primo piano nella home. Si tratta di un’evoluzione prevedibile ma significativa che segna la trasformazione dell’app delle “stanze” audio, ormai un lontano ricordo, in qualcosa di diverso da quanto era in origine.

    Si tratta di parlare con le persone… e diventare amici nella vita reale con gli amici dei tuoi amici e con persone che altrimenti non avresti mai incontrato“. Questo l’intento che definisce l’obiettivo del nuovo corso di Clubhouse.

    Il declino di Clubhouse, dopo un periodo di straordinaria popolarità, è iniziato con il lancio degli “Spazi audio” da parte di Twitter. Questi “Spazi” sono ancora una caratteristica fondamentale nell’ecosistema di comunicazione di X, l’azienda di Elon Musk, mentre Clubhouse si sta orientando verso conversazioni vocali più intime tra amici, piuttosto che la trasmissione in diretta a un pubblico più ampio. È un cambiamento significativo di rotta.

    Nonostante sia ancora possibile creare le tipiche stanze audio in tempo reale, che hanno reso Clubhouse celebre, la funzionalità adesso è stata resa meno evidente. Dall’interfaccia principale, gli utenti devono ora toccare l’icona del microfono e successivamente selezionare l’opzione “tocca per avviare una stanza in diretta“.

    La versione rinnovata di Clubhouse è disponibile sia su dispositivi iOS che Android.

    Al momento è difficile fare delle previsioni sulla riuscita o meno di questo nuovo corso di Clubhouse. Come hanno sostenuto i due fondatori dell’app, Paul Davison e Rohan Seth, si tratta di una scommessa e non c’è certezza di vincerla.

  • TikTok apre il suo primo data center in UE, a Dublino

    TikTok apre il suo primo data center in UE, a Dublino

    TikTok apre il suo primo data center in Europa per proteggere la privacy e rispettare le normative UE sulla trasparenza dei dati degli utenti. Un passo avanti importante per TikTok a pochi giorni dall’entrata in vigore nel nuovo DSA.

    TikTok ha recentemente preso una mossa significativa per adempiere ai regolamenti europee aprendo il suo primo data center nell’Unione Europea, a Dublino. Questo nuovo centro rappresenta un passo importante nella protezione dei dati degli utenti europei della piattaforma cinese.

    Nell’ambito di questa iniziativa, TikTok ha iniziato a instradare i dati degli utenti europei attraverso il suo data center . Inoltre, l’azienda cinese, ByteDance, ha annunciato piani per aprire altri due data center in Europa, uno in Norvegia e un secondo sempre in Irlanda, entro breve tempo.

    La decisione di TikTok di stabilire un data center proprio in Irlanda è avvenuta in un momento in cui l’Unione Europea ha implementato il Digital Services Act, che ha posto restrizioni significative sulle grandi piattaforme online.

    Questa nuova normativa ha obbligato TikTok a rendere il suo algoritmo facoltativo per gli utenti nell’UE, al fine di garantire maggiore trasparenza e privacy.

    tiktok datacenter ue franzrusso

    Per garantire la massima sicurezza dei dati, TikTok sta collaborando con la società di sicurezza britannica NCC Group, che verifica i controlli e le protezioni dei dati, monitora i flussi di dati e fornisce verifiche indipendenti. Va comunque sottolineato che solo i dipendenti autorizzati possono accedere ai controlli e alle operazioni del sistema.

    Questi nuovi data center fanno parte dell’iniziativa “Project Clover” di TikTok, finalizzata a localizzare l’archiviazione dei dati europei. Questo approccio è paragonabile ad un altro progetto, il “Progetto Texas”, portato avanti negli Stati Uniti, che mira a garantire la privacy dei dati degli utenti instradando i dati attraverso server di proprietà dell’azienda americana Oracle.

    Con crescenti preoccupazioni riguardo ai legami di TikTok con la Cina, i governi in tutto il mondo hanno adottato misure per regolamentare l’app. Ad ogni modo, l’azienda sta adottando azioni concrete per rispettare le norme locali e proteggere la privacy degli utenti. Si tratta, da qualsiasi punto lo si guardi, di un passo significativo mentre TikTok continua a operare in un contesto globale in evoluzione.

    Ricorderete, di recente, come l’Unione Europea e altri paesi abbiano vietato ai funzionari di usare TikTok all’interno del proprio smartphone. Proprio in occasione di questo andamento, avevamo riportato, sempre qui su InTime Blog, uno studio di Gizmodo il quale spiegava il perché di tanta preoccupazione verso TikTok.

    In pratica, lo studio ha dimostrato come TikTok raccolga i dati da oltre 28 mila applicazioni. Si tratta di app che utilizzano l’SDK (il kit di sviluppo dell’app) usato da TikTok. Si tratta di strumenti che integrano le app con i sistemi di TikTok e inviano i dati degli utenti di TikTok per funzioni come annunci all’interno di TikTok, accesso e condivisione di video dall’app.

    Ma le app non sono l’unica fonte di dati di TikTok. Esistono tracker TikTok distribuiti anche su tantissimi siti web. Va poi detto che il tipo di condivisione dei dati che TikTok sta praticando è altrettanto comune a quello che fanno altre app, web e mobile.

    Con piacere, riporto ancora qui il mio breve intervento all’interno del podcast dell’amico Marco Maisano “Ma Perché?”.

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