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  • Instagram e il contatore dei like, la scelta agli utenti

    Instagram e il contatore dei like, la scelta agli utenti

    Lasciare o nascondere il contatore dei like, questo è il problema. Instagram, dopo due anni, ha pensato di risolvere il problema con un test che lascia la scelta agli utenti.

    Lasciare o nascondere il contatore dei like, questo è il problema. Chiunque segua le vicende di Instagram, ma dei social media in generale, conosce già il gran dibattito che si scatenò nel 2019 quando la società, oggi di proprietà di Facebook, decise di nascondere il conteggio dei like, dall’app, rendendolo disponibile solo per il proprietario del contenuto. La specifica “via app”, non è casuale, perché, appunto, i like sono comunque visibile se si accede a Instagram via web, quindi anche via desktop. Anche se esistono decine di app che permettono di ripristinare il conteggio e tornare ad usare l’app come se nulla fosse.

    L’idea, anticipata da un comunicato di Facebook oggi e confermata anche da Adam Mosseri, il capo di Instagram, dal suo account Twitter, sarebbe quella di lasciare la scelta agli utenti. Una scelta “ibrida” possiamo dire, una scelta che, forse, sarebbe stato meglio adottare due anni fa, per poi arrivare ad una eventuale eliminazione del contatore.

    Instagram contatore like utenti franzrusso.it

    Come scritto nel suo thread da Mosseri, “stiamo testando una nuova opzione che permette agli utenti quale esperienza adottare, se si tratta di: non vedere il conteggio dei like sui post di altri utenti, di disattivarli per i tuoi post o di mantenere l’esperienza originale“.

    Riassumendo, il test, avviato su Instagram da oggi, è quindi quello di passare la scelta agli utenti, attraverso tre opzioni:

    • non vedere il contatore dei like sui post di altri utenti;
    • lasciare la possibilità agli utenti di disattivarli anche per i propri post;
    • lasciare tutto come prima.

    In pratica ora, dopo due anni, gli utenti hanno un maggiore controllo su un elemento che ha finito per alterare la dinamica delle condivisioni dei contenuti, privilegiando quelli che ottenevano più like che, spesso, non erano sinonimo di qualità.

    La politica dei like ha poi diffuso ansia e insofferenza tra gli utenti che vedevano solo in quel valore il modo per verificare l’apprezzamento degli utenti. Una modalità, non dimentichiamolo, che ha finito anche, guardando il tema da un punto di vista più ampio, per diffondere “bufale”. L’attrazione che derivava dall’avere un maggior numero di like non era in linea, spesso, con un contenuto di qualità.

    Per arrivare ad una soluzione che propende per un maggiore controllo da parte degli utenti, evidentemente Instagram, così come Facebook, che avvierà a sua volta lo stesso test, si è resa conto che quel dato è ancora importante per gli utenti e che, in qualche modo, bisognava dare una risposta “tranquillizzante”.

    Instagram: al via il test che nasconde il Like in Italia, ma in Canada sono ritornati

    Va detto però che in questi quasi due anni senza contatore la condivisione di contenuti è stata vissuta in maniera più tranquilla, senza patema d’animo. Preoccuparsi dei like distrae dalla qualità dei contenuti, generando un vortice di condivisioni che nulla aggiungono, se non maggiore ansia.

    Staremo a vedere quale sarà il risultato di questo test e quale sarà la conseguente decisione finale da parte di Instagram, e di Facebook.

    Intanto voi che ne pensate?

  • Twitter ha provato ad acquisire Clubhouse prima di lanciare Twitter Spaces

    Twitter ha provato ad acquisire Clubhouse prima di lanciare Twitter Spaces

    Questo è il momento della voce e la notizia che riporta Bloomberg lo conferma. Twitter, mentre stava già lavorando su Twitter Spaces, ha provato ad acquisire Clubhouse per 4 miliardi di dollari.

    La notizia di fatto conferma che questo è il momento della voce. Bloomberg, secondo le proprie fonti, riporta che Twitter, mentre stava già costruendo il suo format per la voce, aveva provato ad acquisire Clubhouse. La cifra che era stata messa sul tavolo è importante, si parla infatti di 4 miliardi di dollari, quando, forse, ancora la stessa Clubhouse non vale va nemmeno 1 miliardo. Ricordiamo, come scritto già ieri qui sul nostro blog, che Clubhouse sta per ricevere un nuovo finanziamento che potrebbe far lievitare il suo valore a 4 miliardi, proprio quella cifra che Twitter era disposta a pagare per inserirla tra le forme di contenuto da usare all’interno della piattaforma da 280 caratteri.

    In realtà, non si sa perché poi le trattative si siano arenate, non si conoscono tutti i dettagli rispetto a questa notizia. Di certo è la conferma che Twitter, tra le concorrenti di Clubhouse, è quella che più sente lo strumento voce come affine alla sua natura. Come se sentisse il bisogno, già prima del fenomeno Clubhouse, di offrire ai suoi utenti uno strumento più per esprimersi.

    twitter acquisire clubhouse franzrusso.it

    E infatti, Twitter in questi giorni ha cominciato ad estendere Twitter Spaces, la sua risposta a Clubhouse, anche agli utenti Android e che in questo mese di aprile sarà disponibile davvero per tutti. E infatti cominciano a comparire con una certa frequenza, e anche una certa costanza, “spazi” (così si definiscono su Twitter, a differenza delle “room” o “stanze” di Clubhouse) nella sezione dei Fleets i contenuti simili alle Stories. Senza dimenticare che presto arriverà anche la versione web, quindi anche per desktop.

    Ricordiamo che nell’arco di un anno, l’arrivo Clubhouse è stato capace di innovare il panorama dei social media come non avveniva da tempo. Di fatto, tutte le atre piattaforma social media, a partire da Twitter, fino ad arrivare a Spotify e anche a LinkedIn, si stanno preparando a lanciare ognuna il proprio format che vede al centro la voce dal vivo.

    La vera differenza che queste piattaforme, includiamo anche Facebook (anche se ancora non si sa davvero nulla di più che un intenzione), hanno rispetto a Clubhouse è che l’audience è sicuramente più alta. Infatti gli utenti che usano Twitter Spaces partono già da una proprio audience costruita nel corso del tempo, mentre su Clubhouse si parte praticamente da zero.

    Insomma, la notizia che Twitter volesse acquisire Clubhouse conferma che il trend della voce è di assoluto interesse. Chiaro che l’intento di Twitter fosse quello di provare ad annullare la concorrenza e provare ad affrontare il mercato con un vantaggio competitivo non da poco. Ma, non è detto che questo non possa avvenire comunque.

  • Social Media e Creator, le piattaforme seguono Clubhouse

    Social Media e Creator, le piattaforme seguono Clubhouse

    Clubhouse permetterà agli utenti di pagare i Creator, in grado di creare contenuti esclusivi. E altre piattaforme social media sono pronte a seguire l’esempio, come già successo con le chat audio.

    Come promesso a fine gennaio, quando la startup ricevette il finanziamento da 100 milioni di dollari da Andreessen Horowitz, Clubhouse ha lanciato la funzionalità che permetterà di pagare i Creator. Chiamata Payments, attraverso questa modalità, gli utenti potranno pagare quelle persone che seguono in quanto capaci di creare “contenuti esclusivi”, i Creator. A loro volta, i Creator avranno la possibilità di guadagnare il 100% dai pagamenti, e questa è un’altra grande novità che permetterà a Clubhouse di metter in crisi la concorrenza delle membership platform.

    Alla fine, Clubhouse, dopo aver lanciato il suo programma di accelerazione “Creator First“, pensato per reclutare Creator e aiutarli a costruire il proprio pubblico, come promesso, l’app che ha rivoluzionato il panorama social media con l’introduzione delle chat audio, permetterà ad un ristretto numero di Creator, per ora, di cominciare a guadagnare.

    social media creator franzrusso.it

    Come funziona payments di Clubhouse

    La funzionalità per i pagamenti di Clubhouse è molto semplice. Una volta toccata l’immagine del profilo del creatori di riferimento, comparirà il pulsante “Invia denaro” (Send Money) offrendo all’utente la possibilità di scegliere quanto pagare. L’intera somma verrà riconosciuta al Creator, a questa andrà aggiunta “una piccola quota di elaborazione della carta” che verrà riconosciuta a Stripe, l’azienda di San Francisco, nata nel 2011, che elabora piattaforme per i pagamenti che già vanta collaborazioni con Google, Amazon, Spotify, Microsoft, Uber, Lyft.

    Ma il vero tema che introduce Clubhouse è quello di portare all’interno di una piattaforma social media la logica “membership”. Ancora una volta Clubhouse può ritenersi pioniera in quanto, con questa mossa, apre la strada ai “social media memerhsip platform”. Perché questo?

    Cresce l’esigenza di contenuti di qualità

    La pandemia ha fatto emergere in maniera evidente quanto ci sia bisogno di accedere a contenuti di qualità, in quanto garantiscono certezza delle informazioni, verificabili, e, cosa non da poco, sicuro valore aggiunto. Possiamo, forse, dire che la pandemia da Covid-19 ha fatto comprendere quanto la logica del contenuto per i “like forzati” non garantisce sempre qualità e valore per chi ne usufruisce. Allora c’è bisogno di altro.

    Vero, Clubhouse in realtà non inventa nulla, esistono già vere e proprie piattaforme di memebership che già attuano questa logica. Solo che, come dicevamo prima, Clubhouse è la prima (se non una delle prime) a sperimentare questa logica all’interno della propria piattaforma. Ecco la novità.

    E come già successo, con l’esplosione delle chat audio, o audio room che dir si voglia, sappiamo già che questa sarà la strategia che adotteranno le altre piattaforme social.

    Cos’è Patreon, la platform membership

    Prima di vedere quali sono, è doveroso, per completezza di informazione, che tra le piattaforme di memebership più usate, ad oggi, non si può non citare Patreon “piattaforma in abbonamento che permette ai creator di ricevere compensi in modo facile. E la società fondata da Jack Conte (CEO) e Sam Yam ha triplicato il suo valore, arrivano a 4 miliardi di dollari, grazie ad un nuovo investimento di 155 milioni di dollari. La dimostrazione che la strada del membership sarà, presto, quella che seguiranno tutti.

    A proposito dei 4 miliardi di dollari di valore di Patreon, è notizia di oggi, riportata da Bloomberg, secondo fonti, che Clubhouse starebbe arrivando allo stesso valore di 4 miliardi di dollari in quanto è in attesa di ricevere un nuovo finanziamento, anche se non si sa di quanto e non si sa da chi. In pochi mesi quindi l’azienda di Paul Davison e Rohan Seth ha visto lievitare il suo valore, pur non avendo ancora un versione per Android (forse arriverà in estate o poco dopo) e pur non avendo ancora generato un modello di business chiaro a tal punto da generare entrate.

    Ecco, l’introduzione della modalità per i pagamenti e il lancio di una strategia chiara proiettata ai Creator da parte di Clubhouse, sono due pilastri su cui si basa tutta la strategia dell’app di chat audio e, nei prossimi mesi, vedremo se questa pagherà.

    Le altre piattaforme social: Super Follows di Twitter

    Intanto le altre piattaforme non stanno solo a guardare. Twitter, che in questi giorni ha rilasciato la possibilità di aprire spazi su Twitter Spaces anche su Android, sebbene sempre in modalità “beta” (se vi va, seguite anche il nostro #SpazioTech) sta per lanciare Super Follows, un programma orientato ai Creator in abbonamento che consentirà loro di monetizzare. La funzionalità permetterà poi alla società di Jack Dorsey di sperimentare una nuova linea di business che consentirà di ottenere nuove entrate. Un modo per smarcarsi, se vogliamo, dalla dipendenza dall’advertising.

    Twitter, il futuro è nelle Community e nei Creator

    Anche TikTok guarda ai Creatori realizzando il “Fondo per Creator”, al quale possono accedere utenti che superano un certo numero di visualizzazioni mensili. Adesso si parla di 100 mila visualizzazioni in 30 giorni. Da alcune stime, emerge che per generare entrate per i Creator, bisogna partire da un minimo di circa 80 mila visualizzazioni per ottenere 1 euro.

    La “Creator Mode” di LinkedIn

    Ai Creator guarda anche LinkedIn, introducendo “Creator Mode”, che verrà rilasciata per gli utenti entro questo mese, permettendo agli utenti di aggiungere funzionalità in modo da rendersi riconoscibili su certi argomenti ed essere considerati come “influencer” o “opinion leader”. Una volta impostata la modalità, il tasto “Connetti” si trasformerà in “Segui”. Inoltre, sarà possibile inserire, all’interno del proprio profilo, degli hashtag che caratterizzano i contenuti dell’utente.

    E sempre LinkedIn è ormai pronta a lanciare la sua audio room, come abbiamo visto qualche giorno da, un altro strumento per aiutare i Creator ad emergere. Anche se ancora non è chiaro il modo con cui gli stessi Creator possano pensare di monetizzare a fronte di una attività sempre più strutturata sulla piattaforma.

    Ecco, questa era solo una considerazione di un grande tema che, vedremo nei prossimi mesi, sarà sempre più al centro dell’attenzione di tutti.

    E voi che ne pensate?

  • Twitter Spaces sarà disponibile anche nella versione web

    Twitter Spaces sarà disponibile anche nella versione web

    Twitter Spaces, dopo il propagarsi su iOS e anche su Android, sta per arrivare anche per versione web, quindi anche per desktop.

    Da qualche giorno, Twitter Spaces si sta propagando anche sull’app Android, diversi utenti, anche in Italia, stanno cominciando ad aprire i propri “spazi” di conversazione, dopo un primo test riservato a pochi utenti su iOS. E infatti, aumentano i momenti live visibili nella sezione dedicata ai Fleets. Ma c’è una notizia che potrebbe ancora di più estendere la diffusione di Spaces ed è quella, confermata poi anche da Twitter, che presto vedremo e useremo Twitter Spaces anche via web. Questo significa poter aprire spazi di conversazione anche dal proprio desktop e non solo, come è adesso, solo via app mobile.

    La prima ad accorgersi della novità, come sempre accade in questi casi, è stata Jane Manchun Wong, la revers engineering specializzata a scovare novità che poi vedremo aperte a tutti, che con un tweet ha “spoilerato” la novità. Nel tweet si vede una anteprima di quello che potrebbe essere la scheda di anteprima dell’apertura dello spazio, visualizzata da web.

    twitter spaces desktop franzrusso.it

    Ma c’è di più. Infatti, un po’ prima della Manchun Wong, uno sviluppatore di Twitter Spaces, “Noah”, che tutti abbiamo imparato a conoscere, ha pubblicato delle schermate di come potrebbe apparire Spaces da desktop.

    Portare Twitter Spaces sul web, e quindi renderlo disponibile anche per desktop, permetterebbe a Twitter di essere ancora più avanti nella grande corsa che vede tutte le piattaforme impegnate a lanciare la propria versione “Clubhouse-like“. Significherebbe, per la società guidata da Jack Dorsey, presidiare una zona, quella web/desktop, finora ancora inesplorata, in fatto di chat audio o audio rooms, che permetterebbe di abbracciare e coinvolgere un pubblico ancora più vasto.

    Di solito Twitter, in questi anni, non ci ha abituato a scatti in avanti nel momento in cui sembrava naturale muoversi in una direzione già segnata (basta guardare la storia di Periscope e del suo epilogo), ma stavolta è diverso. Twitter ha in mano un’occasione unica di anticipare tutti, anche Clubhouse che ancora non ha un versione Android che potrebbe vedere la luce, forse, in estate o più avanti. L’unico competitor diretto, al momento è Discord che ha lanciato la sua versione di audio room, chiamata Stage Channels, su tutte le versione, web e mobile.

    Twitter a questo punto ha tutto per non fallire e provare a tracciare una rotta, guidando le fila. E siamo sicuri che sarà così, anche perché le notizie societarie sono molto positive.

    Twitter, il futuro è nelle Community e nei Creator

    Come ricorderete, lo scorso anno il fondo Elliott (proprietario anche del Milan) aveva investito una grossa quota all’interno della società, con l’intento di mandare via Jack Dorsey e perseguire una strada diversa, che prevedesse innovazione e introiti. Ebbene, a distanza di pochi giorni tutto venne sistemato con l’ingresso di Silver Lake che mise sul piatto 1 miliardo di dollari e la riconferma di Jack Dorsey.

    Tutto questo per dire che la notizia è che Jesse Cohn, l’uomo di Elliott all’interno del consiglio di amministrazione di Twitter si dimetterà non appena la società di Dorsey troverà il suo nuovo direttore. La conferma che la strada giusta è ormai segnata, quella che prevede di raddoppiare i ricavi entro il 2023. E i mercati stanno dando ragione a questa strategia. In un anno, dall’ingresso di Elliott, le azioni di Twitter sono cresciute del 95%.

  • Anche LinkedIn e Spotify pronti a sfidare Clubhouse sulle chat audio

    Anche LinkedIn e Spotify pronti a sfidare Clubhouse sulle chat audio

    Anche LinkedIn e Spotify si apprestano a sfidare Clubhouse sulle chat audio. Due nuove occasioni per gli utenti di creare contenuto audio coinvolgente.

    Da quando Clubhouse è approdato nel mondo dei social media, mettendo la voce al centro della propria piattaforma, diversamente da quanto fatto dalle altre piattaforme in precedenza, non passa giorno che l’elenco dei potenziali competitor si aggiorni. Stavolta è il turno di LinkedIn, l’ultima grande piattaforma social media ad approdare alla forma di contenuto vocale, e di Spotify che, con l’acquisizione di Betty Labs, si appresta ad ospitare anche le conversazioni dal vivo, dopo aver molto investito sui podcast.

    Allora, andiamo con ordine e cerchiamo di capire come le due piattaforme si stanno attrezzando ad entrare nel grande mondo delle chat audio. Prima però è necessario ribadire che ci troviamo di fronte ad un fenomeno, per certi versi, inarrestabile e inevitabile. Certo, siamo ancora qui a raccontare dell’ennesimo esempio di “copia-incolla”, ma non poteva essere che così. I social media costituiscono l’unica, vera e grande, rivoluzione all’interno della comunicazione digitale ed è, appunto, inevitabile che questo fenomeno “copy-pasta” (da copy and paste) continui. D’altronde, tutti copiano la Coca-Cola, ma solo la Coca-cola è unica. Arriveremo, ad un certo punto, che sapremo riconoscere l’unicità come un valore per il fatto che una piattaforma riesce ad interpretare quella novità meglio di chiunque altra. Ed è quello che è successo per le Instagram Stories, meglio riuscite che su Snapchat e che tutti, più o meno, oggi associamo all’idea “contenuto effimero”.

    linkedin spotify chat audio clubhouse franzrusso

    Bene, detto questo, passiamo a conoscere le idee di LinkedIn e Spotify rispetto alle chat audio.

    Anche LinkedIn avrà le sue chat audio

    Come anticipato da Alessandro Paluzzi, il nostro revers engineering a cui nulla sfugge, anche LinkedIn sta sviluppando la sua versione di chat audio. Nell’ottica di offrire sempre nuove modalità di creazione del contenuto, LinkedIn ha poi confermato quello che Paluzzi aveva scoperto dall’app LinkedIn su Android. L’idea della piattaforma di proprietà di Microsoft è quella di offrire la possibilità di creare contenuti audio dall’identità professionale degli utenti. Si tratta quindi di un passo avanti ulteriore, rispetto alle altre piattaforme che si stanno cimentando sulla forma di contenuto vocale, come Twitter con Twitter Spaces (che dovrebbe essere presto disponibile per tutti gli utenti) o Facebook, di cui ancor non si conosce nulla.

    LinkedIn quindi, dopo i video e i video live, la newsletter, le stories, si lancia anche nelle chat audio e conferma di stare lavorando ad un format audio a TechCrunch, offrendo anche un’immagine di come sarà la chat audio sulla piattaforma. Come si vede dall’immagine, a differenza delle altre versioni, qui si differenziano visivamente gli speaker dagli ascoltatori, mettendoli ben in evidenza insieme all’host.

    Cosa offre di più LinkedIn? Di certo la possibilità di estendere la modalità di contenuto in chiave di networking, il vero core della piattaforma. E il contenuto audio può essere poi impiegato anche negli eventi. Come confermato dalla stessa società, il 2020 per LinkedIn è stato l’anno in cui gli utenti hanno usato di più la piattaforma per connettersi con gli altri (+30%), totalizzando 4,8 miliardi di connessioni, considerando che il 60% degli utenti si è spostato verso lo smart working, rispetto all’8% pre pandemia.

    Spotify pronta a lanciarsi negli audio live

    E anche Spotify, piattaforma audio musicale per eccellenza, dopo aver investito molto sui podcast, decide di lanciarsi nella sfida a Clubhouse puntando sugli audio live, andando a completare l’offerta di contenuto che viene messa a disposizione degli utenti. E questo perché la società guidata da Daniel Ek, CEO e co-founder, ha deciso di acquisire Betty Labs, la società che sviluppa Locker Room, l’app audio dal vivo dedicata allo sport. L’app è stata finora disponibile solo all’interno dell’Apple Store per iOS, probabile pensare, a questo punto, che l’app verrà sviluppata anche per Android aprendosi anche ad altri generi (con un altro nome), in modo da permettere agli utenti di creare contenuti audio anche su altri generi, oltre allo sport.

    Sebbene le due app rimarranno separate nella fase iniziale, non è escluso che poi, anche sulla base di come gli utenti useranno l’app per conversare dal vivo, le due possano fondersi un qualche modo. Di certo, lo sviluppo di Spotify verso i contenuti audio dal vivo è molto interessante.

    Come abbiamo visto, da qui in avanti la possibilità di usufruire e creare, soprattutto, contenuti audio sarà alla portata di tutti. Sarà poi l’utente, in base all’argomento, al pubblico a cui vuole parlare, a decidere dove realizzare la sua chat audio.

    A differenza di Clubhouse e di Twitter, LinkedIn e Spotify non hanno specificato se verrà sviluppata una modalità tale da permettere ai creator la possibilità di guadagnare creando degli eventi. Ma siamo certi che anche questa possibilità verrà replicata.

    E voi che ne pensate?

  • Amazon, i sindacati Usa e una strategia social sbagliata

    Amazon, i sindacati Usa e una strategia social sbagliata

    Amazon sta affrontando uno dei momenti più complicati da quando è nata. Il voto in Alabama potrebbe permettere l’ingresso dei sindacati all’interno delle proprie strutture. Ma la strategia social, molto aggressiva, è una scelta sbagliata.

    Come molti di voi sapranno, questa per Amazon è la settimana decisiva, in quanto potrebbe dare vita, per la prima volta in 27 anni, all’ingresso dei sindacati all’interno dei propri magazzini. La posta in gioco per Amazon è molto alta perché significherebbe rivedere i rapporti di lavoro con i propri dipendenti, finora gestiti senza bisogno che ci fosse una organizzazione dei lavoratori ad avanzare le istanze e le richieste degli stessi. Si tratta di uno dei grandi traguardi del secondo datore di lavoro degli Stati Uniti d’America che impiega nel mondo 1,3 milioni di persone. Solo nel 2020, l’anno della pandemia, con la spinta enorme e globale registratasi sul commercio online, Amazon ha impiegato 500 mila persone. In Italia sono circa 9.500 in 40 siti.

    Amazon e Union Vote in Alabama

    Per cercare di riassumere la questione, molto complessa per la verità, diciamo che all’interno del magazzino di Bessemer, Alabama (Usa), a fronte della pandemia, è nata una crescente richiesta di orari di lavoro più congrui, più tempo per le pause (i lavoratori raccontano di due pause di 30 minuti in un turno di 10 ore) e un trattamento più rispettoso. Come già successe nel 2014, per la seconda volta in un magazzino Amazon negli Usa si vota per avere una rappresentanza sindacale che gestisca le relazioni con l’azienda.

    amazon sindacati social media franzrusso.it

    Le operazioni di voto per posta non iniziate a febbraio e si sono concluse nello scorso fine settimane. Da lunedì è iniziata la fase del conteggio dei 6.000 voti e le operazioni potrebbero protrarsi per diverse giorni prima di conoscere l’esito. Nel frattempo, il caso ha finito per coinvolgere, inevitabilmente, la politica e non sono pochi i deputati che hanno preso posizione a difesa dei lavoratori Amazon dell’Alabama.

    In particolare, due senatori si sono schierati apertamente a difesa dei lavoratori e parliamo di Bernie Sanders, che è andato a trovare i lavoratori nel sito di Bessemer, ed Elizabeth Warren.

    Amazon e la strategia sui social media

    Ora, questo era per cercare di contestualizzare un po’ quello che sta accadendo intorno ad Amazon, il colosso e-commerce fondato da Jeff Bezos, l’intento è quello di soffermarci sulla strategia di comunicazione, sui social media in particolare, che l’azienda ha tenuto negli ultimi giorni. Una strategia dura, rude, in alcuni casi anche inappropriata, a testimonianza di come a volte non è vero che le dimensioni dell’azienda corrispondano ad una migliore gestione della propria comunicazione e della propria immagine.

    Dopo che i due parlamentari citati si sono schierati apertamente a favore dei lavoratori, secondo quanto riportato da Recode, Jeff Bezos in persona si sarebbe indispettito non poco, ordinando ai suoi manager di essere più incisivi a contenere le critiche sollevate dai due democratici.

    Di fronte a questa richiesta, mentre le operazioni di voto erano ancora aperte, Amazon decide di optare per una strategia sui social media frontale, molto aggressiva. E, oltre alle lamentele di Bezos, quello che ha preoccupato di più i vertici di Amazon è stato l’annuncio della visita di Sanders al magazzino di Bessemer. A quel punto la parola d’ordine è diventata “combattere”.

    Guardate i tweet che fa Dave Clark, il 24 marzo, quasi a sfidare Sanders sul tema del salario orario che l’azienda garantisce e sulle garanzie.

    https://twitter.com/davehclark/status/1374853182484963332

    Clark alza subito il tiro, vuole lo scontro e non è affatto conciliante. Butta nel mezzo quello che loro fanno, facendo intendere che “quello che facciamo noi non lo fa nessun altro, vai a fare battaglia da qualche altra parte“. Insomma, non un bel modo di conversare per essere il CEO di Amazon, una delle aziende più grandi del mondo. Provate a immaginare se Tim Cook facesse una cosa del genere, sarebbe, appunto, impossibile.

    Amazon sa benissimo che questo “Union Vote” è più grande di quanto si possa immaginare, è in gioco la stessa credibilità dell’azienda.

    E non è finita. Guardate come l’account di Amazon, @AmazonNews, risponde al repubblicano Mark Pocan che, citando con un commento il tweet di Clark, fa notare che nonostante la paga 15 dollari l’ora, Amazon non è un “luogo di lavoro progressista” se ci sono autisti che “fanno la pipì nelle bottiglie“. Guardate con quale aggressività si risponde, tutto il contrario di quello che si dovrebbe fare in questi casi: “La verità è che noi abbiamo più di 1 milione di dipendenti che sono orgogliosi di quello che fanno”.

    L’azienda non approcci alla conversazione cercando di spiegare la propria posizione, come si dovrebbe fare in questi casi, invitando l’interlocutore a “toccare con mano” quello che si sostiene. L’errore è già stato fatto, continuare con una strategia aggressiva non si fa altro che peggiorare le cose. Altro errore è anche quello di ritenere che l’aggressività in questi casi possa poi permettere di raccogliere qualche frutto. Invece, e bisogna dirlo chiaramente, questa strategia porta a raccogliere solo tempesta, come infatti sta avvenendo.

    Come detto prima, anche Elizabeth Warren, in questa occasione, è tornata alla carica sfruttando l’occasione dello Union Vote per rimarcare l’intenzione di presentare una legge che imponga ai colossi di Amazon di pagare “le giuste tasse” ed “evitare di eluderle portando tutto in paradisi fiscali“. Ecco come risponde Amazon:

    Cambiatele pure le leggi, non abbiamo pagato miliardi di dollari di tasse negli ultimi anni, questi sono i fatti“. Ma il diverbio poi è continuato, con la senatrice Warren che sottolinea l’arroganza dei tweet:

    E Amazon risponde così:

    La strategia del “tweeting through it”

    Quasi sempre le grandi personalità, come anche le grandi aziende, quando avvertono di essere in difficoltà o di essere prese di mira, la prima cosa che pensano di fare è adottare una strategia di attacco, pensando che esprimendo il proprio pensiero e le proprie motivazioni con aggressività possa portare a qualcosa di buono. Si tratta di una strategia che il più delle volte viene adottata proprio su Twitter, è quella che in gergo la si definisce “tweeting through it“. Una strategia difensiva che il più delle volte ha finito per complicare le cose. In pratica ad una domanda o ad alcune considerazioni che possono sembrare aggressive, si risponde moltiplicando l’aggressività, alzando il tono della conversazione, spiegando le proprie motivazioni con un tono arrogante e tracotante.

    Un esempio di strategia “tweeting through it” è quella che sistematicamente metteva in campo Donald Trump quando veniva attaccato. E sappiamo tutti come è finita.

    Cosa avrebbe dovuto fare Amazon in una situazione come questa?

    Cosa avrebbe dovuto fare Amazon?

    La risposta è molto semplice: esattamente il contrario.

    Questo perché l’esito del voto dell’Alabama, se vincessero i lavoratori, potrebbe innescare altri voti in altrettanti magazzini Usa e quindi metter in condizioni l’azienda di cedere sul punto che finora ha resistito in questi 27 anni. Quello che rimane, mettendo in pratica una strategia aggressiva, senza minimamente dimostrare di voler ascoltare e aprire un dialogo costruttivo, è il messaggio: “Io sono quello che vi pago di più e voi fate quello che vi dico“.

    Non è un bel modo di comunicare, specialmente sui social media dove il tema è trattato sempre con grande enfasi, capaci di generare conseguenze pesanti per l’azienda. Adesso Amazon potrebbe ancora recuperare in termini di immagine e chiedere scusa. Ma questa volta senza usare Twitter. Non avrebbe senso infatti fare come fanno in tanti, alzare il polverone e poi esporsi chiedendo scusa non aiuta. Il più delle volta si finisce per generare una “toppa peggiore del buco”.

    Ideale, prima dell’esito del voto, sarebbe quello di emanare un comunicato e scusarsi per aver alzato i toni, invitando i parlamentari a un dialogo sereno. Questo aiuterebbe molto, ma non succederà.

  • Facebook pronta a riaprire i suoi uffici dal 10 maggio

    Facebook pronta a riaprire i suoi uffici dal 10 maggio

    Facebook riapre gradualmente i propri uffici. Inizieranno a riaprire il 10 maggio gli uffici della Bay Area per poi pro seguire a riattivare il 10% di Menlo Park. In ogni caso, niente cibo all’interno dei campus e niente autobus.

    Secondo quanto riporta di San Francisco Chronicle, Facebook è pronta a riaprire i suoi uffici, in maniera graduale, seguendo l’andamento positivo della fase post pandemia da Covid-19. Il 10 maggio 2021 apriranno gli uffici della Bay Area, per poi arrivare a riattivare il 10% delle attività di Menlo Park, il quartier generale del colosso fondato da Mark Zuckerberg.

    Le riaperture proseguiranno poi con gli uffici di Freemont, il 17 maggio, Sunnyvale la settimana successiva, il 24 maggio, per poi proseguire il 7 giugno, quando riapriranno le due torri che si trovano al centro di San Francisco. Si tratta quindi di un lento ritorno ad una nuova normalità e di un provvedimento che si affianca a quello che in precedenza prevedeva il ritorno degli uffici a partire dal 2 luglio 2021. Data, quest’ultima, che resta comunque ancora valida per tutti gli altri dipendenti che potranno continuare a lavorare da casa.

    facebook riapre uffici franzrusso.it

    In ogni caso, Facebook prevede di riaprire i siti più grandi entro il 7 settembre 2021.

    Si tratta di un segnale positivo che testimonia come la situazione negli Usa, e in particolar modo in California, stia lentamente migliorando.

    Ma in realtà le prime aperture di Facebook avverranno già nel mese di aprile, quando si riattiveranno le attività in presenza negli uffici di Seattle. In programma c’è anche la riattivazione degli uffici in Asia.

    Gli uffici riapriranno ma con alcune limitazioni. Infatti per i dipendenti non sarà possibile più approfittare del cibo gratis e non ci saranno più gli autobus che porteranno i dipendenti nei campus. Restrizioni che al momento vengono fissate senza limiti di tempo. Una situazione questa che, come annota il SFC, potrebbe aiutare i ristoranti della zona, duramente colpiti dalla crisi pandemica, come in tutto il mondo.

    Altra notizia importante, da sottolineare, è che ai dipendenti non verrà richiesto di vaccinarsi. Una decisione che farà discutere.

    C’è da dire, però, che in parallelo al lento ritorno in ufficio per gli oltre 58 mila dipendenti, Facebook sta comunque assumendo figure professionali che resteranno a lavorare sempre da casa, o comunque in remoto.

    Nell’are di San Francisco, Facebook è la prima grande azienda ad annunciare la riattivazione dei propri uffici. A San Francisco per ora è permesso la riapertura degli uffici solo fino a 25%.

    Ad oggi, i grandi colossi tecnologici, quelli che hanno di certo guadagnato più di altri dalla crisi pandemica, stanno cominciando a rivedere i propri programmi di riapertura delle proprie sedi, in modo graduale.

    Microsoft nei giorni scorsi ha fatto sapere che i dipendenti della sede di Redmond cominceranno a rientrare dal prossimo 29 marzo, lasciano comunque la scelta se lavorare in ufficio a tempo pieno, o da casa, oppure una scelta ibrida tra casa e ufficio.

    Tra gli altro colossi, Salesforce ancora non ha deciso nulla in merito, mentre Google ha fatto sapere che i propri dipendenti potranno lavorare da casa ancora fino a settembre di quest’anno, senza programmare una vera riapertura.

  • Social Media e Privacy, è Instagram quella che condivide più dati online

    Social Media e Privacy, è Instagram quella che condivide più dati online

    Instagram è la piattaforma social media che condivide più dati degli utenti verso terze parti. È quanto emerge da una ricerca di pCloud basandosi sulle categorie delle app su Apple Store.

    Instagram condivide più dati di Facebook. Sembra strano vero? Eppure, è così. La conferma di questa affermazione ci arriva da una recente ricerca di pCloud che ha analizzato il modo in cui le app, tutte o quasi, condividono online i dati dei propri utenti. Un tema questo molto sentito di recente, specie dopo la vicenda che ha riguardato WhatsApp, quando ha chiesto di accettare, senza opzione, il cambio delle condizioni d’uso e della privacy che contenevano o scambio di dati con Facebook, la piattaforma della casa madre.

    Ora, al netto di quelle che sono le regole europee in materia, che proteggono gli utenti del vecchio continente più di quanto si è portati a credere, esiste un grande tema di come le piattaforme condividono i nostri dati con app di terze parti.

    Ormai ci siamo abituati, non del tutto per la verità, ma sappiamo bene che se ci troviamo su una piattaforma e visualizziamo un annuncio, è altamente probabile che, spostandoci da un’altra parte, visualizzeremo comunque la pubblicità di quel prodotto/servizio visto prima. E lo stesso ci seguirà un po’ ovunque. Questo perché nel momento in cui abbiamo accettato le condizioni d’uso, abbiamo accordato questo tipo di trattamento. E spesso, accettiamo senza leggere che cosa stiamo accordando. Accettando quelle condizioni, diamo il permesso a quell’app di trattare i nostri dati.

    social media dati utenti franzrusso.it

    Fatta questa premessa, per cercare di in quadrare bene il tema, vediamo cosa è venuto fuori dalla ricerca di pCloud.

    La ricerca si basa sulle categorie evidenziate da Apple all’interno dell’Apple Store. Sono 14 e permettono di comprendere come vengono trattati i dati degli utenti. pCloud ha basato la sua analisi sulla base di questi dati.

    Intanto partiamo da un dato generale, molto significativo che è questo: il 52% delle app condivide i nostri dati con terze parti.

    I dati dicono che il 43% dei dati raccolti cercando un video su YouTube vengono condivisi con terze parti. Dati che serviranno ad ottimizzare meglio gli annunci da mostrare agli utenti. Se il 43% vi sembra un dato elevato, allora aspettate a sapere quanto condividono le altre piattaforme social media.

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    Instagram, l’app che condivide più dati degli utenti: il 79%

    Quella che condivide più dati degli utenti verso terze parti è Instagram, il 79% dei nostri dati, tra i quali la cronologia di navigazione e le informazioni personali. Questo è il motivo per cui non c’è molto da restare sorpresi se vi sono così tanti annunci sull’app. Circa 1 annuncio ogni 4/5 post sul feed (alle volte anche dopo 3 annunci) e 1 annuncio ogni 3 stories.

    Dopo Instagram si piazza Facebook, che condivide il 57% dei nostri dati, mentre LinkedIn ne condivide il 50%. Notate come il podio, le prime tre posizioni di questa classifica, vede solo piattaforme social media che, di conseguenza, sono le peggiori da questo punto di vista.

    Ma quali sono le app più sicure ì, quelle che condividono meno dati di altre?

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    Ebbene, si tratta di Clubhouse, Netflix e Signal. A proposito di Signal, vi invitiamo a leggere il nostro approfondimento sull’app di messaggistica, al momento, più sicura.

    Anche app come Skype, Teams o Classroom, app che hanno riscontrato un grande successo durante il lockdown dello scorso anno, non condividono tanti dati.

    Ecco, questo era un breve resoconto di questo studio che trovate anche qui.

    E poi, fateci sapere cosa ne pensate.

  • Perché Microsoft potrebbe acquisire Discord, e sarebbe un affare

    Perché Microsoft potrebbe acquisire Discord, e sarebbe un affare

    Microsoft potrebbe acquisire Discord per 10 miliardi di dollari, secondo molte fonti. E per il colosso di Redmond sarebbe un vero affare.

    La notizia sta rimbalzando ovunque e sta facendo, ovviamente, molto discutere. Stiamo parlando della possibile acquisizione di Discord da parte di Microsoft, per una cifra che dovrebbe essere pari o superiore ai 10 miliardi di dollari. Al momento non ci sono conferme ufficiali, ma da più fonti citate dai blog e dai media americani, sembra che il colosso di Redmond sia in vantaggio su altre aziende che hanno manifestato interesse verso la piattaforma di messaggistica online, usata per lo più nel grande mondo del gaming. Secondo fonti raccolte da VenureBeat, in lizza per cercare di accaparrarsi l’affare ci sarebbero, oltre a Mirosoft, anche Amazon, Twitter e Google.

    Di certo è che Discord ha di fronte a sè una scelta obbligata tra due opzioni: provare a vendere al migliore offerente, oppure, andare in Borsa ed evitare la prima opzione. Microsoft in questa fase iniziale è in vantaggio rispetto alle altre pretendenti, anche perché è quella che già dispone di una piattaforma di gaming, come la Xbox, che potrebbe sfruttare le grandi potenzialità di Discord.

    Microsoft potrebbe acquisire-Discord affare franzrusso.it

    Perché Microsoft dovrebbe acquisire Discord

    Ed è proprio in relazione agli sforzi fatti su Xbox, in questi anni, nel cercare di reggere alla concorrenza della Playstation, che Microsoft avrebbe tutto da guadagnare dall’affare con Discord. Infatti, la piattaforma di messaggistica, usata dai gamers per messaggiare tra loro, potrebbe vivere come piattaforma a sè stante all’interno dell’ecosistema Microsoft, così come succede per LinkedIn o Github, ma potrebbe poi integrarsi con Xbox, diventando la piattaforma di messaggistica all’interno della console. Ma potrebbe essere integrata anche in altri prodotti, certo. Se fosse così, Discord potrebbe affiancarsi a Teams e far andare in pensione Skype, piattaforma ormai sempre più desueta.

    Ecco, per queste motivazioni, Microsoft avrebbe tutto da guadagnare da un affare come questo, riuscendo a sorprendere la concorrenza. Per queste motivazioni sarebbe un vero affare.

    Ma cos’è Discord?

    Cos’è Discord

    Discord è una piattaforma di messaggistica nata per community. Quella che ha tratto vantaggio dalle sue caratteristiche è la community dei gamers. Per questo motivo no sorprendono i numeri che caratterizzano Discord.

    Lanciata nel 2015, fondata da Jason Citron (CEO) e Stan Vishnevskiy (CTO), nel 2020 ha generato 130 milioni di ricavi con una crescita del 188%, come riportato dal Wall Street Journal. La piattaforma è gratuita, ma la maggior parte delle entrate deriva da Discord Nitro che offre diverse funzionalità.

    Discord conta 300 milioni di utenti iscritti, 140 milioni di utenti attivi al mese (2021) e circa 20 milioni di utenti attivi al giorno (2020).

    La piattaforma ad oggi vale 7 miliardi di dollari, raddoppiando il suo valore di 3,5 miliardi di dollari dello scorso anno.

  • Twitter, al via il test per vedere i video YouTube sulla piattaforma

    Twitter, al via il test per vedere i video YouTube sulla piattaforma

    Twitter sta sperimentando, su iOS, una modalità che permetterà la visualizzazione dei video di YouTube all’interno del timeline. Curioso il siparietto tra Adam Mosseri e Kayvon Beykpour.

    Twitter sta sperimentando una modalità che permetterà la visualizzazione dei video di YouTube all’interno del timeline. Di conseguenza, sarà possibile vedere il video senza mai lasciare la piattaforma. Solitamente, come avviene oggi, inserendo il link del video di YouTube, la visualizzazione avveniva al di fuori di Twitter, venendo trasferiti appunto su YouTube. In questo modo, per ora il test vale solo su iOS, si potrà continuare a vedere il video rimanendo sempre su Twitter.

    twitter video youtube

    Il tweet di Twitter Support fa vedere come funzionerà:

     

    Il test di Twitter durerà 4 settimane in pochi paesi

    Da quello che si sa, il test per ora sarà possibile solo per un ristretto numero di utenti, localizzati in Canada, Usa, Giappone e Arabia Saudita.

    Il test su iOS sarà un esperimento che andrà avanti per quattro settimane“, ha dichiarato un portavoce della società guidata da Jack Dorsey. “La nostra intenzione è quella di dare di dare un’occhiata ai risultati, alla fine di questo periodo, per poi decidere di conseguenza“.

    Twitter, sarà possibile condividere le immagini nel formato originale

    Questo test si aggiunge a quello già lanciato qualche giorno fa, restando sempre all’interno dei contenuti multimediali. Infatti, Twitter sta sperimentando la modalità di condividere le immagini lasciando che vengano condivise nel loro formato originale. Una volta pubblicate, si vedranno come quando vengono inserite nella composizione del tweet. Senza tagli dunque.

    Come sapete, una volta che viene condivisa un’immagine all’interno di un tweet, questa viene tagliata, lasciando che il focus sia il centro dell’immagine. La visualizzazione viene comunque tagliata, proprio nei punti in cui il taglio non è necessario, con risultati non proprio esaltanti. E pensare che qualche anno fa Twitter pensava di risolvere il tutto affidandosi all’Intelligenza Artificiale.

    Questo test segue ancora un altro test che riguarda, invece, la possibilità di caricare e visualizzare, da mobile, immagini in 4K.

    Twitter, dopo YouTube è la volta di Instagram?

    A margine dell’annuncio dell’avvio del test riguardo alla possibilità di visualizzare il video di YouTube sempre restando su Twitter, vogliamo segnalarvi il simpatico siparietto tra Adam Mosseri, il capo di Instagram, e Kayvon Beykpour, responsabile di prodotto di Twitter. Il tutto è nato da un tweet di Casey Newton, di The Verge, il quale con un tweet provocatorio ha scritto:

    Invitando a fare lo stesso con Instagram , immediata è stata la risposta di Beykpour: “Ci piacerebbe, ma bisogna essere in due a ballare il tango“. Alludendo al fatto che per realizzare la possibilità di poter visualizzare il contenuto condiviso da Instagram sempre restando sulla piattaforma (cosa ad oggi non possibile, infatti), bisogna che ci sia la collaborazione di tutti e due.

    Al tweet di Beykpour risponde proprio Mosseri, chiamato in causa proprio da Casey Newton, con una GIF, senza aggiungere altro:

    E, sempre Beykpour gli fa notare che quello che balla è sempre uno, e non due. Probabile che il messaggio di Mosseri fosse: “Per ora balliamo da soli“. Vale a dire, al momento non ci sarebbe l’interessa da parte di Instagram ad andare avanti.

    La cosa finisce lì, anche se non pochi utenti hanno evidenziato come, forse, la riluttanza di Instagram sia motivata dal fatto che non vuole disperdere altrove l’engagement.

    Su questo punto, Kayvon Beykpour fa notare che non è una questione di engagement, quanto una “questione filosofica” che solo Mosseri potrebbe spiegare, sottolineando la volontà di Twitter a poter proseguire su questa strada.

    Insomma, la possibilità di poter condividere contenuti da Instagram anche su Twitter, non sarebbe male, e sicuramente sarebbe una opportunità per entrambi. Staremo a vedere cosa succederà.

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