Autore: Franz Russo

  • Il ritorno dei Beatles grazie anche all’IA

    Il ritorno dei Beatles grazie anche all’IA

    I Beatles tornano con “Now and Then”, una canzone completata grazie all’intelligenza artificiale. Ecco la storia dietro questa traccia e come la tecnologia ha dato nuova vita alla musica.

    Oggi questa data va ricordata perché segna il ritorno dei Beatles. Il leggendario gruppo di Liverpool, formato da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr ritorna oggi a fare musica insieme. Grazie anche all’intelligenza artificiale. E l’occasione è stata il lancio di una “nuova canzone”, come non accadeva dal 1995.

    La traccia, intitolata “Now and Then”, non è solo un tributo allo straordinario talento del gruppo. È anche un esempio brillante di come la tecnologia di oggi possa dare nuova vita alla musica.

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    Il ritorno inatteso dei Beatles

    La storia dietro la produzione di “Now and Then” è davvero affascinante ed emozionante. Paul McCartney e Ringo Starr, gli unici membri viventi della band, hanno utilizzato la tecnologia di apprendimento automatico per assemblare una traccia finita da una vecchia registrazione “lo-fi” di John Lennon. Questa demo, che risale agli anni ’70, era rimasta incompleta a causa di problemi tecnici.

    Malgrado tutto, grazie alle innovazioni tecnologiche, è stato possibile separare la voce di Lennon dal pianoforte, eliminare i rumori di sottofondo. Questo ha permesso ai Beatles rimanenti di aggiungere la loro magia.

    La magia dell’IA nella Musica

    Il software di apprendimento automatico, sviluppato dal team del regista Peter Jackson per il documentario “Get Back”, ha permesso di separare la voce di Lennon dal pianoforte senza alcuna sovrapposizione o degradazione della qualità.

    Questo ha dato a Paul McCartney e Ringo Starr la possibilità di aggiungere nuovi elementi musicali alla traccia, completandola. La stessa tecnica avanzata è stata poi utilizzata per dare vita a “Now and Then”. Il passato e il presente uniti in un’armonia perfetta.

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    In sintesi, possiamo dire che l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico (ML, machine learning) hanno giocato un ruolo cruciale nel restauro e nel miglioramento delle vecchie registrazioni dei Beatles per il documentario “Get Back”. Lo stesso è valso anche per la realizzazione di “Now and Then”. Si tratta di tecnologie che hanno permesso di superare le sfide tecniche.  E dare vita a un’esperienza audiovisiva di alta qualità che rende omaggio all’eredità dei Beatles.

    L’impresa di oggi non solo celebra l’eredità dei Beatles. Apre anche la porta a infinite possibilità per la musica del passato. Con la tecnologia moderna, vecchie registrazioni possono essere restaurate e rivitalizzate, permettendo alle nuove generazioni di apprezzare la magia della musica in modi mai immaginati prima.

    L’eredità dei Beatles nell’Era Digitale

    “Now and Then” potrebbe essere davvero l’ultimo saluto dei Beatles. Il loro spirito e la loro innovazione continueranno a vivere. Continuando ad ispirare artisti e appassionati di musica in tutto il mondo. E, come sempre, i Beatles ci ricordano che la musica è eterna, proprio come il loro leggendario talento.

    Dove ascoltare la nuova canzone dei Beatles

    Potete ascoltare la nuova canzone dei Beatles sulle piattaforme di streaming, con supporto per il mix Atmos dove supportato. La si può ascoltare su Spotify, YouTube, Apple Music. E poi, sempre da oggi, è disponibile un documentario “Now and Then” su Disney Plus che racconta i momenti in cui Paul McCartney e Ringo Starr hanno contribuito a lavorare sulla canzone.

    Ascoltatela perché è davvero un viaggio musicale straordinario.

  • TikTok, i dati sugli utenti UE e l’importanza del DSA

    TikTok, i dati sugli utenti UE e l’importanza del DSA

    Ecco i dati di TikTok in UE, che evidenziano l’importanza del DSA. Il rapporto contiene i numeri degli utenti nei principali paesi e mostra l’approccio alla moderazione dei contenuti. Da sottolineare l’impatto del DSA sulla trasparenza delle piattaforme online.

    Sulla base delle nuove normative del Digital Services Act (DSA) dell’UE, le grandi piattaforme online, comprese le principali app social media, sono tenute ora a fornire aggiornamenti regolari sui loro utenti attivi nella regione dell’UE. Questi dati vanno ora forniti insieme ad altri importanti aggiornamenti sulla trasparenza.

    Quello che stiamo per presentare riguarda i dati di TikTok. Infatti, l’app di ByteDance ha presentato nuovi dettagli su quanti utenti stanno utilizzando l’app all’interno dei paesi UE. Si tratta di dati che si prestano a tanti utilizzi e interpretazione. E questo, grazie proprio al DSA, potrebbe addirittura rivelarsi utile nella pianificazione dei contenuti.

    L’intero Rapporto di Trasparenza DSA di TikTok può essere consultato, e scaricato, da questo link. Di seguito, vedremo insieme alcuni dati rilevanti rispetto anche alla trasparenza di TikTok in UE.

    Cosa dice il rapporto di TikTok in UE

    Il rapporto descrive l’approccio di TikTok rispetto alla moderazione dei contenuti e alle richieste di informazioni. Include dettagli sulle specifiche violazioni che TikTok ha dovuto affrontare, con “Temi Sensibili e Maturi” che rappresentano il principale motivo di rimozione nell’app, con quasi il doppio delle segnalazioni rispetto all’elemento successivo più segnalato (“Beni Regolamentati & Attività Commerciali”).

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    Il rapporto contiene anche un dettaglio sul numero di persone che lavorano alla moderazione dei contenuti che TikTok ha attivo nell’UE. Sono in tutto 6.125 persone. Inoltre, il rapporto fornisce una panoramica del tempo medio che il team di TikTok impiega per rispondere alle segnalazioni e agli appelli che vengono sottoposti.

    Ovviamente, il dato più interessante, in termini generali, è quello relativo al numero di utenti che utilizzano maggiormente l’app dei video brevi in UE.

    E quindi abbiamo che in UE TikTok registra l’uso più attivo in Francia, con 21,4 milioni di utenti. Segue la Germania con 20,9 milioni di utenti attivi mensili. Al terzo posto troviamo l’Italia con 19,7 milioni di utenti.

    TikTok, gli utenti attivi in UE

    Quindi un dettaglio dei primi 5 paesi UE che usano TikTok:

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    1. Francia: 21,4 milioni
    2. Germania: 20,9 milioni
    3. Italia: 19,7 milioni
    4. Spagna: 18,3 milioni
    5. Polonia: 10,6 milioni

    Il grafico che vedete sopra fornisce una prospettiva interessante sulla crescita relativa di TikTok e dove sta generando il maggior interesse.

    Considerando che TikTok ha 150 milioni di utenti in America, come riferito da TikTok a marzo, vuol dire che 285,9 milioni di utenti TikTok si trovano negli Stati Uniti e nei paesi UE.

    Vale a dire quasi un terzo sul totale.

    Dai dati che sono disponibili, si evince che TikTok abbia anche circa 100 milioni di utenti in Indonesia, 83 milioni di utenti in Brasile e 55 milioni in Russia. Gli altri 500 milioni circa sarebbero distribuiti in diversi altri paesi.

    Il tema da chiarire, sulla base di questi numeri è capire se in effetti TikTok abbia superato o meno 1,5 miliardi di utenti come spesso si riporta. Quel che è certo che si è molto vicini al miliardo di utenti.

    Da considerare che spesso non coincide il largo uso dell’app con il numero degli utenti attivi. Sarebbe interessante poter avere qualche dettaglio in più in questo senso.

    TikTok, Rapporto Trasparenza UE – DSA

    La maggior parte delle azioni di TikTok contro contenuti illegali o dannosi avviene proattivamente, piuttosto che a seguito di segnalazioni degli utenti. Nel settembre 2023, TikTok ha rimosso 4 milioni di elementi di contenuto violativo. Dall’introduzione della nuova opzione di segnalazione, sono state ricevute circa 35.000 segnalazioni di contenuti illegali, corrispondenti a circa 24.000 contenuti. Il 28% di questi è stato ritenuto in violazione delle politiche o delle leggi locali, sulla base delle quali è stato adottato un provvedimento.

    Moderazione dei contenuti:

    TikTok utilizza una combinazione di automazione e moderazione umana per identificare e agire su contenuti che violano le loro politiche. L’accento è posto sulla rilevazione proattiva per rimuovere contenuti violativi. Vengono modelli di visione artificiale, liste di parole chiave e tecnologie di de-duplicazione. La moderazione umana supporta e migliora i sistemi di moderazione automatizzati, fornendo feedback per i modelli di apprendimento automatico.

    Rapporti sui contenuti illegali:

    TikTok ha introdotto un canale di segnalazione aggiuntivo per l’UE, al fine di segnalare contenuti che si ritengono illegali. Questi rapporti sono valutati attraverso una combinazione di automazione o revisione umana.

    TikTok, la moderazione umana con le ultime tecnologie

    Moderatori di TikTok:

    TikTok ha 6.125 persone dedicate alla moderazione dei contenuti nell’Unione Europea alla fine di settembre 2023. I team di Trust & Safety di TikTok guidano l’approccio alla moderazione dei contenuti in tutta l’UE.

    Ordini dalle autorità governative:

    TikTok può ricevere richieste dalle autorità governative dell’UE per rimuovere contenuti o per la divulgazione di informazioni sull’utente.

    Reclami e controversie:

    Gli utenti e gli inserzionisti che violano le politiche di TikTok ricevono notifiche ed è comunque sempre possibile fare appello contro queste decisioni.

    Sospensioni:

    TikTok può sospendere o bandire permanentemente gli account in caso di violazioni delle loro politiche.

    Ecco, possiamo tranquillamente dire che questo rapporto ci mostra dei dati molto interessanti rispetto a TikTok. L’app spesso al centro di polemiche negli ultimi mesi con questo rapporto mostra elementi interessanti. I quali possono tornare utili per fare qualsiasi tipo di considerazione a riguardo.

    In chiusura, val la pena di sottolineare, una volta di più, che tutto questo è grazie al DSA. Spesso, anche questa al centro di polemiche. Speriamo che questo contento possa mettere in chiaro l’importanza di questa norma rispetto ai dati forniti.

  • L’IA generativa e la rivoluzione nel Marketing

    L’IA generativa e la rivoluzione nel Marketing

    L’intelligenza artificiale generativa sta trasformando diversi ambienti, incluso il mondo del marketing. Per cercare di comprendere meglio come l’IA può essere di aiuto alle aziende, ecco tre esperti che condividono le loro visioni.

    Nell’era digitale contemporanea, l’intelligenza artificiale (IA) sta emergendo come una forza trainante anche per il mondo del marketing. L’IA generativa sta rivoluzionando il modo in cui le aziende interagiscono con i clienti, creano contenuti e prendono decisioni strategiche. Ci troviamo in un momento cruciale in cui l’IA generativa sta definendo lo scenario tra presente e futuro del marketing.

    Questa tecnologia offre opportunità senza precedenti per personalizzare la comunicazione, ottimizzare le campagne pubblicitarie e persino rivoluzionare i motori di ricerca. E, come ogni innovazione, porta con sé sfide e domande sul suo impatto anche sul marketing.

    Ma come vedono il futuro del marketing attraverso l’uso dell’IA generativa gli esperti del settore? Tre professori di importanti università italiane hanno condiviso le loro opinioni in un approfondimento realizzato da Giorgia Pisano, Gartner.

    IA generativa e Marketing, il parere degli esperti

    Francisco Villarroel, Università LUISS Guido Carli:
    Quando si parla di IA generativa, una delle domande più frequenti è se in futuro la maggior parte dei contenuti sarà creata dall’IA piuttosto che dall’uomo. Secondo Villarroel, questo è un futuro molto probabile. Già oggi si notano algoritmi che decidono quali contenuti visualizzare. Il passo successivo sarà la creazione di tali contenuti. Tuttavia, sottolinea l’importanza della supervisione umana, essenziale per garantire l’efficacia dell’IA, soprattutto nella preparazione e nella valutazione del contenuto generato.

    IA generativa e la rivoluzione nel Marketing franzrusso.it

    Andreina Mandelli, SDA Bocconi:
    La dott.ssa Mandelli evidenzia come l’IA generativa stia diventando parte integrante dei processi aziendali. Le aziende devono monitorare l’evoluzione di questa tecnologia per sfruttarla al meglio. La tecnologia crea valore quando è utilizzata per generare efficienza o per creare nuove risorse strategiche, come dati e insight utili per comprendere e servire al meglio i clienti.

    Guido Di Fraia, Università Iulm:
    Il dott. Di Fraia fornisce esempi pratici di come l’IA generativa possa essere utilizzata nelle strategie di marketing. Ad esempio, nella fase di awareness, le imprese possono utilizzare l’IA per raggiungere il target specifico. Questo permette di evitare sprechi di tempo e risorse. Nell’email marketing, l’IA può creare email personalizzate; mentre negli A/B test può aiutare a evitare bias, offrendo soluzioni più efficaci basate su test reali sui clienti.

    L’IA Generativa: opportunità e sfide per le aziende

    Mentre ci avviciniamo a un futuro sempre più digitalizzato, l’importanza dell’IA generativa nel panorama del marketing non può essere sottovalutata.

    Secondo un articolo di Salesforce, l’IA generativa ha il potenziale di fornire bozze in pochi secondi. Questo permetterebbe alle aziende di produrre contenuti in modo più efficiente e mirato. Questa capacità di generare contenuti rapidamente e accuratamente può rivoluzionare il modo in cui le aziende interagiscono con i loro clienti.

    Ancora, come sottolineato da Capterra, l’IA generativa può apportare contributi significativi in tutte le fasi del processo di marketing, dalla conversione all’awareness. Questa tecnologia non solo offre alle aziende strumenti avanzati per ottimizzare le loro strategie, ma anche la possibilità di innovare e adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato.

    L’innovazione tecnologica continua a progredire e l’IA generativa emerge come uno strumento fondamentale per le aziende. Una tecnologia che si rivela fondamentale in ottica di competitività.

    Sebbene tutti riconoscono la capacità della IA e le sue potenzialità, è essenziale che le aziende ricordino il valore insostituibile dell’intervento e della creatività umana. Insieme, tecnologia e ingegno umano possono dare vita strategie di marketing davvero rivoluzionarie, centrando le esigenze del cliente in modi assolutamente innovativi.

    [L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3]

  • Meta, in UE arrivano Facebook e Instagram anche a pagamento

    Meta, in UE arrivano Facebook e Instagram anche a pagamento

    Meta introduce la versione a pagamento per Facebook e Instagram in UE, permettendo una navigazione senza annunci. Questa mossa risponde alle normative UE e potrebbe segnare un cambiamento nel panorama dei social media.

    Alla fine, dopo settimane in cui se ne è discusso, Meta lancia in UE una versione di Facebook e Instagram a pagamento. Questa formula è un modo per osservare le regole UE e permettere agli utenti di poter usare le piattaforme di Meta senza visualizzare annunci pubblicitari.

    Come abbiamo imparato in questi anni, nell’era digitale, la pubblicità è diventata una costante nella vita degli utenti. Quando scorriamo il feed di Facebook o Instagram, veniamo bombardati da annunci mirati, basati sulle nostre preferenze e comportamenti online. Spesso si è superato il limite, al punto da richiedere un intervento dell’UE. Con l’intento di salvaguardare gli utenti.

    Ma come si è giunti a questa decisione? Vediamo insieme le motivazioni, i costi, le implicazioni che questa mossa di Meta può comportare. Per gli inserzionisti e per i social media in generale.

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    Dalle prime voci alla conferma ufficiale. I costi

    Le prime voci di un possibile cambiamento nelle politiche di monetizzazione di Meta sono di qualche settimana fa. Gli esperti avevano già previsto che con GDPR e Digital Markets Act, sarebbe stato solo questione di tempo prima che Meta prendesse una decisione in merito. E oggi, con l’annuncio ufficiale di Meta, quelle previsioni sono diventate realtà.

    L’abbonamento senza pubblicità sarà disponibile solo per gli utenti di età pari o superiore a 18 anni in UE, EEA e Svizzera. Il costo previsto è di costerà 9,99 €/mese sul web o 12,99 €/mese su iOS e Android.

    Nella prima fase, a partire da novembre, si applicherà su tutti gli account Facebook e Instagram collegati. Anche se Meta alla fine addebiterà un extra per gli account collegati.

    A partire da marzo 2024, ci sarà una commissione aggiuntiva di € 6 da web o € 8 da mobile, iOS e Android, per ogni account collegato.

    L’azienda afferma che finché qualcuno rimane iscritto, i suoi dati non verranno utilizzati per il targeting degli annunci.

    La mossa di Meta: risposta alla UE o strategia di mercato?

    Mentre l’introduzione dell’abbonamento a pagamento può sembrare una risposta diretta alle normative europee, alcuni ritengono che ci sia di più. Con l’aumento della concorrenza nel mondo dei social media e la crescente richiesta di privacy da parte degli utenti, offrire un’opzione senza pubblicità potrebbe essere una mossa strategica per mantenere e aumentare la base di utenti.

    Resta chiaro l’intento di Meta di non abbandonare il modello di business che si poggia sull’advertising. Anzi, questa situazione permette alla società di Zuckerberg di affiancare un nuovo modello, tutto da sperimentare però.

    Le implicazioni per gli inserzionisti Meta

    Con l’introduzione di un’opzione a pagamento, gli inserzionisti potrebbero dover rivedere le loro strategie. Se un numero significativo di utenti dovesse optare per la formula abbonamento a pagamento, senza annunci, questo potrebbe ridurre la portata degli annunci stessi.

    Tuttavia, questa nuova strada potrebbe anche portare a una maggiore qualità degli annunci. Infatti, gli inserzionisti cercheranno di rendere i loro contenuti più pertinenti e coinvolgenti per il pubblico. Potrebbe avere dei risvolti anche per la versione gratuita.

    Il futuro della pubblicità su Facebook e Instagram

    L’abbonamento senza pubblicità, dunque, rappresenta un cambiamento significativo per Meta. Anche se è improbabile che segni la fine della pubblicità su queste piattaforme, come dicevamo prima.

    La pubblicità rimarrà cruciale per Meta e con l’avvento di nuove tecnologie potremmo vedere forse nuove e innovative forme di pubblicità.

    Un passo verso un futuro più personalizzato?

    L’introduzione dell’abbonamento senza pubblicità rappresenta un passo significativo verso un futuro in cui gli utenti hanno maggiore controllo sulla loro esperienza online.

    Resta da vedere come questa mossa influenzerà l’ecosistema dei social media nel suo complesso. Appare chiaro che stiamo entrando in un’era di maggiore personalizzazione e controllo da parte degli utenti.

    Vedremo quante persone saranno davvero disposte a pagare pur di non vedere annunci pubblicitari.

  • X e i numeri in calo dopo un anno con la gestione di Elon Musk

    X e i numeri in calo dopo un anno con la gestione di Elon Musk

    Da quando Elon Musk ha acquisito Twitter, trasformandola in X, la piattaforma ha subito trasformazioni profonde. E la trasformazione ha portato ad un calo del numero degli utenti e dell’utilizzo della piattaforma.

    È passato un anno da quando Elon Musk ha completato l’acquisizione di Twitter, poi trasformata in X a luglio di quest’anno. Eppure, è stato un anno complicato per la piattaforma che, di fatto, ha cancellato definitivamente Twitter, introducendo funzionalità che ne hanno trasformato la forma e la sostanza. E il cambiamento vero lo si nota nel nuovo algoritmo, quello cha ha dato forma alla nuova piattaforma voluta da Elon Musk.

    Questa vuole essere l’occasione per fare qualche considerazione su ciò che è oggi X, la sua percezione, i numeri oggettivi (cioè forniti da società terze) in modo tale da avere una informazione oggettiva, senza pregiudizi o critiche.

    Per inciso, chi scrive non ha mai fatto mancare le sue critiche, a volte anche pesanti, su Twitter che non è mai stata una società perfetta e senza problemi. Per chi volesse, è tutto raccontato qui, su questo blog.

    Ma andiamo avanti.

    L’evoluzione di X sotto il controllo di Musk

    L’anno che X sta festeggiando, giustamente, non è stato tutto rose e fiori. Sono stati 12 mesi molto turbolenti, come turbolento è Elon Musk, l’uomo-impresa che incarca da solo la società, lasciando a Linda Yaccarino il compito di tenere buoni gli investitori. Impresa, come vedremo, assai ardua.

    Di sicuro avrete notato che i festeggiamenti del primo anno della nuova piattaforma X sono coincisi con l’annuncio dell’arrivo delle videochiamate via messaggi diretti. Significa che ormai l’app va sempre più nella direzione tracciata da Musk proprio un anno fa, ossia quella dell’app per qualsiasi cosa.

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    Tempo un anno, o forse meno, e l’app implementerà il sistema di pagamenti. A quel punto il cerchio si chiude e X rappresenterà quello che abbiamo già evidenziato. Diventerà una sorta di WeChat con poche possibilità di poter operare nei paesi UE.

    I numeri di X ad un anno dall’acquisizione

    I numeri diffusi da X, con il post a firma proprio della Yaccarino, dicono questo:

    • X ha oltre 500 milioni di utenti attivi mensili;
    • gli utenti X trascorrono 7,8 miliardi di minuti su X al giorno;
    • l’utente medio trascorre su X più di 32 minuti al giorno;
    • ogni giorno si registrano circa 1,5 milioni di nuovi account;
    • tutte le principali agenzie pubblicitarie ritornano a fare pubblicità su X;
    • 90 dei 100 principali investitori pubblicitari di X di un anno fa hanno ora ripreso le campagne.

    Molti di questi dati sono confutati da analisi di terze parti.

    Ora, se guardassimo i numeri di X, rispetto a quella che è la narrazione fiorente di Musk (senza fornire alcuna fonte dei dati che menziona), ci si accorgerebbe che la realtà sarebbe un’altra. E infatti…

    X ha dichiarato a settembre di avere 245 milioni di utenti attivi giornalieri, un numero inferiore rispetto ai 259,4 milioni del novembre 2022, ma superiore ai 237,8 milioni che l’allora Twitter aveva divulgato per il secondo trimestre del 2022, l’ultima volta che ha presentato pubblicamente i risultati finanziari, prima che Musk rendesse privata la società.

    I dati forniti da società di terze parti, in realtà appunto, sono meno ottimisti. Secondo i dati di Sensor Tower, gli utenti attivi giornalieri di X tramite app mobile sono diminuiti del 16% a settembre rispetto a quando Musk ha assunto il controllo della piattaforma. Si tratta del peggiore dato rispetto alle altre piattaforme “competitor”. Snapchat, ad esempio, cresce più di tutte le altre facendo registra +11%.

    X utenti in calo 2023 WSJ franzrusso

     

    A settembre 2023, X ha 183 milioni di utenti attivi sulla piattaforma, un numero assai inferiore rispetto a quando vuole la narrazione di Musk. Addirittura ben al di sotto dei 315 milioni di utenti attivi giornalieri “monetizzabili” che Twitter si era impegnata a raggiungere entro la fine di quest’anno, prima che intervenisse l’acquisizione di Musk.

    X dopo un anno in calo utenti e download

    Snapchat, visto da Twitter come elemento di comparazione per quanto riguarda il numero di utenti attivi al giorno, ha ormai raggiunto la soglia dei 400 milioni di utenti attivi giornalieri. Sono invece sempre più distaccate da X piattaforme come YouTube, con oltre 2 miliardi di utenti attivi al giorno, e Facebook, con oltre 1,4 miliardi di utenti attivi al giorno.

    Ancora, i dati che offre Sensor Tower rispetto ai download delle app riflettono questo trend al ribasso di X. I download sono calati dopo che Musk ha improvvisamente rinominato la piattaforma X, come dicevamo a luglio di quest’anno. Questo perché le persone in cerca di “Twitter” non sapevano che l’app avesse cambiato nome. Un piccolo pasticcio possiamo dire, dettato dalla fretta di anticipare i tempi per stare al passo con Threads. Stiamo parlando dei tempi del famoso incontro tra Musk e Zuckerberg, quello che si sarebbe dovuto tenere al Colosseo.

    Qualche settimana fa avevamo riportato che il 69% degli utenti statunitensi si riferisce ancora alla piattaforma con il nome “Twitter”.

    X in queste settimane ha affermato di avere registrato uno slancio, segnalando questo mese i propri dati che mostrano che 1,5 milioni di persone si iscrivono a X ogni giorno, in crescita del 4% rispetto allo scorso anno. Dato riportato sopra.

    L’evoluzione di X e il rapporto con gli inserzionisti

    I numeri degli utenti sono importanti per attrarre inserzionisti che vogliano investire in advertising su X. E il compito di attirare nuovi inserzionisti e trattenere quelli attuali è affidato alla CEO di X, Linda Yaccarino. Ebbene, come parte del suo progetto che comprende uno scenario ben più positivo dello stato del business, affermando che il 90% dei primi 100 inserzionisti dello scorso anno sia ritornato, in realtà le cose stanno in modo un po’ diverso. Ricordiamo che la pubblicità fornisce a X la maggior parte delle entrate dell’azienda, sebbene la società di Musk abbia lavorato sulla crescita di entrate da altre fonti, come gli abbonamenti.

    Ma i segnali che arrivano sono molto più deboli, in particolare per quando riguarda mercato pubblicitario degli Stati Uniti, quello più importante per X. Sono tante le agenzie di pubblicità che affermano di dover ancora vedere un ritorno su larga scala a X e che alcuni marchi stanno, davvero, tornando sulla piattaforma, ma spendendo molto meno. Musk ha dichiarato il mese scorso che le entrate pubblicitarie statunitensi di X sono diminuite del 60% dall’acquisizione.

    E poi, c’è un altro tema che in questi mesi ha tenuto banco, e cioè il valore di X rispetto a quello reale. Se è vero che Elon Musk ha chiuso una acquisizione da 44 miliardi di dollari, è però vero che il valore reale si aggira al di sotto della metà. Si parla infatti di un valore di 20 miliardi di dollari rilevato a marzo di quest’anno.

    Ma anche su questo fronte Musk alimenta ottimismo. Si è addirittura sbilanciato a dire che un giorno, senza specificare di quale anno, X potrebbe valere addirittura più di 250 miliardi di dollari.

    Il futuro di X passa anche dall’UE

    Questa è solo una parte del resoconto. Ci sarebbe poi da considerare, i maniera sostanziale, che questi 12 mesi hanno cambiato in maniera basilare l’esperienza utente sulla piattaforma. E questo è un dato evidente che si evince anche dai dati riportati qui.

    Ci sarebbe poi da aggiungere le polemiche che Musk ha alimentato con l’UE a proposito dell’aumento di disinformazione. Ci sarebbe da aggiungere le modifiche apportate che finiscono per danneggiare gli editori, con cui Musk è in polemica quotidianamente.

    Di recente si è paventata la possibilità di eliminare X dall’UE, ipotesi poi smentita ma che in realtà potrebbe verificarsi. Si tratta di uno scenario non proprio lontano dalla realtà.

    Per non parlare del taglio del personale, -75%, taglio che ha finito per coinvolgere anche i dipartimenti legati alla sicurezza della piattaforma. Non sono opinioni queste, sono dati di fatto.

    In conclusione, l’evoluzione di Twitter/X sotto la guida di Elon Musk ha portato a cambiamenti significativi, sia in termini di gestione aziendale che di esperienza utente. Mentre alcune delle decisioni di Musk hanno suscitato polemiche e preoccupazioni, è innegabile che la piattaforma stia attraversando una fase di profonda trasformazione.

    Sarà interessante osservare come X si svilupperà nei prossimi mesi e se riuscirà a realizzare le ambiziose visioni del suo controverso leader. Ciò che è certo è che, indipendentemente dalla direzione in cui si muoverà, X continuerà a essere al centro dell’attenzione, alimentando dibattiti e discussioni nel mondo dei social media e oltre.

  • Threads ha poco meno di 100 milioni di utenti, senza UE

    Threads ha poco meno di 100 milioni di utenti, senza UE

    Threads, l’app di Meta, ha “poco meno” di 100 milioni di utenti a 5 mesi dal lancio ufficiale. Senza essere presente in UE. Ma nonostante tutto e le preoccupazioni sulla privacy, Zuckerberg si dice ottimista.

    A distanza di cinque mesi dal suo lancio ufficiale, Threads, l’app di Meta che si è candidata a “sostituire” Twitter/X, ha “poco meno” di 100 milioni di utenti. Ad offrire questo dato, molto atteso per la verità, è stato proprio Mark Zuckerberg, CEO e fondatore di Meta (Meta Platforms Inc.), la holding che comprende al suo interno Facebook, WhatsApp, Instagram e Oculus, a margine della call di presentazione dei dati finanziari relativi al Q3 2023.

    In più, Zuckerberg pensa che questa intrapresa sia la strada che potrebbe portare Threads a raggiungere il fatidico traguardo del miliardo di utenti, giusto per essere ben accolta in famiglia dalle altre app.

    Ho pensato per molto tempo che ci dovrebbe essere un’app di conversazioni pubbliche da un miliardo di persone che sia un po’ più positiva e penso che se continuiamo su questa strada per qualche altro anno, abbiamo buone possibilità di realizzare la nostra visione“, ha detto Zuckerberg.

    Quando dice “più positiva” ovviamente il riferimento è a X, la piattaforma che Elon Musk ha acquisito esattamente, oggi, un anno fa, quando si chiamava ancora Twitter.

    threads quasi 100 milioni utenti franzrusso

    Threads, partenza a razzo e poi il crollo

    Come abbiamo raccontato, Threads in questi mesi ha fatto registrare momenti davvero turbolenti. Ricorderete tutti il momento del lancio, avvenuto lo scorso 5 luglio, e di come, nonostante il record di 100 milioni di utenti in soli 5 giorni, nel giro di poche settimane abbia perso l’80% del coinvolgimento sulla app e oltre il 50% degli utenti attivi.

    Ora questi numeri offerti da Zuckerberg sembrano delineare un altro scenario. E cioè che Meta intende ancora investire su Threads con l’obiettivo di portarla sempre più in alto.

    In questi ultimi mesi, e nelle ultime settimane in particolare, Meta ha introdotto su Threads molte funzionalità attese, tra cui la versione web dell’app, la possibilità di cercare post e una funzione di modifica del contenuto, che non si paga.

    Come sappiamo, l’app rimane ancora non disponibile in Europa a causa dell’incertezza di Meta sulla sua capacità di conformarsi alla nuova normativa DMA, Digital Markets Act.

    In un post su Threads di mercoledì, il capo di Instagram, Adam Mosseri, ha scritto che “spero che possiamo adeguarci presto per l’Europa, i primi progressi di Fediverso, migliori integrazioni di Instagram e tendenze nei prossimi mesi“. Quindi l’approdo nei 27 paesi UE non è imminente come invece si era creduto.

    Threads non presente in UE, lo sarà ancora per mesi

    L’app è stata descritta come un “incubo per la privacy” dai giornalisti tecnologici europei perché, nonostante sia un’app autonoma, importa dati personali da Instagram.

    Nella sua versione americana, gli utenti di Threads vengono informati che l’app raccoglie un’ampia gamma di dati, tra cui informazioni sanitarie e finanziarie, cronologie di navigazione, posizione, acquisti, contatti, cronologia delle ricerche e informazioni sensibili.

    Una simile impostazione è, di fatto, incompatibile con le normative UE ed è per questo motivo che Meta non ha compreso i paesi UE al momento del lancio ufficiale.

    Staremo allora a vedere con grande attenzione cosa succederà su questo fronte, è quindi altamente probabile che Threads non si affaccerà all’interno dell’UE prima della fine del 2023.

    Meta, dati finanziari in breve

    Infine, tornando brevemente sui dati finanziari del terzo trimestre di quest’anno di Meta, diciamo che la società di Zuckerberg ha guadagnato 34 miliardi di dollari di entrate, in aumento del 23% rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso.

    Note molto positive rovinate però dalle pesanti perdite accumulate dalla divisione Reality Labs. Si parla ci una cifra in perdita di 25 miliardi di dollari. Meta si aspetta che le sue perdite operative aumenteranno “significativamente” anno su anno.

  • Cominciano a cadere le prime alternative a X, come Pebble

    Cominciano a cadere le prime alternative a X, come Pebble

    A un anno dall’acquisizione di Twitter – oggi X – da parte di Elon Musk, l’alternativa Pebble, nata come T2, annuncia la chiusura. Nel panorama dei social media, la concorrenza si intensifica e le nuove piattaforme iniziando ad affrontare difficoltà impreviste.

    A distanza di un anno dall’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk dire che la piattaforma, che ora si chiama X, resista ancora appare cosa ovvia. Resiste ancora, ma non certo con la forza che qualcuno si aspettava.

    Con tutto quello che è avvenuto in questo anno, con il pullulare di alternative a Twitter/X, a distanza di 12 mesi possiamo dire che forse qualcosa sta cambiando. E non è detto che questo cambiamento significhi miglioramento.

    Intanto nel grande mare delle alternative a Twitter qualcuna comincia a arenarsi definitivamente. Ed è il caso di Pebble. Il sassolino smette di funzionare.

    Ascesa e caduta di Pebble, ex T2

    La piattaforma nata inizialmente come T2, fondata da ex dipendenti di Twitter, e poi conosciuta come Pebble ha annunciato che smetterà di funzionare a partire dal 1 novembre prossimo. Una notizia che può sembrare una delle tante che si leggono durante il giorno sul web e sui social media, ma che in verità ci dice molte cose.

    Intanto è che la forza propulsiva di andare oltre Twitter/X si è esaurita e chi andava alla ricerca di alternative a Twitter ha trovato il suo luogo dove restare. E poi, questa notizia ci dice anche che X resta ancora forte, grazie comunque al fatto che molti utenti restano all’interno della piattaforma continuando ad usarla come prima, nonostante i cambiamenti introdotti nell’ultimo anno.

    addio pebble franzrusso.it

    E, ancora, che creare una alternativa a Twitter in realtà è quasi impossibile. Perché Twitter resta una esperienza irripetibile, con tutti i suoi difetti.

    Questo lo si vede proprio dalla fine di Pebble. La piattaforma T2 (e forse, come riconosciuto anche dai fondatori, il cambio di nome deciso negli ultimi mesi non ha aiutato) è arrivata in queste ultime settimane ad esaurire tutte le sue forze, facendo segnare circa 3 mila utenti attivi al giorno su 20.000 utenti registrati. Numeri poi arrivati a 1.000 utenti giornalieri dopo il rebranding.

    Eppure, i numeri erano partiti bene con circa il 60% di conversione sulla base delle decine di migliaia di inviti inviati. Un finanziamento inziale di 1,1 milioni di dollari che includeva investitori come l’ex VP di Google, Bradley Horowitz, il co-fondatore di Android, Rich Miner, e l’ex CEO di Wikipedia, Katherine Maher non è bastato.

    L’ipotesi di Pebble era che gli utenti desiderassero un’alternativa a Twitter che desse priorità alla fiducia, alla sicurezza e alla moderazione, fin dall’inizio. Per questo motivo, e fin dall’inizio, il team fondatore (in cui vi è anche Gabor Cselle, Group Product Manager di Twitter) includeva anche Sarah Oh, ex consulente per i diritti umani di Twitter.

    Pebble continua a credere che il suo approccio alla moderazione fosse corretto. Anche se non è stato alla fine un fattore di crescita.

    Siamo immensamente orgogliosi di ciò che il nostro team e la nostra comunità hanno realizzato insieme – scrive Pebble – e ci sentiamo validati dal fatto che la nostra visione per Pebble si sia rivelata vera: una crescita mirata, sostenuta da un profondo impegno per la sicurezza, può favorire una bellissima comunità online piena di autentica connessione umana. La dura realtà, tuttavia, è che non stavamo crescendo abbastanza velocemente per convincere gli investitori che avremmo avuto successo. Unendosi a un mercato affollato di alternative, la salita diventa ancora più ripida. Per continuare a sviluppare Pebble, avremmo avuto bisogno di più investimenti e più tempo”.

    Già il tempo. La variabile che ormai determina il successo o la fine, come abbiamo visto in questo caso, di un progetto che punta a creare nuove strade. E siccome in questo mare si naviga velocemente, con altrettanta velocità bisogna essere bravi ad imporsi con idee chiare sin da subito.

    E poi, il cambio del nome, come dicevo prima, non ha aiutato. Forse per staccarsi da quella “T” che richiamava subito Twitter si è pensato che un nome diverso potesse essere più attraente. Ma così non è stato.

    Il grande mare delle alternative, dunque, comincia a restringersi, a ridursi verso quelle idee che hanno superato questa prima fase che coincide con il primo anno di X a guida Elon Musk. E sicuramente la chiusura di Pebble potrebbe rivelarsi un segnale da non sottovalutare per tutte quelle alternative che ancora riescono ad attrarre utenti in cerca di luoghi sicuri e alternativi a Twitter.

    Lo scenario delle alternative a X e il futuro

    E pensiamo a Mastodon, a Bluesky, a Threads di Meta, tanto per citare quelle che al momento stanno provando a ricavarsi uno spazio proprio.

    Chiaro che tra tutte Threads sembrerebbe avere una marcia in più, che si chiama Meta. Ma il fatto di non essere presente nei paesi UE e anche quello di non avere ben chiaro cosa fare con la condivisione delle notizie, non è detto che riesce il suo intento. Specie se consideriamo che nel giro di poche settimane dal suo lancio perse circa l’80% degli utenti.

    Senza dimenticare Bluesky. Il progetto iniziale di piattaforma decentralizzata voluto da Jack Dorsey, oggi fuori dalla società, con 1,5 milioni di utenti si candida seriamente come valida alternativa a Twitter/X. Anche se resta ancora in versione beta chiusa, cioè ci accede solo con invito.

    Certo, la crescita di valide alternative avrebbe come ricaduta la perdita di appeal di X. Che si troverebbe a dover fare i conti, in maniera seria, con una situazione molto difficile, dove gli utenti sono in calo e dove la raccolta pubblicitario è crollata, a detta dello stesso Musk.

    Insomma, alla luce di tutto questo resta però il fatto che una delle candidate a sostituire Twitter, come idea iniziale, si ferma. Ce ne sarà una prossima?

  • Il British Museum digitalizza le opere per difendersi dai furti

    Il British Museum digitalizza le opere per difendersi dai furti

    Il British Museum, in risposta a recenti furti, ha lanciato un ambizioso progetto di digitalizzazione. Il progetto mira a migliorare la sicurezza e l’accesso pubblico.

    Il British Museum, uno dei più importanti musei al mondo, ha annunciato un corposo piano per digitalizzare l’intera collezione. L’obiettivo è, attraverso questa operazione molto ambiziosa, di aumentare la sicurezza e l’accesso pubblico e, allo stesso tempo, rispondere anche alle richieste di restituzione di alcuni oggetti.

    Attraverso questo progetto, si prevede l’aggiornamento o il caricamento di 2,4 milioni di documenti e si stima che richiederà cinque anni per essere completato. Probabile, quindi, che nel 2029 ci sarà una versione del musei visitabile in digitale.

    Il museo è giunto a decisione dopo la rivelazione del furto di 2.000 oggetti. Gli oggetti preziosi conservati all’interno del museo sono stati rubati da un ex membro dello staff, identificato come l’ex curatore Peter Higgs. Al momento, gli oggetti recuperati sono circa 350 e il mese scorso il museo ha lanciato un appello pubblico per chiedere una mano nella ricerca degli oggetti mancanti.

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    La digitalizzazione come misura di protezione

    Il direttore ad interim del museo, Mark Jones, ha dichiarato: “Dopo aver scoperto che degli oggetti sono stati rubati dalla collezione, abbiamo adottato misure per migliorare la sicurezza. Crediamo fermamente che la risposta più importante ai furti sia aumentare l’accesso alle opere. Più una collezione è conosciuta e utilizzata, più rapidamente si notano eventuali assenze.

    British Museum ha anche annunciato dei progetti per un “accesso potenziato” alle sue sale di studio, dove il pubblico e i ricercatori possono vedere gli oggetti della collezione su appuntamento. A seguito dei furti, l’istituzione del museo ha modificato le sue regole di accesso, impedendo a chiunque di entrare da solo nelle sue camere blindate.

    Il caso del furto ha avuto una grande eco in Uk. E nello stesso giorno in cui è stata annunciata questa iniziativa di digitalizzazione, Mark Jones e il presidente del consiglio di amministrazione, George Osborne, hanno testimoniato presso la Commissione per la Cultura, i Media e lo Sport del Parlamento britannico. Al centro dei colloqui sono state le dinamiche dei furti, delle modifiche alle politiche adottate in seguito ai furti e di come il museo gestirà le segnalazioni di illeciti in futuro.

    Osborne ha inoltre rivelato, sempre in fase di testimonianza, che la digitalizzazione della collezione avrà un costo stimato di £10 milioni (circa 11,5 milioni di euro). La somma non verrà finanziata dal governo o dai contribuenti, ma il British Museum spera di raccogliere fondi privatamente.

    Il museo ha già digitalizzato metà della sua collezione come parte di un progetto avviato nel 2020.

    La Questione dei Marmi del Partenone, e non solo

    E, trattandosi di una grande istituzione museale al livello mondiale, in risposta ai recenti furti, il ministro della cultura greco, Lina Mendoni, ha espresso preoccupazione riguardo alla “ospitalità” fornita ai marmi del Partenone presso il British Museum, uno dei tanti vanti del museo. Osborne ha risposto dicendo di essere in contatto diretto con il governo greco per creare una “vera partnership”, che potrebbe vedere oggetti provenienti dalla Grecia esposti a Londra e pezzi della collezione del Partenone viaggiare in Grecia.

    Ma Osborne, di fronte alla Commissione, ha tenuto a sottolineare come questi sforzi di digitalizzazione siano anche una risposta alle richieste di rimpatrio, nei rispettivi paesi di provenienza, di tante opere presenti nel British Museum.

    In ogni caso, a fronte di sforzi per digitalizzare i musei come risposta ai tanti furti subiti, e per proteggersi meglio, già un rapporto del National Science Foundation, nel 2019, sollecitava progetti simili come parte di una strategia globale per proteggere gli oggetti reali da elementi esterni e per consentire un maggiore accesso ai ricercatori.

    Va detto che lo stesso rapporto affermava che ci sarebbero voluti decenni prima che la maggior parte dei musei venga completamente digitalizzata, con un costo globale di 500 milioni di dollari.

    Il British Museum, un tesoro culturale

    british museum londra franzrusso.it

    Il British Museum è uno dei musei più conosciuti e visitati al mondo, situato nell’area di Bloomsbury a Londra. È stato fondato nel 1753 e ha aperto le sue porte al pubblico nel 1759. Il museo ha la distinzione di essere stato il primo museo nazionale a coprire tutti i campi della conoscenza umana. La sua collezione permanente, che comprende otto milioni di opere, è dedicata alla storia umana, all’arte e alla cultura.

    Il British Museum è particolarmente noto per le sue eccezionali collezioni in archeologia ed etnografia. Tra i pezzi più famosi del museo ci sono la Stele di Rosetta, i marmi del Partenone e la mummia di Cleopatra.

    Oltre alle sue vaste collezioni, la storia del museo aiuta a comprendere l’evoluzione della cultura e della società nel corso dei secoli. È unico nel suo genere, poiché riunisce sotto lo stesso tetto le culture del mondo, attraversando continenti e civiltà.

    [L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3]

  • Cyber Index PMI: ecco la Cybersecurity nelle PMI Italiane

    Cyber Index PMI: ecco la Cybersecurity nelle PMI Italiane

    Cyber Index PMI evidenzia la consapevolezza delle PMI italiane sui rischi cyber. Mentre molte sono consapevoli dei pericoli, poche adottano un approccio strategico. La formazione e la sensibilizzazione sono cruciali nell’era digitale.

    Nell’era della digitalizzazione, la cybersecurity non è più un argomento riservato ai giganti tecnologici o alle grandi corporazioni. Ogni azienda, indipendentemente dalle sue dimensioni, può diventare un bersaglio per gli attacchi informatici.

    In questo contesto, le piccole e medie imprese italiane, spesso considerate meno protette, hanno un bisogno cruciale di sensibilizzazione e formazione.

    È in questa cornice che nasce il “Cyber Index PMI”, un rapporto illuminante che getta luce sullo stato di consapevolezza delle PMI italiane nei confronti dei rischi cyber.

    Il Cyber Index PMI non è solo una semplice indagine, ma rappresenta un campanello d’allarme per le aziende italiane. La digitalizzazione, seppur portatrice di innumerevoli vantaggi in termini di efficienza e innovazione, presenta anche sfide in termini di sicurezza.

    Le minacce cyber sono in costante evoluzione e le PMI, senza le risorse e l’expertise delle grandi aziende, possono trovarsi particolarmente vulnerabili.

    Cyber Index PMI 2023

    Il fulcro del rapporto “Cyber Index PMI” è la promozione e la diffusione della cultura digitale tra le PMI italiane. Il rapporto, realizzato grazie all’indagine su oltre 700 imprese, ha rivelato dati sorprendenti. Le PMI italiane mostrano un livello complessivo di consapevolezza in materia di sicurezza digitale di 51 su 100.

    cyberindexpmi livello 51

    Se da un lato il 45% delle PMI intervistate è ben conscio del rischio cyber, solo il 14% ha un approccio strategico per affrontare e mitigare tali rischi. Al contrario, un considerevole 55% delle PMI risulta poco consapevole, con un ulteriore 20% che può essere categorizzato come “principiante” nel dominio della cybersicurezza.

    Il rapporto offre molti spunti su cui riflettere, ma vale la pena segnalarne due su tutti, fondamentali.

    Il primo è che il 57% delle aziende prese in esame dal rapporto ha adottato misure, e strumenti, per la rilevazione di attività anomale e per la protezione dei dati. In un momento in cui i dati sono sempre più preziosi, perché portatori di informazioni cruciali per la vita economica di un’impresa, questo è un aspetto che può solo migliorare e tanto.

    Il secondo elemento è quello della formazione. Il 38% delle PMI prese in esame dal rapporto prevede di avviare iniziative in questo senso, al fine di accrescere le necessarie competenze che servono ad affrontare le sfide future.

    Ecco, una parola chiave che è risuonata in occasione della conferenza stampa di presentazione: competenze. Servono skills e capacità per affrontare l’evoluzione de digitale che permetterà alle aziende di crescere e di essere sempre più internazionali.

    Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia - franzrusso.it
    Al centro, Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia

    Serve, come ha sottolineato Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia, è necessario “fare sistema, in modo resiliente ed efficace. Quanto individuato dal rapporto Cyber Index PMI è un punto di partenza strategico per la crescita delle PMI italiane. E noi come azienda di assicurazioni siamo pronti a fare la nostra parte offrendo tutti gli strumenti necessari a sostegno delle imprese”.

    Di fronte a questi dati, è necessario assumere un “approccio strategico” alla cybersecurity. Si tratta di comprendere e valutare i rischi, implementare soluzioni di sicurezza adatte, formare il personale e, soprattutto, adottare una mentalità di sicurezza proattiva. Non basta semplicemente installare un software antivirus o avere una password complessa; la cybersicurezza riguarda la creazione di una cultura aziendale in cui la protezione dei dati e delle risorse digitali è prioritaria.

    L’iniziativa “Cyber Index PMI”, promossa da Confindustria e Generali, è un passo nella giusta direzione. Il contributo degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano aggiunge un valore scientifico alla ricerca, garantendo che i risultati siano accurati e pertinenti. La presenza dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale sottolinea ulteriormente l’importanza e l’urgenza del tema.

    La presentazione del “Rapporto Cyber Index PMI” a Roma non è stata solo l’annuncio di un nuovo rapporto. Ma, in un certo senso, si è trattato di un appello all’azione, un invito alle PMI italiane a prendere sul serio le minacce cyber, ad investire nella formazione e nella protezione, e a navigare con sicurezza nel vasto oceano del digitale, ricco di sfide e di opportunità.

    L’importanza della cybersicurezza per le PMI

    Le PMI rappresentano la colonna vertebrale dell’economia italiana, contribuendo significativamente alla produzione, all’occupazione e all’innovazione. Spesso, la loro dimensione ridotta e le risorse limitate possono rendere queste aziende particolarmente vulnerabili agli attacchi informatici.

    A differenza delle grandi aziende, le PMI potrebbero non avere un team dedicato alla sicurezza informatica o le risorse finanziarie per investire in soluzioni di sicurezza avanzate. Questa vulnerabilità viene spesso sfruttata dai cybercriminali, rendendo le PMI un bersaglio attraente.

    Rischi associati alla mancanza di cybersicurezza

    La mancanza di misure di sicurezza adeguate può esporre le PMI a una serie di rischi. Questi includono, tra gli altri:

    1. Furto di dati: Le informazioni aziendali, come i dati dei clienti o le informazioni finanziarie, possono cadere nelle mani sbagliate, portando a gravi conseguenze finanziarie e di reputazione.
    2. Ransomware: Questo tipo di malware crittografa i dati dell’azienda, rendendoli inaccessibili fino al pagamento di un riscatto.
    3. Interruzione delle operazioni: Un attacco informatico può paralizzare le operazioni aziendali, causando perdite economiche e danneggiando la reputazione.
    4. Violazione normativa: Le aziende potrebbero essere soggette a pesanti sanzioni se non proteggono adeguatamente i dati personali, come previsto dal GDPR e da altre normative.

    La necessità di sensibilizzazione

    La sensibilizzazione è il primo passo fondamentale verso la creazione di un ambiente digitale sicuro. Le PMI devono essere consapevoli non solo dei rischi, ma anche delle misure preventive che possono adottare. La formazione dei dipendenti, l’adozione di protocolli di sicurezza standard e la collaborazione con esperti del settore sono tutte strategie essenziali. L’obiettivo non dovrebbe essere solo quello di prevenire gli attacchi, ma anche di essere preparati a rispondere efficacemente nel caso in cui si verifichino.

    cyberindexpmi cybersecurity pmi franzrusso.it

    Un’azienda che non è preparata a gestire gli attacchi informatici può subire danni irreparabili. Perdite finanziarie, danni alla reputazione, e possibili azioni legali sono solo alcune delle conseguenze potenziali di un attacco informatico riuscito. La sensibilizzazione e la formazione, elementi più volte sottolineati dal rapporto Cyber Index PMI, rappresentano strumenti essenziali per prevenire queste situazioni e garantire che le PMI possano prosperare nell’era digitale.

    Come sappiamo, il processo di sensibilizzazione non è un’attività una tantum. Con il continuo evolversi del paesaggio delle minacce informatiche, le aziende devono aggiornarsi costantemente sulle ultime tendenze e metodi di attacco. Partecipare a workshop, seminari e corsi di formazione, può aiutare le PMI a rimanere un passo avanti rispetto ai cybercriminali.

    Concludendo, il “Cyber Index PMI” ha rivelato l’urgente necessità per le PMI italiane di elevare il loro livello di consapevolezza e preparazione in materia di cybersicurezza. La strada verso un futuro digitale sicuro per le PMI passa attraverso la formazione, l’investimento in soluzioni di sicurezza e la creazione di una cultura aziendale centrata sulla sicurezza.

    Il rapporto Cyber Index PMI 2023 è disponibile per essere consultato e scaricato.

  • Sono oltre 27 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer

    Sono oltre 27 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer

    Una recente ricerca rileva che in Italia oltre 27 milioni di italiani, il 71% degli utenti attivi sui social media, seguono almeno un influencer. Instagram resta la piattaforma preferita, ma cresce ancora TikTok.

    In un momento in cui tutto è sempre più fluido e le piattaforme social media sempre più frammentate, il ruolo degli influencer resta ancora centrale, anzi.

    Il fenomeno degli influencer in Italia è in costante crescita, come dimostrano i dati recentemente emersi dalla ricerca “Italiani & Influencer”, condotta da BVA Doxa in collaborazione con Mondadori Media e Buzzoole.

    Di seguito i dati più rilevanti della ricerca.

    Il 71% degli utenti segue almeno un influencer

    Diciamo subito che il 71% degli utenti attivi sui social media (non ha molto più senso al giorno d’oggi continuare a chiamarli ‘social network’), vale a dire oltre 27 milioni di italiani adulti tra i 18 e i 74 anni, segue almeno un influencer o i canali social di un brand editoriale.

    E qui si registra aumento del 17% rispetto al 2021.

    Influencer italia 2023 ricerca franzrusso.it

    La ricerca rileva che il 57% degli italiani, 18-54 anni, segue quotidianamente un macro-influencer o i canali social di un brand editoriale.

    L’incremento è di 20 punti percentuali in soli due anni.

    I macro influencer sono definiti come figure o brand editoriali con almeno 100.000 follower e sono riconosciuti come autorevoli in sei settori: lifestyle, beauty, fashion, entertainment, food e wellness.

    Influencer e brand italiani 2023 ricerca franzrusso.it

    Chiara Ferragni è la più seguita

    Dal punto dei vista dei macro influencer, Chiara Ferragni domina la classifica.

    Fa registrate l’86% di citazioni. A seguire Giallozafferano e Benedetta Rossi (entrambi al 72%), ClioMakeUp (62%) e Aurora Ramazzotti (60%).

    Le tematiche più seguite sui social sono: food e l’entertainment (58%), evidenziando l’importanza dei food media brand tra i Top Five.

    Come già rilevato in passato, e questa ricerca lo conferma, gli influencer giocano un ruolo cruciale nei processi di acquisto.

    Il 46% degli intervistati ha effettuato almeno un acquisto su suggerimento di un influencer, e l’83% valuta i loro consigli.

    A sorpresa, oltre 3 milioni di italiani seguono almeno un virtual influencer.

    La concentrazione più alta è tra Gen Z e Millennials. Le persone che seguono virtual influencer lo fanno in modo costante, quotidianamente (come se fossero influencer reali).

    Il 57% degli intervistati, infatti, li segue ogni giorno, il 28% ogni 2-3 giorni, il 7% più o meno una volta a settimana, il 4% ogni 10-15 giorni e soltanto il 5% non ha una frequenza abituale.

    Instagram la piattaforma più usata, cresce TikTok

    social media Influencer italia 2023 ricerca franzrusso.it

    Riguardo ai social media, TikTok ha visto una crescita impressionante, con una presenza del 25% rispetto al 9% del 2021.

    Mentre Instagram rimane il preferito con il 77% (in aumento dal 67% del 2021).

    Ma perché seguire un influencer?

    Il 50% degli intervistati afferma che gli influencer forniscono consigli preziosi ed esperti. In particolare per quanto riguarda i settori wellness (55%) e cucina (56%).

    Gli influencer sono diventati ormai una parte integrante della cultura digitale italiana, influenzando le decisioni di acquisto.

    Con l’ascesa di nuove piattaforme come TikTok e l’emergere dei virtual influencer il panorama influencer in Italia è destinato ad evolversi ancora, offrendo nuove opportunità e nuove sfide per aziende e consumatori.


    L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3