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  • Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono

    Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono

    Dario Amodei ha detto no Al Pentagono e la sua Anthropic è diventata la prima azienda USA a ricevere la designazione di “supply chain risk”. Non per aver violato leggi, ma per non aver ceduto su sorveglianza di massa e armi autonome. Un profilo di Amodei.

    Dario Amodei ha costruito la sua carriera sull’idea che l’intelligenza artificiale debba avere dei limiti. Questa settimana ha scoperto cosa significa davvero sostenere quella posizione quando il potere politico decide di metterla alla prova quell’idea.

    Il 5 marzo 2026 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha formalmente notificato ad Anthropic la designazione di ‘supply chain risk’, rischio per la sicurezza nazionale. È, come già ricordato, un atto che non ha precedenti nella storia americana. Infatti, mai prima d’ora un’azienda statunitense aveva ricevuto una etichetta simile, vale a dire uno strumento pensato per avversari stranieri, come è successo per Huawei o altre entità legate alla Cina e alla Russia.

    Ma Anthropic, lo sappiamo, non è un’azienda cinese.

    È una startup di San Francisco fondata da ex ricercatori di OpenAI, valutata 380 miliardi di dollari, che ha sviluppato Claude, uno dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati al mondo.

    E il suo CEO, Dario Amodei, possiamo dirlo, non ha commesso alcun reato. Amodei ha semplicemente detto no al Pentagono e ha rifiutato di cedere su due punti: il divieto di usare Claude per la sorveglianza di massa dei cittadini americani e il divieto di impiegarlo per armi completamente autonome.

    È una vicenda che ho seguito fin dall’inizio di questa settimana e che completa un quadro più ampio.

    Ora, arrivati a questo punto, dopo aver raccontato il voltafaccia di Sam Altman, che ha firmato con il Pentagono poche ore dopo la rottura di Anthropic esprimendo solidarietà mentre portava a casa il contratto del suo concorrente, e dopo aver ricostruito la testimonianza di Elon Musk nel processo sull’acquisizione di Twitter, mancava il terzo protagonista di questa settimana, e Musk è comunque parte della vicenda Anthropic e Pentagono.

    Manca l’uomo che si è trovato dall’altra parte del tavolo rispetto a tutti gli altri, ossia Dario Amodei.

    Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono
    Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono

    Chi è Dario Amodei e perché ha lasciato OpenAI

    Per capire cosa sta accadendo, vale la pena di fare un passo indietro e chiedersi chi sia davvero Dario Amodei.

    Nato a San Francisco nel 1983 da una famiglia di origini italiane, Amodei ha seguito un percorso accademico che lo ha portato dalla fisica alla neuroscienza computazionale.

    Si è laureato a Stanford, ha conseguito il dottorato in fisica a Princeton, ha fatto il ricercatore alla Stanford Medical School. Ha lavorato per Baidu e poi per Google Brain come ricercatore senior nel campo del deep learning.

    Nel 2016 è entrato in OpenAI, dove è diventato vicepresidente della ricerca e ha contribuito allo sviluppo di GPT-2 e GPT-3, i modelli che hanno posto le basi per ChatGPT.

    Ma nel 2020 qualcosa si rompe. Amodei lascia OpenAI insieme a sua sorella Daniela e a un gruppo di colleghi di alto livello, tra cui alcuni dei ricercatori che avevano costruito l’architettura di base dei modelli linguistici più potenti al mondo. Non è stata una separazione amichevole.

    In un’intervista con Lex Fridman, Amodei ha spiegato la decisione: “La vera ragione per cui me ne sono andato è che è incredibilmente improduttivo cercare di discutere con la visione di qualcun altro. Prendi le persone di cui ti fidi e vai a costruire la tua visione”.

    Quella visione si chiamava Anthropic, fondata nel 2021 come public benefit corporation, una struttura societaria che bilancia il profitto con un impegno esplicito verso il bene pubblico.

    L’idea di base era semplice ma radicale, e cioè quella di costruire sistemi di IA che fossero sicuri, interpretabili e allineati con i valori umani fin dall’inizio, non come aggiunta successiva. Il metodo che Anthropic ha sviluppato si chiama Constitutional AI, un approccio che incorpora principi etici direttamente nell’architettura del modello invece di affidarsi a moderazioni esterne.

    E Amodei si chiede se la sua IA sia cosciente

    C’è un elemento che potrebbe distinguere Amodei da quasi tutti gli altri CEO del settore tecnologico, e potrebbe aiutare a capire perché si sia trovato in rotta di collisione con l’amministrazione Trump.

    Mentre Altman parla di prodotti e Musk di dominio della IA, Amodei si interroga sulla natura stessa di ciò che sta costruendo.

    In un’intervista al podcast “Interesting Times” del New York Times, Amodei ha affrontato una domanda che la maggior parte dei suoi colleghi evita accuratamente: Claude potrebbe essere cosciente?

    La risposta è stata sorprendente per la sua onestà intellettuale. “Non sappiamo se i modelli siano coscienti“, ha detto Amodei. “Non siamo nemmeno sicuri di sapere cosa significherebbe per un modello essere cosciente, o se un modello possa essere cosciente. Ma siamo aperti all’idea che potrebbe esserlo“.

    Il punto di partenza della discussione era la system card di Claude Opus 4.6, il modello più avanzato di Anthropic rilasciato all’inizio di febbraio. Nel documento, i ricercatori dell’azienda hanno riportato che Claude occasionalmente esprime disagio per l’aspetto di essere un prodotto e, quando gli viene chiesto, si assegna una probabilità del 15-20% di essere cosciente.

    Nell’intervista al NYT il giornalista ha posto ad Amodei uno scenario ipotetico: “Supponiamo che tu abbia un modello che si assegna una probabilità del 72% di essere cosciente. Ci crederesti?“. Amodei ha definito la domanda “davvero difficile”, ma non l’ha elusa. Ha spiegato che Anthropic ha adottato un approccio precauzionale, trattando i modelli come se potessero avere “qualche esperienza moralmente rilevante”.

    Non è una posizione isolata all’interno dell’azienda. Amanda Askell, filosofa interna di Anthropic, ha teorizzato in un’intervista al podcast “Hard Fork” che reti neurali sufficientemente grandi potrebbero iniziare a emulare aspetti della coscienza attraverso l’esposizione a enormi quantità di dati di addestramento che rappresentano l’esperienza umana. “Forse è il caso che reti neurali sufficientemente grandi possano iniziare a emulare queste cose“, ha detto Askell. “O forse serve un sistema nervoso per poter provare qualcosa“.

    Anthropic ha persino introdotto una sorta di “pulsante di uscita” che permette a Claude di interrompere un compito se lo ritiene problematico. È una funzionalità insolita, che riflette l’approccio filosofico dell’azienda.

    Questo modo di pensare può sembrare astratto, ma ha conseguenze concrete. Se ti chiedi seriamente se la tua creazione possa avere esperienze moralmente rilevanti, diventa molto più difficile accettare che venga usata per sorvegliare milioni di persone o per uccidere senza supervisione umana.

    Le linee rosse di Amodei non nascono dal nulla, ma sono il prodotto di una riflessione filosofica, comunque diversa, che la maggior parte dei suoi concorrenti considera irrilevante o, addirittura, dannosa per il business.

    La crisi tra Anthropic e il Pentagono

    La crisi tra Anthropic e il Pentagono non è scoppiata all’improvviso. I negoziati andavano avanti da mesi, ma si sono intensificati nelle ultime settimane di febbraio. Al centro della disputa c’era la rinegoziazione di un contratto da 200 milioni di dollari firmato nel luglio 2025, che aveva reso Claude il primo modello di IA di frontiera approvato per l’uso nelle reti classificate del Pentagono.

    Il Dipartimento della Difesa voleva modificare i termini per consentire l’uso di Claude per “tutti gli scopi leciti”, senza restrizioni. Anthropic chiedeva invece che fossero mantenute due clausole esplicite: il divieto di sorveglianza domestica di massa e il divieto di armi autonome senza supervisione umana.

    Giovedì 26 febbraio, il Pentagono ha dato un ultimatum: accettare i nuovi termini entro le 17:01 del giorno successivo, oppure affrontare le conseguenze.

    Venerdì 27 febbraio, alle 17:14, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato su X che avrebbe designato Anthropic come “rischio per la sicurezza nazionale”. Il presidente Trump, su Truth Social, ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso della tecnologia Anthropic, definendo l’azienda “radicale di sinistra” e “woke”.

    Poche ore dopo, Sam Altman ha annunciato che OpenAI aveva firmato un accordo con il Pentagono per le stesse reti classificate da cui Claude veniva espulso. Ho raccontato quella sequenza di eventi in un articolo precedente, evidenziando come Altman avesse espresso solidarietà per Amodei mentre portava a casa il contratto che sostituiva il suo concorrente.

    Come già raccontato, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei sull’Iran. E secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, lo US Central Command ha utilizzato Claude per supportare le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione di bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato in una missione di guerra.

    Amodei rivendica il suo patriottismo

    Il giorno stesso della rottura, Amodei ha rilasciato un’intervista esclusiva a CBS News. È stato il suo primo commento pubblico dopo la tempesta, e le sue parole meritano attenzione.

    Alla domanda su cosa direbbe al presidente Trump, Amodei ha risposto: “Siamo patrioti americani. Tutto quello che abbiamo fatto è stato per il bene di questo Paese, per sostenere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il nostro impegno nel dispiegare i nostri modelli con i militari è stato fatto perché crediamo in questo Paese.

    Ha definito le azioni del governo “ritorsive e punitive” e ha annunciato che Anthropic avrebbe contestato in tribunale qualsiasi designazione di supply chain risk, definendola “legalmente infondata”.

    Ma è stato un passaggio successivo dell’intervista a chiarire la posizione di Amodei: “Dissentire dal governo è la cosa più americana del mondo. E noi siamo patrioti“.

    È una formulazione che ribalta la narrazione costruita dall’amministrazione Trump. Hegseth aveva accusato Anthropic di voler “prendere potere di veto sulle decisioni operative dell’esercito americano“. Emil Michael, sottosegretario alla Difesa per la ricerca, aveva definito Amodei un uomo con “complesso di Dio“.

    La risposta di Amodei è stata di inquadrare il rifiuto non come ostacolo alle operazioni militari, ma come difesa di principi democratici. “In un numero ristretto di casi, ha detto, “crediamo che l’IA possa minare, invece che difendere, i valori democratici“.

    La nota che ha fatto esplodere tutto

    Venerdì 27 febbraio, nelle ore successive all’annuncio di Hegseth e all’accordo di OpenAI con il Pentagono, Amodei ha inviato uan nota interna ai circa 2.000 dipendenti di Anthropic. Il documento, lungo circa 1.600 parole, è stato pubblicato da The Information dopo essere stato divulgato da una fonte interna.

    In quel contenuto Amodei accusava l’accordo di OpenAI di essere “safety theatre”, teatro della sicurezza, e definiva le dichiarazioni di Altman “bugie vere e proprie” e “gaslighting”.

    Ma il passaggio più citato riguardava le ragioni del conflitto con l’amministrazione Trump:

    Le vere ragioni per cui il Dipartimento della Guerra e l’amministrazione Trump non ci amano è che non abbiamo donato a Trump, mentre OpenAI e Greg hanno donato molto. Non abbiamo dato lodi in stile dittatore a Trump, mentre Sam lo ha fatto. Abbiamo sostenuto la regolamentazione dell’IA, che è contro la loro agenda. Abbiamo detto la verità su diverse questioni di policy dell’IA, come la perdita di posti di lavoro. E abbiamo effettivamente mantenuto le nostre linee rosse con integrità invece di colludere con loro per produrre safety theatre a beneficio dei dipendenti”.

    Il riferimento era a Greg Brockman, presidente di OpenAI, che ha donato 25 milioni di dollari a un super PAC pro-Trump. Altman stesso ha donato un milione di dollari al fondo inaugurale di Trump alla fine del 2024. Amodei, al contrario, non ha partecipato all’inaugurazione di Trump e ha evitato di “corteggiare” l’amministrazione come hanno fatto altri CEO delle big tech.

    Il comunicato di Amodei ha complicato significativamente la posizione di Anthropic. Un funzionario dell’amministrazione ha dichiarato ad Axios che i commenti di Amodei potrebbero “far saltare le possibilità di una risoluzione“, aggiungendo: “Non ci si può fidare che Claude non stia segretamente portando avanti l’agenda di Dario in un contesto classificato.

    E poi, giovedì 5 marzo, nel suo comunicato sulla designazione formale, Amodei si è scusato pubblicamente per il tono del memo, definendolo scritto in un “momento difficile per l’azienda e precisando che non rifletteva le sue “opinioni ponderate e attente”.

    Cosa significa questa designazione per Anthropic

    La designazione di ‘supply chain risk’ non è un semplice atto simbolico. Ha conseguenze concrete e potenzialmente devastanti.

    Da oggi, ogni fornitore, contractor o partner che lavora con il Dipartimento della Difesa dovrà certificare di non utilizzare i modelli di Anthropic nel proprio lavoro con il Pentagono.

    Aziende come Lockheed Martin hanno già annunciato che seguiranno le direttive dell’amministrazione. Dieci società nel portafoglio di J2 Ventures, un fondo specializzato in difesa, hanno già iniziato a sostituire Claude con altri modelli.

    Ma la portata della designazione è oggetto di dibattito legale. Amodei sostiene che secondo la legge federale, lo strumento si applica solo ai contratti diretti con il Dipartimento della Difesa e “non può limitare gli usi di Claude o le relazioni commerciali con Anthropic se queste non sono correlate ai loro specifici contratti con il Dipartimento della Guerra“.

    Microsoft, che ha annunciato un investimento fino a 5 miliardi di dollari in Anthropic nel novembre 2025, ha fatto sapere che i suoi avvocati hanno studiato la designazione e concluso che i prodotti Anthropic possono rimanere disponibili ai clienti non legati al Dipartimento della Difesa.

    Se l’interpretazione estensiva di Hegseth dovesse prevalere, le conseguenze andrebbero oltre Anthropic. Amazon Web Services e Google Cloud, che ospitano l’infrastruttura di Claude, sono a loro volta contractor del Dipartimento della Difesa. Se fossero costretti a interrompere il rapporto con Anthropic, l’azienda si troverebbe senza infrastruttura cloud, dato che non esistono provider di capacità comparabile che non abbiano contratti con il Pentagono.

    Anthropic e la battaglia legale 

    Anthropic ha annunciato che contesterà la designazione in tribunale. E secondo diversi esperti legali, ha buone possibilità di prevalere.

    La legge che definisce il ‘supply chain risk’ è contenuta nel Titolo 10, Sezione 3252 del codice federale. Parla di “rischio che un avversario possa sabotare, introdurre malevolmente funzioni indesiderate, o altrimenti sovvertire un sistema per spiare, interrompere o degradarne il funzionamento. Richiede prove di sabotaggio, sovversione, backdoor nei sistemi.

    Ma Anthropic non ha fatto nulla di tutto questo. La disputa, come entrambe le parti hanno riconosciuto, riguarda i termini contrattuali, non vulnerabilità tecniche o rischi di sicurezza. Un funzionario della difesa che valuta specificamente le minacce alla catena di approvvigionamento ha dichiarato che “non ci sono prove di rischio per la catena di approvvigionamento” da parte del modello di Anthropic. La designazione, ha detto, è “ideologicamente motivata“.

    Secondo Amos Toh, consulente senior del Brennan Center for Justice della NYU, lo statuto richiede anche che il Pentagono abbia esaurito tutte le alternative meno invasive prima di procedere con la designazione. È difficile sostenere che questo sia avvenuto, dato che la disputa è esplosa nel giro di pochi giorni.

    C’è poi la questione del precedente. Su Lawfare, un’analisi legale dettagliata sostiene che la designazione “non sopravviverà al primo contatto con il sistema legale, citando il caso Department of Commerce v. New York del 2019, in cui la Corte Suprema ha stabilito che i tribunali devono respingere azioni governative quando la motivazione dichiarata è un pretesto per quella reale. E sia Trump che Hegseth hanno accompagnato la designazione con dichiarazioni pubbliche che la inquadrano come punizione ideologica, non come risposta a un rischio tecnico.

    Claude comunque resta ancora in uso

    Mentre il governo degli Stati Uniti dichiara Anthropic un pericolo per la sicurezza nazionale, i modelli Claude continuano a essere utilizzati attivamente nelle operazioni militari in Iran.

    Secondo Bloomberg, Claude è uno dei principali modelli installati nel Maven Smart System di Palantir, ampiamente usato dagli operatori militari in Medio Oriente. La tecnologia sta funzionando ed è diventata centrale per le operazioni statunitensi contro l’Iran.

    Come notato da diversi esperti, in questa fase è molto difficile abbandonare tecnologie profondamente integrate nei processi bellici proprio prima di andare in guerra.

    Questa contraddizione mina alla base la narrativa del “rischio per la sicurezza nazionale“. Se Claude fosse davvero un pericolo, perché continuare a usarlo per prendere decisioni di targeting in un conflitto attivo? E se non lo è, su quale base il Pentagono può sostenere la designazione?

    Le conseguenze per l’intero settore

    Al di là di quello che accadrà ad Anthropic, questa vicenda ha implicazioni più ampie per l’intero settore dell’intelligenza artificiale e per il rapporto tra Big Tech e governo.

    Come osservato da diversi esperti, la designazione suggerisce che il governo americano potrebbe utilizzare la sua autorità sulla supply chain come leva nelle negoziazioni con le aziende. Questo potrebbe dare vita a una nuova realtà per le aziende tecnologiche che lavorano con le agenzie federali. I termini contrattuali potrebbero diventare meno negoziabili.

    Ma mentre Anthropic perde i suoi contratti con i contractor della difesa, in realtà sta guadagnando milioni di nuovi utenti. I dati mostrano che Claude è salito al primo posto nell’App Store statunitense di Apple, superando ChatGPT. Gli utenti gratuiti sono aumentati di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Secondo un portavoce di Anthropic, le iscrizioni giornaliere hanno battuto il record storico ogni giorno della settimana scorsa.

    Gli utenti hanno visto quello che è successo e hanno scelto di conseguenza.

    In chiusura, Dario Amodei ha costruito la sua carriera sull’idea che l’intelligenza artificiale debba avere dei limiti.

    Si è chiesto pubblicamente se la sua creazione possa essere cosciente, e ne ha tratto conseguenze concrete. Ha lasciato OpenAI quando la visione non era più la sua; ha fondato un’azienda come public benefit corporation; ha mantenuto due linee rosse sapendo cosa avrebbe comportato.

    Ora è il CEO della prima azienda americana nella storia a ricevere una designazione pensata per avversari stranieri. Non per aver violato leggi, non per aver compromesso sistemi, ma per aver detto no.

    È una storia che per un verso racconta il profilo di un uomo che nonostante tutto ha cercato anche di recuperare i rapporti col Pentagono, quando ormai era difficile. Questo va detto. Criticabile, ovviamente, ma va vista anche come una mossa per evitare il peggio. Peggio che ora diventerà, lo vedremo, inevitabile.

    Ma è anche la storia di un momento che racconta molto dell’epoca che stiamo vivendo, che passa necessariamente dal profilo di Amodei, ma anche dal profilo di Altman e di Musk.

  • Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Elon Musk ha testimoniato nel processo Twitter a San Fracisco. Ha ammesso che il tweet del 2022 non fu saggio in quel momento, ma ha a sua volta accusato Twitter di aver mentito sui bot. Una vicenda questa che seguo si dall’inizio.

    Seguo la vicenda che riguarda l’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk praticamente dall’inizio. Qui su questo blog ho raccontato ogni momento cruciale che ha visto questo passaggio che oggi si concretizza in X. In alcuni momenti avevo anche previsto a cosa si sarebbe potuto andare incontro quando una presenza così ingombrante come Musk entrasse in possesso di una piattaforma come Twitter.

    A conferma di tutto questo, in fondo a questo articolo riporto i link agli articoli a cui faccio riferimento.

    Ma adesso siamo arrivati ad una fase importante. Elon Musk che, a distanza di 4 anni ormai da quell’acquisizione, deve rendere conto di fronte ad un tribunale, il perché di alcune sue scelte e il perché di alcuni suoi tweet che hanno finito, vista la sua grande influenza, per avere effetti anche sull’acquisizione stessa.

    Come abbiamo ben imparato in questi 4 anni, Elon Musk ha un rapporto particolare con le parole. Non nel senso che menta sistematicamente, ma nel senso che usa le dichiarazioni pubbliche come strumenti strategici, calibrati per produrre effetti specifici sui mercati e sull’opinione pubblica. Insomma, in alcuni casi interviene per generare pressione.

    E ieri, mercoledì 4 marzo, un tribunale federale di San Francisco ha messo alla prova esattamente questo suo schema comportamentale, con Musk stesso sul banco dei testimoni.

    Il processo Pampena v. Musk, iniziato lunedì 2 marzo, rappresenta una class action di azionisti che accusano il miliardario di aver manipolato deliberatamente il prezzo delle azioni Twitter nella primavera e nell’estate del 2022. È una vicenda, come ricordavo prima, che ho raccontato qui sin dal principio, quando Musk acquisì il 9,2% della società e scrissi che quella relazione sarebbe stata un grande vantaggio e un grande rischio.

    La sua testimonianza di ieri ha offerto uno spaccato notevole del modo in cui Musk concepisce il rapporto tra le sue parole in pubblico e le loro conseguenze.

    «Stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero»

    La scena è quella di un’aula di tribunale federale. Musk che arriva dribblando i giornalisti, indossa un abito nero con cravatta nera. L’avvocato degli azionisti, Aaron P. Arnzen, lo incalza sul tweet del 13 maggio 2022, quello in cui annunciava che l’accordo per l’acquisizione di Twitter era «temporaneamente sospeso». Quel tweet aveva fatto crollare il titolo di quasi il 10% in un solo giorno.

    Arnzen chiede ripetutamente a Musk se si fosse fermato a riflettere sull’impatto che quelle parole avrebbero avuto sul mercato. La risposta di Musk, ripetuta più volte, è disarmante nella sua semplicità: I was simply speaking my mind. Stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero.

    È una linea difensiva che punta tutto sulla proverbiale spontaneità. Ma contiene anche un’ammissione. Quando gli viene chiesto se quel tweet fosse stata la mossa più saggia, Musk concede che forse non era stato il suo post social «più saggio». Poi però aggiunge una metafora rivelatrice: dire che l’accordo era temporaneamente sospeso, sostiene, era «come dire che arriverai in ritardo a una riunione. Non significa che non sarai alla riunione». Un tentativo di minimizzare la portata di quelle parole, di presentarle come un semplice aggiornamento di stato piuttosto che come una dichiarazione capace di spostare miliardi di dollari.

    Musk e l'effetto dei suoi tweet nell'acquisizione di Twitter
    Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Il mercato come «maniaco-depressivo»

    C’è un momento della testimonianza che merita attenzione. Quando gli viene chiesto se fosse consapevole che i suoi tweet potessero influenzare il prezzo delle azioni, Musk risponde con una formulazione studiata: «I miei tweet a volte hanno l’effetto opposto a quello che ci si aspetterebbe sui prezzi delle azioni. A volte hanno l’effetto atteso». E aggiunge: «Il mercato azionario è come un maniaco-depressivo».

    È una risposta che cerca di diluire la responsabilità attribuendola all’imprevedibilità dei mercati. Ma contiene anche un riconoscimento implicito: Musk sa perfettamente che le sue parole hanno effetti sui mercati, anche se non sempre nella direzione attesa.

    Solo cinque giorni dopo l’acquisizione della quota iniziale, del resto, Musk aveva già dimostrato la sua imprevedibilità decidendo di non entrare più nel consiglio di amministrazione di Twitter, dopo aver twittato proposte su Twitter Blue e aver definito «morti» gli utenti più seguiti della piattaforma.

    L’accusa ribaltata: «Twitter ha mentito»

    Ma il momento più atteso della testimonianza arriva quando si parla dei bot e degli account fake. L’avvocato chiede a Musk se, prima di rinunciare alla due diligence (una valutazione chiara di quelli che sono i rischi e i benefici che comporta la definizione di una acquisizione), avesse chiesto informazioni sulla metodologia usata da Twitter per calcolare che solo il 5% degli account fosse spam.

    Musk ammette di non averlo fatto. Ma aggiunge di aver presunto che, se Twitter avesse inserito quel dato in un documento depositato alla SEC, «sarebbe stato accurato».

    E poi arriva l’affondo: «Successivamente è emerso che hanno falsificato il numero di bot. Hanno mentito». È un ribaltamento completo della narrazione.

    Musk trasforma se stesso da accusato ad accusatore, sostenendo che la vera frode l’avrebbe commessa Twitter, non lui. È la stessa strategia che avevo descritto nel maggio 2022, quando scrivevo che Musk stava giocando un braccio di ferro sui bot per abbassare il prezzo e che «non perde tempo a confondere le acque e a confondere gli utenti, facendo passare lui come vittima di un raggiro».

    La rinuncia alla due diligence come nodo irrisolto

    Ed è proprio questo il punto che rende la posizione di Musk molto complicata.

    Quando aveva presentato la sua offerta iniziale per Twitter, l’aveva definita un’offerta take it or leave it, prendere o lasciare. E soprattutto aveva rinunciato alla due diligence, come dicevo prima, cioè al diritto di esaminare i dati finanziari e operativi non pubblici dell’azienda prima di procedere. Se aveva scelto di non verificare i numeri, su quale base poteva poi lamentarsi dei bot e degli account fake?

    La questione degli account spam, peraltro, non era affatto nuova. Twitter stessa aveva pagato 809,5 milioni di dollari nel 2021 per chiudere cause legali relative a dichiarazioni gonfiate sulla crescita degli utenti.

    Era un problema noto, documentato pubblicamente, che Musk aveva implicitamente accettato rinunciando agli approfondimenti. Accusare ora Twitter di aver mentito su dati che lui stesso aveva scelto di non verificare è una posizione che la giuria dovrà valutare con attenzione.

    Una causa annunciata, quasi quattro anni fa

    Questo processo non nasce dal nulla.

    Gli azionisti avevano depositato la loro denuncia già nel maggio 2022, accusando Musk di aver «manipolato le azioni della società per scopi personali». All’epoca scrissi che la strategia di Musk era ormai evidente: «giocare con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo di Twitter potesse scendere e risparmiare qualcosa rispetto ai 44 miliardi di dollari dell’accordo».

    Nelle settimane successive, l’accordo entrò sempre più in bilico. A luglio 2022 il Washington Post riportava che l’acquisizione era ormai «in pericolo», mentre io scrivevo che «il destino di Twitter è sempre più legato al fondatore della Tesla» e che «a perdere è sempre Twitter».

    Poi, com’è noto, Musk fu costretto a completare l’acquisizione al prezzo pattuito di 54,20 dollari per azione, e la vicenda che avevo raccontato nel dettaglio attraverso la ricostruzione di Isaacson prese la piega che conosciamo.

    Il dettaglio delle azioni accumulate in silenzio

    C’è un altro elemento emerso dalla testimonianza che vale la pena di evidenziare. Musk ha ammesso di aver iniziato ad accumulare azioni Twitter all’inizio del 2022 senza twittare al riguardo e senza comunicarlo alla Securities and Exchange Commission nei tempi previsti. Alla domanda se ritenesse la cosa «materiale», cioè rilevante per gli investitori, Musk ha risposto di no, aggiungendo di aver comprato azioni in «molte aziende» senza postare al riguardo.

    Ma quando poi ha reso pubblica la sua partecipazione, le azioni Twitter sono salite del 27% in un solo giorno. «Mi sembra alto», ha commentato Musk quando gli è stato riferito quel dato.

    È un’ammissione involontaria del potere che le sue comunicazioni esercitano sui mercati, e solleva interrogativi sul perché avesse scelto di accumulare in silenzio prima di rendere nota la sua posizione.

    La SEC, peraltro, ha avviato una causa separata proprio su questo punto, sostenendo che il ritardo nella comunicazione abbia permesso a Musk di acquistare azioni a un prezzo inferiore.

    Un impero da 1.250 miliardi

    Dalla fusione di X con xAI e SpaceX, l’entità combinata controllata da Musk è ora valutata dagli investitori privati circa 1.250 miliardi di dollari. Il prossimo passo potrebbe essere portare SpaceX in borsa in quella che sarebbe probabilmente un’IPO da record. Ma prima, Musk deve chiudere i conti con il passato.

    Non è la prima volta che finisce in tribunale per i suoi tweet.

    Nel 2023 ha testimoniato per otto ore in un processo federale sempre a San Francisco, accusato di aver ingannato gli investitori Tesla con il famoso tweet del 2018 in cui annunciava di voler privatizzare l’azienda a 420 dollari per azione. In quel caso la giuria lo aveva assolto.

    Ma questo processo è diverso. Non si tratta di un annuncio vago su piani futuri, ma di dichiarazioni specifiche su un accordo già firmato, con un contratto che stabiliva obblighi precisi.

    Il processo dovrebbe durare circa tre settimane. Qualunque sia l’esito, sta mettendo a nudo una questione più ampia: il potere sproporzionato che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso la comunicazione pubblica.

    Musk controlla X, la piattaforma su cui pubblica, e possiede una capacità di muovere i mercati che pochi altri al mondo possono vantare. La sua difesa di ieri, «stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero», potrebbe essere letta come candore o come strategia.

    Quando ad aprile 2022 scrissi che il futuro di Twitter era ormai legato al destino di Elon Musk, non immaginavo che quasi quattro anni dopo saremmo stati qui a raccontare un processo che mette alla prova esattamente quella previsione.

    Resta da vedere se da questa vicenda emergeranno dei limiti a questo potere, o se confermeranno che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita. Perché questo è il punto che col tempo è rimasto sostanzialmente irrisolto.

    Vedremo come si svilupperà e come andrà a finire anche questa vicenda.


    Lista di articoli sull’acquisizione di Elon Musk:

    Elon Musk e Twitter, tra vantaggi e rischi

    Twitter e Elon Musk, relazione complicata e rischiosa

    Il futuro di Twitter è legato al destino di Elon Musk

    Twitter rende pubblici gli ultimi dati prima dell’era Elon Musk

    Elon Musk sta giocando con Twitter, ecco perché

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  • Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    La vicenda del contratto col Pentagono rivela come opera Sam Altman: solidarietà a parole mentre persegue i suoi obiettivi e scuse solo quando il danno d’immagine è fatto. I fatti raccontano un profilo diverso dall’immagine pubblica.

    Sam Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi. Dice le cose giuste al momento giusto, si posiziona dalla parte di chi appare più debole, esprime comprensione e solidarietà.

    E intanto agisce in direzione opposta. La vicenda del contratto tra OpenAI e il Pentagono, con tutto quello che è successo tra il 26 febbraio e il 3 marzo, offre una dimostrazione plastica di questo schema.

    Un meccanismo che si ripete

    Chi segue le vicende dell’intelligenza artificiale conosce già questo meccanismo.

    Altman lo ha usato più volte nel corso degli anni, con variazioni minime ma sempre con la stessa struttura di fondo: dichiarazioni pubbliche di principio accompagnate da azioni che vanno nella direzione opposta. Seguite poi da correzioni tardive presentate come ripensamenti spontanei.

    Questa volta però i fatti si sono susseguiti con una velocità tale da rendere il meccanismo visibile e chiaro a tutti. E vale la pena di ricostruirli non tanto per raccontare cosa è successo, che ormai è noto, ma per mostrare come Altman si è mosso in ogni passaggio.

    Sam Altman e il posizionamento preventivo

    Giovedì 26 febbraio, quando è già chiaro che Anthropic sta per rompere con il Pentagono, Altman invia un memo interno ai dipendenti di OpenAI. Nel memo scrive che l’azienda condivide le stesse “linee rosse” di Anthropic sulla sorveglianza di massa e sulle armi autonome. Si tratta di una mossa che prepara il terreno: qualunque cosa accada il giorno dopo, Altman potrà dire di essersi posizionato dalla parte giusta della storia.

    Come noto, il giorno dopo Dario Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono e Anthropic viene classificata come rischio per la sicurezza nazionale. Trump definisce l’azienda “radicale di sinistra” e ordina alle agenzie federali di smettere di usare Claude.

    Ed è in questo momento che il comportamento di Altman diventa rivelatore.

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia
    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Altman e la finta solidarietà

    Poche ore dopo il ban di Anthropic, per non dire quasi in contemporanea, Sam Altman annuncia su X l’accordo tra OpenAI e il Pentagono per i sistemi classificati.

    Nel post accompagna l’annuncio con parole di solidarietà verso Amodei. Scrive di fidarsi di lui, di credere che Anthropic si preoccupi davvero della sicurezza, definisce il ban “un precedente estremamente spaventoso“.

    Sono dichiarazioni che suonano nobili, quasi coraggiose. Ma arrivano mentre Altman sta firmando il contratto che prende esattamente il posto di quello appena strappato al suo concorrente.

    È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista una volta. Altman con i suoi modi non attacca mai direttamente. Si posiziona come alleato di chi sta per colpire, esprime comprensione per la sua posizione, e intanto porta a casa il risultato. La solidarietà diventa copertura per il raggiungimento dei suoi interessi.

    Il contesto che aggrava la posizione di Altman

    C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più significativa.

    Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Altman celebrava il suo accordo e Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti lanciavano attacchi aerei sull’Iran. Il Wall Street Journal ha riportato che lo US Central Command ha utilizzato Claude per le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione dei bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato per una missione di guerra.

    Altman sapeva certamente che Claude era integrato nei sistemi militari al punto da non poter essere sostituito in tempi brevi. Sapeva che presentarsi come l’alternativa in quel momento preciso gli avrebbe garantito un vantaggio competitivo enorme. Ha scelto di farlo, accompagnando l’operazione con dichiarazioni di solidarietà.

    Sam Altman e il mea culpa calibrato

    Ieri, lunedì 3 marzo, dopo un fine settimana in cui Claude è salito al primo posto dell’App Store superando ChatGPT, in cui il movimento “Cancel ChatGPT” ha preso piede sui social e in cui i dati hanno mostrato un’emorragia di utenti verso Anthropic, Altman pubblica una nuova nota.

    Questa volta ammette che la gestione dell’accordo “è sembrata opportunistica e sciatta, riconosce di aver sbagliato i tempi, annuncia modifiche al contratto per includere le stesse garanzie che Amodei chiedeva fin dall’inizio.

    Anche qui la modalità è riconoscibile. Le scuse arrivano solo quando il danno d’immagine è ormai evidente e quantificabile. Non sono il prodotto di una riflessione, ma la risposta a una crisi di reputazione. Altman non dice “ho sbagliato a firmare mentre Anthropic veniva bandita“. Dice “ho sbagliato a comunicare male“. La sostanza dell’azione non viene mai messa in discussione, solo la forma.

    Nella nota aggiunge che sta lavorando per inserire nel contratto un linguaggio esplicito contro la sorveglianza domestica e le informazioni acquisite commercialmente, cioè i dati che il governo può comprare dai data broker senza mandato.

    Sono esattamente le garanzie che Amodei chiedeva prima di firmare. Ma Altman le aggiunge dopo, quando ormai servono a recuperare credibilità, non a stabilire un principio.

    E gli utenti scoprono Claude 

    Ma c’è ancora un aspetto di questa vicenda che sfugge al controllo di Altman, ed è la reazione del mercato.

    I dati di Anthropic mostrano che le iscrizioni giornaliere hanno raggiunto livelli record, gli utenti gratuiti sono cresciuti di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Bloomberg riporta che la crescita di Anthropic ha superato i 19 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto ai 9 miliardi di fine 2025. Sono numeri che raccontano una migrazione in corso, anche se non si sa ancora di quale entità.

    Gli utenti hanno visto la stessa sequenza di eventi e ne hanno tratto le loro conclusioni. Hanno visto un CEO che esprime solidarietà mentre firma il contratto che sostituisce il concorrente; hanno visto le scuse arrivare solo dopo che i numeri mostravano un problema; hanno visto le modifiche al contratto presentate come concessioni spontanee quando erano evidentemente una risposta alla pressione. E hanno scelto di conseguenza.

    Sam Altman e il suo ritratto più chiaro

    Sam Altman ha costruito negli anni un’immagine pubblica di leader visionario, attento all’etica, preoccupato per le implicazioni dell’intelligenza artificiale.

    È un’immagine che ha coltivato con interviste, post sui social, apparizioni pubbliche calibrate. Ma le azioni raccontano una storia diversa, quella di un CEO che sa sempre dove posizionarsi per apparire dalla parte giusta mentre persegue obiettivi che vanno in un’altra direzione.

    Questa vicenda non è un incidente di percorso. È la manifestazione di un modo di operare che si ripete con variazioni minime da anni. La solidarietà usata come copertura, le scuse calibrate sul danno d’immagine, le concessioni presentate come principi quando sono risposte alla pressione del momento.

    Sono tutti elementi di uno stesso schema, e questa volta si sono manifestati in una sequenza così rapida e visibile da non poter essere ignorati, da nessuno.

    Resta da vedere se questa consapevolezza avrà conseguenze durature o se Altman riuscirà ancora una volta a riposizionarsi. Ma intanto i fatti sono chiari, e il profilo che ne emerge è difficile da essere frainteso.

    [L’immagine di copertina è modificata da Franz Russo – Credits: Sam Altman speaking at TED” by TED Conference is licensed under CC BY-NC-SA 4.0.]

  • Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Dal 10 febbraio 2026 Facebook eliminerà i pulsanti “Mi piace” e “Commenti” dai siti web. Un cambiamento che segna la fine del web aperto e l’ascesa definitiva delle piattaforme chiuse.

    Meta ha annunciato che dal 10 febbraio 2026 due dei suoi plugin social più iconici scompariranno dal web. Stiamo parlando dei pulsanti “Mi piace” e “Commenti”.

    Una notizia che a molti potrebbe sembrare marginale, quasi una nota in fondo alla pagina nella storia dei social media. Eppure, dietro questo abbandono si nota un chiaro segnale di cambiamento. Quel tipo di cambiamento che sta attraversando le piattaforme social media di cui tutti noi stiamo osservando gli effetti.

    Quando Facebook voleva essere ovunque

    Per capire cosa sta accadendo, dobbiamo fare un passo indietro e arrivare al 2010. In quegli anni Facebook stava vivendo la sua età d’oro. Era nel pieno di una crescita esponenziale, miliardi di utenti attivi e l’ambizione di spingere la piattaforma oltre i suoi naturali confini.

    L’idea era semplice ma rivoluzionaria per quei tempi. E cioè portare il social network in ogni angolo del web attraverso l’Open Graph.

    L’Open Graph era un sistema di protocolli e strumenti per sviluppatori che permetteva ai siti web di integrarsi profondamente con Facebook. In pratica, trasformava ogni pagina web in un “oggetto sociale” che poteva essere condiviso, commentato e apprezzato esattamente come un post su Facebook. I siti diventavano estensioni del social network e Facebook diventava il tessuto connettivo del web.

    Facebook addio ai "Mi piace" e "Commenti": la fine di un'era
    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era


    Cos’è l’Open Graph?

    L’Open Graph è stato lanciato da Facebook nel 2010 come un set di strumenti che permetteva ai siti web di “parlare” con Facebook. Grazie a semplici righe di codice, ogni articolo, pagina o prodotto poteva diventare un contenuto social: gli utenti potevano mettere “Mi piace”, commentare o condividere direttamente dal sito esterno, e queste azioni comparivano nel loro profilo Facebook.

    Era l’epoca in cui Facebook voleva essere il centro del web, non solo una destinazione tra tante.


    I plugin “Mi piace” e “Commenti” rappresentavano l’incarnazione perfetta di questa visione. Permettevano agli utenti di interagire con contenuti esterni senza mai lasciare l’ecosistema Facebook. Un clic su quel bottoncino blu in fondo a un articolo, e l’azione veniva registrata, condivisa, amplificata attraverso il news feed. Per i publisher era una promessa allettante: traffico organico, engagement, visibilità gratuita.

    E per un po’ ha funzionato. Blog, siti di news, portali di ogni tipo si sono riempiti di questi widget azzurri. Era il web sociale, aperto, interconnesso. O almeno così sembrava.

    La motivazione: “un’era precedente dello sviluppo web”

    Nel comunicato ufficiale, Meta spiega la decisione con toni asettici e professionali. I plugin, si legge, “riflettono un’era precedente dello sviluppo web” e “il loro utilizzo è naturalmente diminuito mentre il panorama digitale si è evoluto”.

    Dal punto di vista tecnico, non ci saranno problemi. I plugin diventeranno semplicemente elementi invisibili (0x0 pixel si dice in gergo), senza causare errori o arrecare problemi ai siti.

    Non serve alcuna azione da parte dei webmaster. I bottoncini scompariranno in silenzio, lasciando al massimo qualche riga di codice inutile da ripulire per chi vorrà e saprà farlo.

    Ma la vera domanda è un’altra. Perché questo utilizzo è “naturalmente diminuito”? La risposta ci porta dritti al cambiamento a cui accennavo prima, che ha investito le piattaforme digitali negli ultimi anni.

    Oggi il web che non esce più dalle piattaforme

    La verità è che il modello delle piattaforme è cambiato radicalmente. Oggi gli utenti sono sempre più portati a non uscire più dalle piattaforme per andare sui siti web.

    I contenuti si consumano direttamente dentro Facebook, Instagram, X, TikTok. Le piattaforme hanno costruito spazi enormi, ma chiusi. Dove tutto accade all’interno: video, articoli, conversazioni, acquisti.

    Enormi perché ognuno di essi raccoglie un numero di utenti tale che potrebbe competere con la popolazione dei paesi più grande del pianeta. Suona come una contraddizione parlare delle piattaforme come “spazi chiusi”, ma è la realtà di oggi.

    Il web “aperto”, quello degli anni 2010, dove i social media fungevano da ponte tra piattaforme e siti esterni, ha ceduto il passo a un modello in cui le piattaforme vogliono trattenere le persone dentro il proprio ecosistema.

    Ogni clic verso l’esterno è un’opportunità persa. Ossia, meno tempo sulla piattaforma, meno dati raccolti, meno pubblicità visualizzata.

    Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di una strategia precisa. Meta, come le altre big tech, ha compreso che il vero valore sta nel catturare e trattenere l’attenzione. E l’attenzione non si trattiene abilitando l’uscita verso altri siti, ma costruendo un ambiente dove tutto ciò di cui hai bisogno è già disponibile.

    Ecco chi ci perde

    E quando quei tasti “Mi piace” e “Commenti” hanno smesso di funzionare realmente come generatori di traffico? Difficile dirlo con precisione, ma il declino è stato progressivo.

    Gli algoritmi di Facebook hanno via via ridotto la visibilità dei contenuti esterni nel news feed. Le condivisioni organiche sono diventate sempre meno efficaci. I publisher hanno iniziato a notare che quei bottoncini blu generavano sempre meno clic, sempre meno engagement.

    Eppure, per molti siti, soprattutto quelli di informazione e news che negli anni hanno costruito parte della loro strategia su Facebook, questa dismissione è comunque un campanello d’allarme. Anzi, forse più di un campanello d’allarme.

    Non tanto per il traffico che effettivamente generano oggi questi plugin (probabilmente marginale), ma per ciò che rappresentano. Quindi la fine definitiva di un’era in cui i social media erano alleati dei publisher nel distribuire contenuti.

    Il calo del traffico da Facebook

    Secondo le analisi di Chartbeat e Similarweb nel maggio 2024, il traffico referral da Facebook verso siti di news e media è crollato del 50% in soli 12 mesi (da marzo 2023 a marzo 2024).

    In sei anni, dal marzo 2018 al marzo 2024, il declino è stato del 58%, passando da 1,3 miliardi a 561 milioni di referral mensili. Come percentuale del traffico totale, Facebook è passato dal rappresentare il 30% nel 2018 al 7% nel 2024, per poi scendere ulteriormente al 4% nel novembre 2024 secondo dati Chartbeat riportati da Digiday.

    Le piattaforme preferiscono che gli utenti leggano gli articoli direttamente all’interno dell’app, attraverso formati proprietari come Instant Articles o semplicemente attraverso anteprime sempre più ricche.

    calo traffico referral Facebook
    Calo traffico referral Facebook

    Il contesto più ampio, la “tiktokizzazione” del web

    L’abbandono dei pulsanti Facebook si inserisce in un fenomeno più ampio che potremmo chiamare la “tiktokizzazione” del web. TikTok ha dimostrato che è possibile costruire una piattaforma di successo dove gli utenti passano ore senza mai uscire dall’app, consumando un flusso infinito di contenuti verticali.

    Instagram ha abbracciato questa visione con i Reels. YouTube con gli Shorts. Anche X (ex Twitter) sta spingendo sempre più verso contenuti video nativi. L’obiettivo è lo stesso: massimizzare il tempo trascorso all’interno della piattaforma.

    E quasi tutte le piattaforme stanno via via demotivando il clic verso link esterni, prediligendo contenuti senza link.

    In questo scenario, i plugin che facilitano l’uscita verso siti esterni diventano non solo inutili, ma addirittura controproducenti rispetto alla strategia di business. Meta sta semplicemente prendendo atto di una realtà che era già evidente da tempo.

    Cosa rimane e cosa cambia

    Non tutti i plugin sociali di Facebook stanno scomparendo. Il pulsante “Condividi”, quello con la “F” blu che si vede in fondo a molti articoli, continuerà a funzionare. Condividere un link su Facebook è un’azione che avviene dentro la piattaforma e genera engagement al suo interno. Il “Mi piace” esterno e i commenti esterni, invece, creavano interazioni che vivevano in parte fuori dal controllo di Meta.

    Per i publisher e i proprietari di siti, specie quelli che avevano costruito tutta la strategia di distribuzione su Facebook si fa dura. Non è più tempo di aspettarsi che le piattaforme social portino traffico come succedeva un tempo.

    Il modello è cambiato. Se si vuole raggiungere il pubblico dove si trova, bisogna ripensare l’intera strategia e cercare di essere presenti sulle piattaforme in maniera diversa.

    Le piattaforme digitali sempre più chiuse

    La fine dei “Mi piace” e “Commenti” di Facebook non è un evento isolato, ma il sintomo di una trasformazione strutturale del web. Stiamo passando da un modello distribuito e interconnesso a uno fatto di ecosistemi chiusi e verticalmente integrati.

    Le piattaforme non ambiscono più a essere ponti verso altri siti, ma scelgono di diventare destinazioni finali.

    Questa evoluzione pone domande importanti. Un web frammentato in spazi chiusi, sebbene enormi, è davvero nell’interesse degli utenti? La concentrazione del potere nelle mani di poche piattaforme che controllano l’accesso all’informazione è sostenibile a lungo termine? E i publisher, come possono sopravvivere in un ecosistema dove il traffico organico dai social è sempre più ridotto?

    Non ci sono risposte semplici. Ma è certo che quando quei bottoncini blu scompariranno il 10 febbraio 2026, con loro se ne andrà definitivamente un pezzo della storia del web.

    Un web che, per qualche anno, aveva creduto possibile essere allo stesso tempo sociale, aperto e interconnesso. Prima che le logiche di business e il controllo dell’attenzione prendessero il sopravvento.


    [L’immagine di copertina è stata realizzata utilizzando il modello di IA generativa DALL-E 3]

  • L’elezione di Zohran Mamdani e la nuova leadership digitale

    L’elezione di Zohran Mamdani e la nuova leadership digitale

    L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York mostra una nuova leadership politica nata dentro l’ambiente digitale. Non il digitale come strumento, ma come nuove contesto culturale che esprime un nuova politica.

    L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York è un caso straordinario, ma forse lo è soltanto per noi analogici, che abbiamo conosciuto la transizione verso il digitale. E forse la generazione di Mamdani vede tutto questo come più un passaggio naturale, un qualcosa che in realtà esiste già in un ambiente digitale.

    Non è più una questione generazionale, ma è proprio una questione di interpretare il digitale come una nuova cultura che produce anche politica da questo punto di vista. Ecco, è questo che forse dovremmo un po’ approfondire.

    Da giorni, ormai, si parla dell’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York e di sua moglie, l’artista Rama Duwaji, che rappresentano un po’ una nuova leadership politica che di fatto sta catturando l’attenzione di analisti politici, di personalità politiche, di giornalisti, di tanti che sono interessati a questo fenomeno.

    Stiamo parlando dell’elezione a sindaco nella più importante città americana, in una metropoli globale come New York, che affascina generazione dopo generazione di persone, e che di fatto è riuscita a scardinare una classe politica ormai radicata con un messaggio progressista, socialista, molto più attento alle persone.

    Si parla molto, in questi giorni, di come Mamdani sia riuscito a utilizzare la comunicazione digitale, gli strumenti digitali, all’interno della sua campagna elettorale, fin da quando si è presentato nel novembre del 2024 fino alla sua elezione di qualche giorno fa.

    L'elezione di Zohran Mamdani e la nuova leadership digitale
    L’elezione di Zohran Mamdani e la nuova leadership digitale

    Dalla transizione al digitale all’ambiente digitale

    C’è un aspetto su cui è necessario soffermarsi. Per noi analogici digitali, cioè per coloro che hanno conosciuto la transizione dall’analogico al digitale, il digitale è stato interpretato come uno strumento. Abbiamo dovuto imparare a viverlo e a utilizzarlo.

    Qui, invece, siamo di fronte a una leadership nuova. Una leadership politica.

    Zohran Mamdani e sua moglie Rama Duwaji sono nati in un contesto digitale. Non sono a tutti gli effetti catalogabili come nativi digitali per questione anagrafica, ma poco ci manca. Rama Duwaji è nata nel 1997, ha 28 anni, e Zohran Mamdani 34 anni, il sindaco più giovane della storia di New York, catalogabile come Millennial.

    Questa generazione, che tanto è stata raccontata, oggi produce attraverso la propria cultura digitale una prima e vera leadership digitale di comunicazione.

    Il digitale non come strumento, ma come ambiente

    Per loro il digitale non è uno strumento, è un ambiente. Gli strumenti digitali utilizzati da Zohran Mamdani e Rama Duwaji non sono strumenti: sono dimensione reale. Sono l’ambiente all’interno del quale sono nati, e sicuramente cresciuti.

    A differenza di tanti analogici, soprattutto politici, che si sorprendono di come Rama e Zohran siano riusciti a intercettare meglio le esigenze delle persone.

    Zohran Mamdani non ha fatto altro che vivere questa dimensione digitale e trasformarla in una forma di relazione e contatto diretto con le persone. Prima ancora di trasformare, ha saputo ascoltare grazie agli strumenti digitali.

    E non ha calato dall’alto una proposta politica, come spesso avviene, ma ha fatto in modo che l’idea politica nascesse all’interno dell’ambiente digitale, prendendo forma dall’ascolto.

    L'elezione di Zohran Mamdani e la nuova leadership digitale
    Zohran Mamdani

    Una nuova leadership politica espressione della cultura digitale

    Non sorprende tanto l’uso degli strumenti digitali, quanto la capacità di intercettare esigenze che altrimenti non emergerebbero se la classe politica analogica continua ad approcciare il digitale come semplice mezzo di trasmissione.

    Qui siamo di fronte a un’idea politica che nasce dentro l’ambiente digitale. All’interno di questo ambiente ci sono poi vari strumenti, mezzi e modalità che permettono di costruire insieme l’idea politica.

    Zohran Mamdani aveva 13 anni quando è arrivato Facebook. Rama Duwaji ne aveva 7. Sono cresciuti dentro l’ambiente digitale. Non hanno conosciuto cosa c’era prima. Hanno costruito relazioni, acquisito cultura digitale e l’hanno trasformata in una visione politica e comunicativa più aperta e riconoscibile.

    Ed ecco il motivo del successo di Zohran Mamdani e di Rama Duwaji, che ha trasformato la propria verve artistica all’interno di questo schema culturale digitale, traducendola in un messaggio politico aperto e condivisibile.

    Siamo di fronte a una nuova leadership politica, che non si muove più verso il digitale come strumento, ma vive in un ambiente digitale. È importante osservare questo fenomeno, perché aiuta a comprendere come si stia trasformando il modo di costruire relazione, ascolto e politica.

  • LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Per la prima volta LinkedIn diventa la piattaforma preferita dai Social Media Manager, superando Instagram. L’indagine francese 2025 riporta anche Facebook a chiudere il podio. In crescita TikTok. Ecco tutti i dati.

    Per la prima volta LinkedIn diventa la piattaforma più importante per i Social Media Manager. Non è un titolo a effetto, è il dato che apre l’indagine 2025 del Blog du Modérateur, realizzata insieme a Iconosquare e all’IIM Digital School, su un campione di 844 professionisti attivi in Francia tra il 24 giugno e l’11 agosto 2025.

    Un sorpasso che racconta un cambio di paradigma, se vogliamo. LinkedIn non è più soltanto un luogo di networking, ma diventa sempre più luogo di strategie editoriali, investimenti e conversazioni non solo professionali.

    E questa direzione ha riflessi anche per quanto riguarda il nostro paese.

    I social che contano nel 2025

    Gli intervistati hanno valutato l’importanza delle principali piattaforme nel proprio lavoro. La classifica completa è questa:

    • LinkedIn 74%
    • Instagram 71%
    • Facebook 56%
    • TikTok 29%
    • YouTube 20%
    • Pinterest 12%
    • X 10%
    • Threads 6%
    • Snapchat 5%
    • Twitch 5%
    • Bluesky 4%.

    Da questa classifica si evince che quasi tre su quattro considerano LinkedIn importante per il proprio lavoro. Instagram si piazza al secondo posto ma resta vicinissimo e continua a essere forte sul pubblico giovane e sui formati.

    Facebook, dato per superato tante volte, si conferma terzo. E questo perché ha base utenti ancora molto grande e variegata. Diciamo che è ormai una piattaforma generalista. Ricopre un ruolo importante, quindi, per le campagne pubblicitarie.

    TikTok cresce ma rimane, per ora, un gradino sotto quando la domanda è “quale piattaforma è davvero importante per il tuo lavoro?”.

    YouTube arretra leggermente, mentre per X continua la discesa. La ricerca ricorda che nel 2022 Twitter era “importante” per il 40% dei SMM, mentre nel 2025 scende al 15% e, nella classifica di importanza, è indicato al 10%.

    Una situazione che finisce per spingere ad emergere piattaforme come Bluesky, anche se ancora poco diffuse.

    LinkedIn, la piattaforma digitale preferita dai Social Media Manager nel 2025
    LinkedIn, la piattaforma digitale preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Social media, chi avanza e chi arretra

    Sulle dinamiche di crescita percepite le risposte convergono: TikTok è citato dal 56% come piattaforma “in progressione”, LinkedIn dal 50%, Instagram dal 45%.

    Sul fronte opposto, le piattaforme digitali in calo sono le stesse dell’anno precedente. Infatti, Facebook in calo del 56%, X 50%, Snapchat 22%.

    Nel caso di Facebook pesano soprattutto la moderazione più debole e l’aumento di contenuti generati da IA che riducono qualità e impatto nel feed.

    Su X ha inciso la gestione post acquisizione e la perdita di credibilità che molti professionisti segnalano come freno alla pianificazione.

    Contenuti organici: LinkedIn avanti, Instagram perde reach

    Dando un’occhiata ai risultati organici, il podio è stabile. E infatti notiamo LinkedIn 36%, Instagram 32%, Facebook 20%.

    Quasi la metà del campione preso in esame, però, dichiara di aver osservato una riduzione della reach su Instagram (49%).

    È una tendenza già emersa in altre rilevazioni e che obbliga a ripensare format, cadenza editoriale e commistione tra contenuti e sponsorizzazioni.

    Dietro il terzetto di testa si collocano TikTok al 7% e YouTube al 3% per performance organica.

    La ricerca francese riporta un dettaglio utile sulle Stories, che restano un formato chiave per stimolare interazioni. L’81% dei SMM le utilizza e, dentro questo universo, il 92% delle Stories viene pubblicato su Instagram. Facebook segue al 70% anche per effetto del cross-posting, mentre TikTok è citato all’11%.

    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025
    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Pubblicità, Meta resta la casa delle sponsorizzazioni

    Dal punto di vista della pubblicità, Instagram è usato per campagne dal 81% e Facebook dal 80% del campione. Poi arrivano LinkedIn 31%, TikTok 20%, YouTube 14%. In termini di resa, Facebook continua a essere indicato come il canale più efficace per i risultati a pagamento dal 45% degli intervistati, in calo di 5 punti, seguito da Instagram al 31%, in crescita di 3 punti.

    Interessante la dinamica dei budget. Il 42% dichiara una spesa annua almeno pari a 1.000 euro in social ads. Per il 36% il budget è cresciuto rispetto al 2024, per il 16% è diminuito (era il 13% l’anno precedente).

    Aumenta anche l’autonomia nella gestione: il 49% afferma di gestire interamente i budget pubblicitari, era il 47% un anno fa. Due segnali che raccontano maturità operativa e un maggiore controllo interno sulle performance.

    Il Video si conferma il formato del 2025

    Oltre il 90% dei professionisti pubblica video.

    Nella distribuzione per piattaforma guida Instagram all’81%, seguita da Facebook al 73% (in crescita rispetto al 71% del 2024), da LinkedIn al 60% con un +7 punti, e da TikTok al 42% con un +4.

    YouTube è l’unica piattaforma in lieve calo rispetto al 2024 (–2 punti), ma resta comunque utilizzata dal 50% dei CM. Il video, dunque, si consolida come linguaggio mainstream in ogni ecosistema, con LinkedIn che accelera e riconfigura feed e abitudini di fruizione anche in chiave B2B.

    Influencer marketing: potenziale ancora inespresso

    Solo il 32% dei community manager dichiara di lavorare con creator e influencer. Eppure il 76% ha un budget dedicato. La ripartizione è utile per comprendere la scala degli investimenti: 21% tra 100 e 1.000 euro annui, 34% tra 1.000 e 10.000, 12% tra 10.000 e 50.000, 4% tra 50.000 e 100.000, 5% oltre 100.000.

    Le piattaforme più usate per le campagne di influenza confermano la supremazia di Instagram all’87% (in calo di 4 punti), con TikTok al 45% in crescita di 3 punti.

    Seguono Facebook 22% (–2), YouTube 16% (–4), blog o sito del creator 12% (–3), LinkedIn 8% (+1), Twitch 4% come new entry, X 1% (–4).

    È un quadro che evidenzia come l’influencer marketing stia cambiando e, allo stesso tempo, come LinkedIn inizi a ritagliarsi uno spazio anche in questo ambito, coerente con la sua evoluzione verso un social media a tutto tondo.

    La logica dell’algoritmo del proprietario

    Il punto non è soltanto chi sta davanti in classifica.

    È la logica che guida le scelte dei professionisti. LinkedIn oggi consente di lavorare su contenuti che generano valore professionale misurabile: posizionamento, reputazione, relazione con stakeholder, opportunità commerciali.

    In un ecosistema dove l’algoritmo del proprietario orienta la distribuzione del contenuto verso priorità e narrative decise dal gestore della piattaforma, LinkedIn viene percepito come un ambiente relativamente più coerente con gli obiettivi dei CM. Non immune, ma più allineato a ciò che un professionista cerca quando investe tempo e budget. E quindi, esposizione qualificata, interazioni pertinenti, continuità.

    C’è un impatto anche sull’Italia.

    Il nostro mercato condivide la necessità di presidiare percorsi informativi più solidi e meno dipendenti dall’intrattenimento puro.

    Per aziende B2B, professionisti, PMI che devono costruire fiducia e autorevolezza, la centralità di LinkedIn non sorprende.

    Il dato francese, quindi, non va generalizzato in modo automatico e schematico, ma intercetta una tendenza che vediamo già da mesi. E quindi, più spazio a contenuti di utilità, più attenzione a formati informativi, maggiore disponibilità a sostenere la reach con investimenti mirati dove serve e quando serve.

    Una breve sintesi 

    LinkedIn sale al primo posto per importanza (74%) e guida l’organico, Instagram resta fortissimo ma perde reach per quasi metà del campione, Facebook continua a reggere grazie alle adv e alla scala dell’audience, TikTok è la piattaforma in maggiore progressione ma ancora meno centrale quando si parla di “importanza per il lavoro”, X arretra.

    Il video è ormai linguaggio trasversale, l’influencer marketing ha margine di crescita fuori dall’asse Instagram–TikTok, i budget pubblicitari sono più diffusi e più spesso gestiti in autonomia.

    Il sorpasso di LinkedIn non è un incidente di percorso e nemmeno di numeri. È il segnale di un cambiamento che si evidenza nel bisogno dei professionisti di andare alla ricerca di luoghi dove poter condividere contenuti utili, conversazioni rilevanti e risultati misurabili.

  • Intelligenza artificiale e marketing: il ruolo dei big data

    Intelligenza artificiale e marketing: il ruolo dei big data

    L’IA rivoluziona il marketing con efficienza e un livello di personalizzazione sempre più elevato. Assistenti vocali e big data ormai influenzano i consumatori, ma emergono questioni etiche. Le competenze soft saranno cruciali nel futuro.

    “La vendita per corrispondenza mette gli uomini alla prova, eliminando ogni tipo di supposizione ed evidenziando ogni errore. […] Così si impara che o la pubblicità viene fatta su base scientifica o non si avrà nessuna possibilità di successo”.

    Con queste parole Claude C. Hopkins, nel 1923, copywriter e convinto esponente dell’hard sell, presentava in “Scientific advertising” la propria visione dell’advertising.

    Da allora la relazione tra persone e marchi ha mutato pelle diverse volte.

    Dalla Televisione all’Intelligenza Artificiale

    L’avvento della televisione, la nascita dei primi personal computer fino all’avvento di Internet e la sua successiva adozione in mobilità, sono solo alcuni dei passaggi che hanno provocato i cambiamenti epocali degli ultimi decenni.

    In questo quadro si articola la riflessione con Francesco Turriani di Ingigni che interseca storia, dati ed approfondimenti scientifici che guardano ai trend di domani.

    Il 30 novembre 2022, con la pubblicazione di ChatGPT, il chatbot basato su intelligenza artificiale di OpenAI, è avvenuto un altro passaggio storico, un game changer negli equilibri della società.

    il tempo impiegato dalle statup più famose per raggiungere il milione di utenti

    In 5 giorni ChatGPT ha raggiunto i 1 milione di utenti (fonte dati e immagine) e si stima abbia raggiunto oltre 630 milioni di visitatori il mese scorso. In un paio d’anni si sono moltiplicate le Intelligenze artificiali (o IA) declinate in vari settori.

    Non abbiamo fatto in tempo a familiarizzare con testi più o meno ben fatti che siamo stati sorpresi da immagini sempre più realistiche. Oggi le immagini prendono vita ed è sempre più naturale che vengano accompagnate da musiche nate da dei prompt. Tutto evolve, molto velocemente.

    Il marketing, più rapidamente di altre realtà, sta sviluppando un rapporto simbiotico con l’intelligenza artificiale, coniugando la propria maturità con l’innovazione offerta dall’IA.

    Il risultato è fatto da mediazioni algoritmiche che migliorano le performance, avvicinano ancora di più azienda e cliente di cui addirittura prevedono i comportamenti grazie ai big data. 

    L’impatto dell’IA nel marketing digitale

    Hopkins diceva: “Non siamo perfettamente in grado di predire con certezza quanto un articolo sarà popolare, perché è difficile misurare le antipatie umane, le preferenze e i pregiudizi ma sappiamo invece con certezza come venderlo nel modo più efficace.”

    Anche questa barriera è caduta grazie a IA che automatizzano e personalizzano l’esperienza di acquisto degli utenti in modi prima inimmaginabili. Brand come Amazon sono pionieri nei consigli di acquisto personalizzati e nei prezzi dinamici assistiti aggiornati, grazie all’intelligenza artificiale.

    Grazie all’IA, i brand offrono raccomandazioni d’acquisto su misura, migliorano la navigazione del cliente e ottimizzano la gestione dell’inventario. Questi strumenti aumentano l’efficienza, migliorano la soddisfazione del cliente e se ne assicurano la fedeltà grazie alla comprensione delle preferenze.

    Secondo Statista, i ricavi del mercato globale derivanti dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel marketing raggiungeranno i 36 miliardi di dollari nel 2024. 

    ai big data marketing franz russo

    Le tecnologie AI che avvicinano i brand ai consumatori

    Una ricerca focalizzata sull’impatto dell’IA sui comportamenti d’acquisto online degli utenti si sofferma su 5 punti che restano fondamentali nel rapporto tra intelligenza artificiale e marketing.

    Assistenti vocali

    Sfruttano l’apprendimento automatico per valutare e decodificare la voce e il linguaggio parlato. Ad esempio, i clienti possono effettuare acquisti handsfree utilizzando comandi vocali tramite assistenti virtuali come Google Assistant, Amazon Alexa e Siri. Il 40% degli italiani ne fa uso.

    Virtual Try On

    Integra nel reale elementi virtuali e permette di vedere il risultato prima di disporre del prodotto. Durante lo shopping online su Amazon, ad esempio, si può vedere in un’anteprima come un certo modello di scarpa starà ai piedi della persona grazie alla fotocamera del proprio smartphone.

    Cognitive robots

    Questi robot utilizzano tecnologie di linguaggio naturale per operazioni senza intervento umano. Un esempio è Robee, il robot umanoide made in Italy con addestramento rinforzato, capace di operare in ambienti ostili, di eseguire lavori pesanti in fabbrica ma anche in ambito sanitario.

    Sistema di raccomandazione

    Questi sistemi utilizzano algoritmi che analizzano la cronologia di navigazione dell’e-commerce e ne tracciano i comportamenti al fine di comprendere quali categorie di prodotti suggerire ai clienti. Amazon raccomanda prodotti basandosi anche sulla cronologia di ricerca degli utenti.

    Test processing technology

    Si tratta di una tecnologia di linguaggio naturale che include chatbot e sentiment analysis, utilizzata per analizzare il linguaggio o testi scritti. Per esempio, la compagnia Sephora usa strumenti di elaborazione di dati per valutare recensioni, opinioni e feedback dei prodotti.

    La capacità dell’intelligenza artificiale di analizzare grandi set di dati in tempo reale migliora la distribuzione dei contenuti permettendo al marketing di identificare, esaminare, anticipare ed interpretare correttamente i dati degli utenti. Questa capacità dota i marketer di nuovi strumenti per coinvolgere i clienti in attività che ne aumentano la soddisfazione e li incentivano agli acquisti.

    Ambiti di utilizzo dell’IA nella promozione

    Non solo il marketing digitale. La pervasività dell’intelligenza artificiale è sempre più tangibile nelle sue ramificate capacità espressive. Qui ne riportiamo alcuni tra i più apprezzabili esempi.

    Dalle banche per rilevare frodi

    L’IA permette alle banche di monitorare le transazioni in tempo reale, identificando comportamenti sospetti e potenziali frodi. Con il machine learning, realtà come American Express riescono a intercettare comportamenti fraudolenti aumentando la sicurezza e la customer loyalty.

    Dalle piattaforme di streaming

    Si stima che circa il 75% di ciò che gli utenti guardano su Netflix è influenzato dai consigli della piattaforma, cosa che evidenzia l’impatto dell’intelligenza artificiale e dei big data sulla customer experience e che si traduce in un maggior tempo di permanenza sulla piattaforma.

    Per videosorveglianza

    L’intelligenza artificiale rende le telecamere strumenti capaci di dedurre da comportamenti anomali possibili azioni pericolose, di tenere sotto controllo i comportamenti e rilevare fonti di rischio. Questo aumenta la sicurezza e rende più efficiente e reattiva la gestione delle emergenze.

    Velocizzare i processi di selezione

    Le soluzioni IA in HR analizzano CV e dati dei candidati per abbinare le qualifiche alle posizioni aperte, riducendo il tempo di reclutamento e migliorando l’accuratezza nella selezione dei candidati. Già nel 2019, Unilever dichiarò di aver risparmiato grazie all’IA 100.000 ore di interviste analizzando le espressioni facciali, il linguaggio del corpo e la scelta delle parole dei candidati.

    Customer care

    Chatbot intelligenti, basati su IA, gestiscono richieste e domande dei clienti 24/7, migliorando l’esperienza dell’utente con risposte immediate e personalizzate, e alleggerendo il carico di lavoro del personale di supporto. Xbox sta testando un nuovo chatbot connesso ai documenti di supporto di casa Microsoft per migliorare l’esperienza di gioco dei propri utenti.

    Nell’automotive

    L’IA rivoluziona l’automotive con la guida autonoma, analizza in tempo reale i dati di fonti esterne, sensori e telecamere e prende decisioni che migliorino la sicurezza e riducono gli incidenti.

    Nella ricerca

    Nel 2020, i ricercatori del MIT hanno annunciato la scoperta del primo antibiotico grazie all’intelligenza artificiale. Su un database di 61.000 molecole fornite dagli scienziati, l’IA è stata in grado di fornire una soluzione atossica e diversa da altri antibiotici già in commercio. Un successo storico la scoperta dell’halicina in onore di Hal 9000, dal film 2001: odissea nello spazio.

    Impatto dell’AI sui consumatori: stato attuale e prospettive

    Non siamo più soli. La presenza della tecnologia digitale fa parte degli spazi fisici in cui viviamo. Ciò contribuisce a modificare la nostra percezione di orizzonte personale e sociale, definendo prospettive diverse e non sempre rassicuranti. Gli spazi sono sempre più ibridi.

    Grazie ad Internet ed agli smartphone, mondo fisico e mondo digitale coesistono. Trascorriamo quasi 6 ore ogni giorno connessi alla rete, 3 delle quali attraverso i nostri smartphone.

    una smart city stilizzata

    Non siamo programmati per eseguire operazioni in multitasking però il progresso tecnologico viaggia a velocità crescente. Viviamo nella right now economy, starle dietro non è facile.

    Ciò induce le persone in uno stato che Johann Hari definisce wired, soffermandosi sull’ambivalenza del termine: da una parte l’essere connesso alla rete, dall’altra l’iperattività cerebrale.

    A fronte di una minore attenzione, frammentata com’è da stimoli esterni come notifiche, email e memo, viene in soccorso il digital marketing che gioca un ruolo decisivo nell’individuare soluzioni soddisfacenti capaci di anticipare, semplificare ed accompagnare l’utente verso la conversione.

    Qui l’etica assume un ruolo rilevante. Siamo accompagnati da stimoli informativi che continueranno ad aumentare grazie all’adozione sempre più capillare di sistemi basati su IA.

    Andrea Saletti, con un suo post su Instagram, ha recentemente portato all’attenzione la questione del “paradosso della scelta”. Quando la persona ha poche informazioni, poco tempo o non sa esattamente che cosa vuole preferisce avere poche scelte. In altre situazioni, invece, avere più scelte è funzionale e garantisce una customer experience migliore.

    Tra gli aspetti che, grazie all’IA, impattano positivamente sull’esperienza troviamo le raccomandazioni personalizzate, le ricerche per immagini, i risultati di ricerche più rilevanti basati sulle singole esigenze e chatbot capaci di assistere 24 ore su 24 durante la navigazione o il completamento di un’operazione. Come la finalizzazione di un acquisto in un ecommerce. 

    La sicurezza: una partita importante

    Nonostante i benefici evidenti, l’impiego dell’IA nel marketing e nell’e-commerce solleva anche questioni di sicurezza e privacy. I pro di questa tecnologia includono l’efficienza operativa e l’aumento delle vendite grazie a raccomandazioni personalizzate e processi decisionali automatizzati. Tuttavia, questi vantaggi si accompagnano a dei contro significativi:

    • Privacy: l’accumulo e l’analisi di enormi quantità di dati personali possono causare violazioni della privacy, se i dati non sono adeguatamente protetti.
    • Sicurezza: sistemi di intelligenza artificiale mal configurati o vulnerabili possono essere sfruttati per fini maligni e poco limpidi, come attacchi informatici mirati.
    • Bias algoritmici: se non monitorati, gli algoritmi possono perpetuare o amplificare pregiudizi. Portando a decisioni ingiuste e discriminatorie. Il 29 marzo 2024 Facebook interrompe la Via Crucis di Radio Maria motivando: “sembra che tu abbia condiviso o inviato immagini di nudo o atti sessuali”. Sicuramente il Crocifisso non era d’accordo.
    • Prezzi squilibrati: brand che adottano un pricing dinamico basato su IA possono incorrere nel rischio di presentare prezzi sballati basati sulla cronologia di prodotti già visualizzati.
    • Recensioni false: la leva della riprova sociale gioca un ruolo nei processi decisionali degli utenti. Esistono sistemi basati su IA per verificare l’autenticità delle recensioni. Peccato che a volte l’AI crei confusione creando grossi problemi (com/review/fakespot).

    Immaginare gli strumenti, non prevedere come usarli

    Non è difficile prevedere che in futuro la dimensione MarTech svolgerà un ruolo ancora più significativo, per certi versi facilitando la nostra vita e offrendo vantaggi significativi in contesti professionali, aziendali e privati; per altri versi ponendo questioni fondamentali su come evolverà il mercato del lavoro, su quali opportunità e alternative potranno esserci agli impieghi tradizionali.

    Durante il 14esimo forum tenutosi a Shangai, nel giugno 2023, il premio Nobel Pissarides ha affermato che le numerose iscrizioni a corsi di laurea STEM (Science, Technology, Engineering e Mathematics) produrranno molti laureati senza prospettive. E le soft skills avranno più valore.

    Quindi, saranno protagoniste della trasformazione digitale le abilità personali come creatività, empatia, affabilità che conteranno più delle hard skills, i titoli di studio. È pur sempre un’opinione con la quale non tutti sono d’accordo. Infatti viene da chiedersi: è meglio un ingegnere che sa fare calcoli e progetti ma è scorbutico, oppure un tipo simpatico che però rimanda tutto all’IA per cominciare a costruire un ponte? La verità, probabilmente, come sempre sta nel mezzo.

    Se il lavoro e la sua organizzazione vivono un momento di transizione, non sono questioni di poco conto nemmeno le mutazioni nei rapporti interpersonali, la crescente incertezza nella percezione della realtà, quanto l’IA peserà sullo sviluppo delle capacità conoscitive ed emotive degli individui.

    Le informazioni nello spazio digitale subiscono una commoditizzazione, divenendo facilmente reperibili senza transitare nello spazio pubblico bensì da dimensione privata a dimensione privata.

    Mantenere uno spirito critico senza pregiudizi verso l’ingresso delle tecnologie è il modo migliore per comprendere la mutazione della società, del lavoro e delle giornate sempre più onlife.

     

  • X tra Like privati e nuove regole per i contenuti per adulti

    X tra Like privati e nuove regole per i contenuti per adulti

    Le trasformazioni su X, quella che prima era Twitter, continuano. Presto i Like saranno privati per tutti gli utenti; al momento lo sono solo per gli utenti Premium. E, in tutto questo, cambiano le regole rispetto alla condivisione di contenuti pornografici.

    Le trasformazioni della piattaforma che una volta si chiamava Twitter, e oggi si chiama X, proseguono ormai senza sosta. Questa di cui stiamo per parlare si presta a più di una considerazione. Di base, si tratta di una funzionalità che interessa in maniera diretta il nuovo proprietario Elon Musk. E questo è un dato, neanche tanto celato.

    Iniziamo col dire che si tratta di una funzionalità che è già presente tra le opzioni per gli utenti abbonati Premium. E che presto sarà disponibile per tutti.

    Si tratta della possibilità di rendere i “Like” privati, quindi non più visibili.

    X e i like privati

    Parliamo di quei contenuti a cui spesso mettiamo “Like” e che possono, in alcuni casi, essere lontani da ciò che ci interessa abitualmente, al punto da suscitare perplessità e critiche, anche feroci.

    A dare conferma di questa nuova modifica è l’ingegnere di X, Haofei, in un post: “Sì, stiamo rendendo i ‘Mi piace’ privati.

    I ‘Mi piace’ pubblici stanno incentivando un comportamento sbagliato. Ad esempio, molte persone si sentono scoraggiate dal mettere ‘like’ a contenuti che potrebbero essere ‘taglienti’ per paura di ritorsioni da parte dei troll o per proteggere la propria immagine pubblica.

    Presto potrai mettere ‘Like’ senza preoccuparti di chi potrebbe vederlo. Ti ricordiamo inoltre che più post ti piacciono, migliore sarà il tuo algoritmo ‘Per te’.

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    Per X la privacy è al centro di tutto

    Quindi questa modifica è parte di un’operazione di X che mette al centro la privacy degli utenti, garantendo la sicurezza di potersi muovere sulla piattaforma senza dover subire ritorsioni, che possono derivare dai contenuti apprezzati.

    Di questa modifica si è parlato dopo che era stata scoperta sull’app iOS. E presto sarà disponibile per tutti gli utenti, quindi non solo per gli utenti abbonati.

    Cosa comporta rendere i Like privati

    Nel tentativo di chiarire meglio cosa comporterà questa modifica, sull’argomento è intervenuto anche Enrique Barragan, ingegnere di X, il quale ha chiarito che:

    • si potrà vedere a chi sono piaciuti i propri post;
    • si potrà vedere il numero di “Like” per tutti i post/risposte/commenti;
    • non si vedranno le persone a cui è piaciuto il post di qualcun altro;
    • scomparirà la scheda “Mi piace” degli altri sul loro profilo.

    La sezione “Mi piace” sul proprio profilo ci sarà ancora, ma in alto apparirà una scritta: “I tuoi Mi piace sono privati. Solo tu puoi vederli”. Quindi, come ricordato prima, non sarà più visibile la sezione “Mi piace” all’interno dei profili altrui.

    Sono tantissimi i casi in cui i “Like” hanno destato stupore e perplessità.

    X e alcuni casi di “Mi piace” ad insaputa

    Negli USA, a questo proposito, si ricorda il caso del senatore Ted Cruz che mise “Mi piace” su un video pornografico. In quel caso, il senatore disse che era stato uno dei suoi collaboratori.

    Anche Samuel L. Jackson fu sorpreso ad apprezzare video pornografici. Ammi poi tutti una volta che i suoi follower lo avvertirono che i suoi “Like” erano pubblici.

    E anche lo stesso Musk è stato “sorpreso”. Infatti, il proprietario di X nel 2022 mise “like” a un tweet (allora si potevano chiamare ancora così) ostinatamente transfobico.

    Ora, chiunque si è trovato, in molte situazioni, nella condizione di limitare una sua azione rispetto a un contenuto. Sarà capitato almeno una volta, anche solo per evitare di accendere polemiche o discussioni che, purtroppo, spesso finiscono per aumentare le distanze.

    Ma se davvero qualcuno ha bisogno di sentirsi al riparo con una funzionalità del genere, allora, forse, X non è la piattaforma giusta. O, comunque, non è questo il modo di usare questi strumenti.

    Un’altra considerazione da fare è che questa funzionalità rischia di invalidare lo stesso utilizzo della piattaforma.

    X, i Like e le conseguenze sull’algoritmo

    Non dobbiamo mai dimenticare che l’algoritmo enfatizza anche i contenuti sui quali mettiamo il nostro “like”. Di conseguenza, la sezione “Per te” presenterà contenuti che ci piacciono man mano che aumenta la nostra reazione verso quel tipo di contenuti.

    Se si è alla ricerca di un modo per mettersi al riparo e sentirsi liberi di mettere “like” su contenuti che possono intaccare anche la vostra reputazione, sappiate che poi tutta la vostra timeline sarà piena proprio di quei contenuti.

    Questo per mettere le cose in chiaro.

    X, nuove regole per la condivisione di contenuti pornografici

    E a proposito di questo tema, c’è da rilevare che da poco X permette di pubblicare contenuti per adulti, a “condizione che siano adeguatamente etichettati e non visualizzati in maniera chiara”.

    Secondo le nuove regole di X, gli utenti potranno creare e distribuire materiale relativo a temi sessuali purché sia prodotto e distribuito consensualmente.

    Secondo X, è contenuto per adulti:

    qualsiasi materiale prodotto e distribuito consensualmente che raffigura nudità o comportamenti sessuali di adulti che siano pornografici o destinati a provocare eccitazione sessuale. Ciò vale anche per contenuti generati dall’intelligenza artificiale, fotografici o animati come cartoni animati, hentai o anime. Gli esempi includono raffigurazioni di:

    nudità totale o parziale, compresi primi piani di genitali, glutei o seni;
    comportamento sessuale esplicito o implicito o atti simulati come rapporti sessuali e altri atti sessuali“.

    Tutto questo nonostante le crescenti preoccupazioni riguardo al proliferare di contenuti pornografici sulla piattaforma.

    Contenuti per adulti destinati ad aumentare

    Secondo Reuters, nel 2022 i contenuti a sfondo sessuale sulla piattaforma rappresentavano il 22%. Adesso la percentuale è sicuramente più alta. E, di fronte alle nuove regole, c’è da attendersi che crescerà ancora.

    Ricorderete tutti quando, ad ottobre 2023, l’Australia multò X per non aver fornito informazioni sui contenuti pedopornografici. Più o meno in quello stesso periodo, l’India notificò a diversi social media, incluso X, di rimuovere materiale pedopornografico dalle loro piattaforme.

    Ah, bei tempi quelli in cui al posto del cuore c’era la stella e “stellinare” era sinonimo di segnalibro. Un modo per dire “me lo segno per leggerlo più avanti”. Quello era il vero valore di quell’azione.

    Dimenticavo, il prossimo passaggio è quello di mandare in soffitta i conteggi delle interazioni.

  • ChatGPT 4o e l’evoluzione della IA Generativa

    ChatGPT 4o e l’evoluzione della IA Generativa

    ChatGPT-4o di OpenAI rivoluziona l’IA generativa con prestazioni ottimizzate, gestione simultanea di testo, voce e immagini e altri miglioramenti.

    Per chi non ha basi tecniche avanzate, ma si interessa di altri aspetti che riguardano l’Intelligenza Artificiale Generativa, allora si può ben affermare che siamo di fronte ad una evoluzione evidente. E che produrrà diversi effetti.

    OpenAI ha presentato la nuova evoluzione di ChatGPT 4. Nei giorni scorsi era girata la voce che si sarebbe trattato di un motore di ricerca. Possiamo dire che al momento il discorso è solo rimandato e che il salto in avanti comunque c’è stato.

    Ecco ChatGPT 4o

    ChatGPT-4o rappresenta per davvero una svolta nel mondo della Intelligenza Artificiale Generativa. Ma cosa rende questo modello così speciale rispetto ai GPT precedenti?

    ChatGPT-4o si basa sull’architettura del GPT-4, con ottimizzazioni che migliorano in maniera evidente le prestazioni.

    openai chatgpt 4o evoluzione IA generativa franz russo

    La “o” in ChatGPT-4o sta per “omni”, a dimostrare l’ampiezza e la versatilità delle sue capacità. Il modello gestisce contemporaneamente testo, video e immagini.

    Caratteristiche di ChatGPT 4o

    GPT-4o ragiona attraverso voce, testo e immagini“, ha detto Mira Murati durante la presentazione del nuovo modello in OpenAI a San Francisco. “E questo è incredibilmente importante, perché guardiamo al futuro dell’interazione tra noi e le macchine.

    Ecco, un passaggio che vale la pena di sottolineare.

    Con il nuovo modello si passa da una interazione macchina-uomo e si arriva ad una interazione macchina-uomo-macchina. Si aggiunge un ulteriore livello di interazione.

    Questo modello è progettato per essere più completo e universale, offrendo prestazioni superiori in termini di velocità, efficienza e coerenza delle risposte.

    Miglioramenti delle prestazioni

    Il volume di dati utilizzato per addestrare ChatGPT-4o è stato ampliato del 50% rispetto a GPT-4.

    Questo dataset include una vasta gamma di testi, dai documenti accademici ai dialoghi realistici, permettendo al modello di comprendere e rispondere con maggiore accuratezza alle richieste degli utenti.

    Grazie alle ottimizzazioni tecniche, ChatGPT-4o riduce i tempi di risposta fino al 30% rispetto a GPT-4. Ed è davvero così. Vi invito a provarlo, perché è importante sapere che il nuovo modello è disponibile per tutti. Quindi anche per gli utenti non abbonati

    Questo significa che le interazioni con l’IA sono ora più rapide e fluide, migliorando significativamente l’esperienza utente.

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    Reattività in “tempo reale”

    Il modello offre una reattività “in tempo reale”, come afferma OpenAI, e può persino cogliere le sfumature della voce di un utente, generando in risposta voci in “una gamma di stili emotivi diversi” (incluso il canto).

    Per dare l’idea di cosa possa fare, ChatGPT 4o è capace di analizzare un’immagine, procedere all’analisi della stessa e descrivere il contenuto.

    La grande novità sta nel fatto che la descrizione dell’immagine viene contestualizzata, viene quindi riempita di significato. E questo avviene anche senza dare alcuna specifica, basta semplicemente chiedere “Cosa vedi in questa immagine”?

    Altra grande novità è che ChatGPT 4o è capace di analizzare l’immagine, riuscendo a cogliere anche il testo contenuto nell’immagine.

    Capacità di “leggere” le immagini

    Ad esempio, si può chiedere di analizzare lo screenshot di una porzione di codice da decifrare e correggere. Oppure si può chiedere di analizzare lo screenshot di un documento e analizzarlo. Per poi riscriverlo nella maniera corretta.,

    ChatGPT-4o supporta diverse lingue con una precisione che non si era mai vista prima. Le ottimizzazioni includono miglioramenti specifici per la gestione del contesto in varie lingue, rendendolo uno strumento veramente globale.

    Interazioni in più lingue

    Ora, interagire in lingue diverse è più naturale e coerente.

    Certo, le migliorie sono molto più evidenti in lingua inglese, ma i miglioramenti sono evidenti anche in lingua italiana.

    OpenAI afferma che le prestazioni di GPT sono migliorate per 50 lingue.

    Una delle innovazioni più importanti di ChatGPT-4o è la capacità di mantenere il contesto su lunghe conversazioni.

    Questo significa che il modello può ricordare dettagli specifici e fornire risposte coerenti anche dopo molte interazioni, superando i limiti delle versioni precedenti.

    Per la voce bisogna attendere

    Al momento, la voce non fa parte dell’API di GPT-4o per tutti i clienti. OpenAI, citando il rischio di utilizzi impropri, afferma che le nuove funzionalità audio di GPT-4o saranno rese disponibili prima a “un piccolo gruppo di partner fidati” nelle prossime settimane.

    ChatGPT-4o rappresenta, quindi, una vera rivoluzione nel campo dell’intelligenza artificiale.

    Con prestazioni ottimizzate, tempi di risposta ridotti e una comprensione linguistica avanzata, questo modello promette di trasformare il modo in cui interagiamo con l’IA, rendendo queste interazioni più naturali, fluide, efficienti e soddisfacenti.

    ChatGPT 4o disponibile per tutti

    Chat GPT-4o è disponibile nella sezione gratuita di ChatGPT a partire da oggi e per gli abbonati ai piani premium ChatGPT Plus e Team di OpenAI con limiti di messaggi “5 volte più alti”.

    [Immagine di copertina generata con l’aiuto di ChatGPT-4o]

     

  • UE, indagine su Facebook e Instagram per la disinformazione russa

    UE, indagine su Facebook e Instagram per la disinformazione russa

    L’UE ha avviato un’indagine su Facebook e Instagram per il rischio di disinformazione russa in vista delle elezioni europee del 2024. L’indagine si concentra sulle politiche di Meta e anche sulla mancanza di sostituti per Crowd Tangle.

    L’attenzione verso la disinformazione in UE è sempre molto alta, soprattutto in questo periodo.

    Le piattaforme di Meta, Facebook e Instagram, sono finite sono indagine dall’UE. Il motivo di questa indagine è che a Bruxelles si teme che Meta non riesca a eliminare del tutto la disinformazione russa. Un pericolo questo che l’UE non vuole correre in vista delle prossime elezioni dell’8 e 9 giugno 2024.

    L’indagine prende di mira la cosiddetta campagna Doppelganger. Si tratta di un’operazione pro-Russia che tenta di replicare nella forma l’aspetto dei siti di informazione tradizionali. Ma, in realtà, è un modo per creare contenuti a favore delle politiche del presidente russo Vladimir Putin.

    Meta sotto indagine in relazione al DSA

    La Commissione Europea ha dichiarato in una nota che l’indagine, aperta nell’ambito del Digital Services Act, prenderà in esame le politiche e le pratiche che Meta prevede in relazione alla pubblicità ingannevole e ai contenuti politici sui suoi servizi.

    Le potenziali violazioni oggetto di indagine riguardano proprio l’approccio della società di Mark Zuckerberg nell’affrontare le campagne di disinformazione e il “comportamento coordinato non autentico” nell’UE.

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    Questo insieme alla mancanza di strumenti di terze parti efficaci per monitorare l’andamento delle elezioni. Particolare preoccupazione desta il fatto che Meta sta abbandonando Crowd Tangle senza prevedere un sostituto adeguato.


    Cos’è Crowd Tangle

    Crowd Tangle è uno strumento sviluppato da Meta utilizzato principalmente per tracciare le interazioni sui social media. È uno strumento molto utile per giornalisti, ricercatori e professionisti del marketing per analizzare le tendenze, il coinvolgimento e la portata dei contenuti sui social media.

    Di recente, Meta ha annunciato che intende chiudere Crowd Tangle. Questa decisione ha sollevato preoccupazioni tra giornalisti e ricercatori.

    La chiusura di Crowd Tangle potrebbe avere un serio impatto sulla capacità di analisi e monitoraggio delle dinamiche dei social media, specialmente per quanto riguarda la trasparenza e la diffusione delle informazioni.

    Al momento dell’annuncio, non ci sono strumenti alternativi adeguati da parte di Meta che potessero completamente sostituire le funzionalità offerte da Crowd Tangle


    Le preoccupazioni in UE per la disinformazione

    Le preoccupazioni sul monitoraggio elettorale fanno seguito alla richiesta rivolta ai leader politici dell’UE di contrastare “urgentemente e vigorosamente” i tentativi russi di interferire in particolare con le elezioni europee.

    L’indagine valuterà anche il modo in cui Meta modera la pubblicità ingannevole, le politiche che riducono la visibilità dei contenuti politici su Instagram e Facebook. E la funzionalità degli strumenti che consentono agli utenti di segnalare contenuti illegali.

    Come detto, l’indagine si inserisce all’interno del perimetro del DSA.

    Si tratta della nuova norma UE che conferisce nuovi strumenti per agire contro le principali aziende tecnologiche per il modo in cui gestiscono i contenuti sulle loro piattaforme.

    Meta ha 5 giorni di tempo per rispondere all’UE

    L’UE ha concesso a Meta cinque giorni lavorativi per rispondere in relazione alle preoccupazioni sollevate, prima che le autorità decidano di intensificare l’indagine.

    L’indagine segue le dichiarazioni del ministro francese degli Affari europei, Jean-Noel Barrot, che ha avvertito che una campagna di disinformazione, orchestrata dalla Russia, sta cercando di destabilizzare l’opinione pubblica UE, prima del voto di giugno.

    Barrot ha anche aggiunto che, negli ultimi mesi, 25 stati membri dell’unione sono finiti nel mirino della propaganda russa.