Tag: social media

  • Facebook copia (ancora) da Snapchat la funzione Streak e avvia i test su Messenger

    Facebook copia (ancora) da Snapchat la funzione Streak e avvia i test su Messenger

    Facebook continua a copiare funzionalità da Snapchat. Dopo aver preso di mira le Stories, e portandole su Instagram, WhatsApp, Messenger, e i filtri, adesso è la volta di Streak, la funzionalità che mostra quanti giorni consecutivi si chatta con un amico. Alcuni utenti hanno segnalato la funzionalità su Messenger e Facebook ha confermato i test.

    Facebook continua a guardare a Snapchat, rubando (è il caso di dire) quelle funzioni che hanno caratterizzato e fatto conoscere l’app di Evan Spiegel al grande pubblico di giovani. Dopo aver preso di mira le Stories ed averle portate, con grande successo, prima su Instgram e poi su WhatsApp e su Messenger, adesso nel mirino dell’azienda di Menlo Park vi è la funzionalità che mostra quanti giorni consecutivi si chatta con un amico proprio su Messenger. Alcuni utenti nei giorni scorsi hanno segnalato la funzionalità attiva su Messenger, l’app di messaggistica di Facebook che conta più di 1,3 miliardi di utenti ormai.

    Questa funzionalità, che quindi ha come obiettivo quello di spingere l’utente a chattare di più, su Snapchat va sotto il nome di streak (striscia) e appare con l’emoji del fuoco. Si legge sul servizio di supporto di Snapchat: “Se tu e un tuo amico siete Infuocati, significa che vi siete scambiati Snap (non messaggi in Chat) nell’arco di 24 ore per più di tre giorni consecutivi“. A fianco di questa emoji può apparire anche un numero che sta ad indicare i giorni in cui si è rimasti “infuocati.

    facebook messenger streak snapchat

    Bene, su Messenger, come appunto segnalato da alcuni utenti, apparirebbe l’emoji del tuono ad indicare quanti giorni consecutivi si è chattato con un amico. E anche in questo caso, di fianco all’iconcina apparirebbe un numero, ad indicare proprio i giorni consecutivi di conversazione sull’app.

    Facebook ha confermato questi test a Mashable, un portavoce ha dichiarato che questa funzionalità darà un colpo d’occhio sui “fatti divertenti sulle persone con cui si chatta”.

    Al momento non è chiaro quando questa funzionalità sarà attiva per tutti gli altri utenti, certo è che Facebook no perde il vizio, anzi. Ed è molto probabile che questa funzione sarà poi attiva su Instagram e WhatsApp, con l’obiettivo di incrementare il coinvolgimento su tutte le app dell’ecosistema Facebook.

  • Come è cambiata la Conversazione in 25 anni: dal primo SMS a Messenger

    Come è cambiata la Conversazione in 25 anni: dal primo SMS a Messenger

    Il prossimo 3 dicembre l’SMS compie 25 anni e per ricordare questa data storica Facebook ha presentato una ricerca su Messenger che spiega come è cambiato il modo di usare la messaggistica e quale ruolo gioca oggi. Se l’SMS era soltanto testuale, oggi app come Messenger hanno introdotto la comunicazione visiva. Dalla ricerca emerge anche che lo scambio di messaggi via app agevoli la conversazione di persona del 52%.

    L’SMS sta per compiere 25 anni, un quarto di secolo. Era il 3 dicembre del 1992 quando Neil Papworth, programmatore di Reading (Regno Unito) inviò un messaggio, dal suo pc al telefono di un suo amico (su rete Vodafone), nel quale vi era scritto “Merry Christmas“. Per la cronaca, il primo SMS da telefono a telefono venne inviato l’anno successivo, nel 1993, da uno stagista della Nokia. Ma quella data di 25 anni fa ha cambiato radicalmente il modo di conversare tra le persone. Da quel messaggio che veniva inviato sul cellulare (di dimensioni notevoli allora) su uno schermo freddo ad oggi il modo di conversare è totalmente cambiato al punto che oggi, a distanza di 25 anni, lo stesso SMS non è più usato come agli inizi degli anni 2000. Pensate che 17 anni fa si inviavano già 17 miliardi di messaggi e nel 2004, con una crescita vertiginosa, i messaggi scambiati erano 500 miliardi.

    Col passare degli anni il ruolo dell’SMS si è via via ridimensionato. Sono nate le prime app di messaggistica e dal quel momento sono calati gli “short message system” scambiati: nel 2015 gli SMS inviati ogni giorno erano “solo” 20 miliardi, mentre i messaggi scambiati via WhatsApp erano già 30 miliardi. Le nuove app come WhatsApp e come Messenger hanno reso la messaggistica più immediata arricchendola di nuove forme di contenuto che rendono l’invio di un messaggio ancora più rapido. L’SMS oggi è sempre meno usato, anche se resiste, ma è certamente cambiato il suo ruolo nel corso di questi 25 anni, non è più il solo modo per inviare un messaggio dal proprio telefono, oggi smartphone. Nel frattempo le app hanno rimpiazzato l’invio del messaggio testuale, addirittura Messenger ha inglobato l’invio dell’SMS al’interno dell’app.

    conversazione sms 25 anni messaggistica

    E proprio di Messenger parliamo oggi, perchè Facebook ha recentemente pubblicato una ricerca, Messages That Matter, condotta da Greenberg, su un campione di 9.264 utenti così suddivisi: 2.255 in Usa, 1.001 in Uk, 1.002 in Canada, 1.004 in Australia, 1.001 in Germania, 1.000 in Brasile, 1.001 in Francia e 1.000 in Corea del Sud. Dalla ricerca emergono fatti rilevanti che evidenziano il cambiamento, e l’innovazione, che è stata messa in atto proprio grazie a quel primo SMS inviato 25 anni fa.

    Più dispositivi portano ad una maggiore Comunicazione

    Ad oggi la messaggistica ricopre un ruolo fondamentale tanto per i giovani quanto per i meno giovani. Dalla ricerca si rileva che lo è per il 91% dei giovani di età compresa tra i 13-18 anni e lo per l’80% dei 19-64 anni. Dalla ricerca emergono delle tendenze che di fatto disegnano il ruolo della messaggistica oggi. Per prima cosa, “più dispositivi portano ad una maggiore comunicazione”. Vero, ci sono più dispositivi in circolazione e si comunica di più, si conversa molto. E questo comporta che tra gli strumenti più usati per conversare per il 67% ci sia proprio la messaggistica, per il 48% ci siano i social media, per il 47% le email, per il 47% le video chat, e per il 38% la comunicazione “vis a vis”. Inoltre, questa moltitudine di strumenti per comunicare comporta anche una maggiore soddisfazione sociale, le persone intervistate affermano infatti che le conversazioni sono anche più autentiche.

    conversazione sms 25 anni tipi

    Le conversazioni laterali rafforzano le Relazioni

    Altra tendenza che emerge dalla ricerca è che “le conversazioni laterali rafforzano le relazioni”. Per conversazioni laterali si intende tutte quelle conversazioni che teniamo quando siamo in riunione, a cena, o quando guardiamo la tv, tutte quelle conversazioni segrete che teniamo dal nostro smartphone. Il 71% delle persone intervistate dichiara di avere conversazioni laterali e il 62% di questi dichiara anche di sentirsi più legato agli amici più stretti (contro il 36% di coloro che dichiarano di non avere conversazioni laterali). Il 79% dei teenagers dichiara di avere conversazioni laterali, anche l’81% dei millennials.

    conversazione sms 25 anni laterale

    La messaggistica ha introdotto un nuovo linguaggio

    Altra tendenza che emerge dalla ricerca è che la messaggistica ha introdotto una “nuova forma di linguaggio”. Capita molto spesso che si risponda ad un messaggio con un emoji, un’icona che è sufficiente ad esprimere una sensazione a tal punto da valere come risposta. I dati della ricerca evidenziano che il 57% delle persone invia, come risposta ad un messaggio, una GIF, mentre il 56% usa, appunto le emoji. Altro dato interessante è che il 77% degli over 55 utilizza proprio gli emoji.

    conversazione sms 25 anni emoji

    Dalla messaggistica alla conversazione vis a vis

    Mai come oggi restare in contatto con una persona è così facile. La messaggistica ha rivoluzionato il modo di conversare facendo in modo che la conversazione vis a vis, quindi quella fatta di persona, addirittura aumentasse. Di solito si è portati a pensare che i nuovi strumenti di comunicazione digitale stiano sostituendo il modo di comunicare tra le persone facendo via via perdere il contatto umano tra le persone. In realtà avviene il contrario e questa ricerca lo mette in evidenza. E’ vero che il 67% delle persone intervistate afferma di inviare messaggi più di quanto facesse solo due anni prima, ma è anche vero che le persone che conversano via messaggistica hanno il 52% di possibilità in più di conversare di persona rispetto a quelle che non usano la messaggistica. In Brasile questa percentuale è al 33%, Francia 22%, Germania 21% e Usa 20%.

    conversazione sms 25 anni vis a vis

    Con la messaggistica la conversazione è più autentica

    Esiste poi un elemento non secondario che viene ben evidenziato dalla ricerca, come nuova tendenza. E cioè che le persone che conversano via messaggistica sostengono di avere conversazioni (66%), e quindi relazioni (61%), più autentiche. Sempre dalla ricerca emerge, ad esempio, che chi utilizza app di incontri inevitabilmente finisce per usare la messaggistica per continuare la relazione (34%).

    Insomma, dal primo SMS di 25 anni fa alla messaggistica di oggi emerge il fatto che dalle conversazioni nascono le relazioni. Ed è questo il vero obiettivo. L’innovazione e la tecnologia in relazione alla messaggistica di questi anni è evoluta a tal punto che non ha, di fatto, messo in discussione la relazione, il contatto umano, ma lo ha agevolato.

    E voi che ne pensate? Siete dello stesso parere? E quando avete mandato il vostro primo SMS?

    conversazione sms 25 anni messaggistica

    [divider style=”dotted” top=”20″ bottom=”20″]

  • Twitter estende i caratteri per il nome portandoli da 20 a 50

    Twitter estende i caratteri per il nome portandoli da 20 a 50

    Twitter c’ha preso gusto, è il caso di dire. Dopo aver portato il numero dei caratteri da 140 a 280, l’azienda guidata da Jack Dorsey rompe un altro limite. Si tratta di quello per il nome solitamente contenuto all’interno dei 20 caratteri. Ebbene, da oggi lo spazio a disposizione si allunga fino a 50 caratteri.

    Può sembrare una battuta, ma Twitter con la storia dell’estensione dei caratteri sembra averci preso proprio gusto. Dopo aver esteso lo spazio a disposizione per scrivere un tweet, portandolo a 280 caratteri dai classici 140 caratteri, che erano stati l’elemento caratterizzante della piattaforma sin dalla sua creazione nel 2006, adesso da San Francisco decidono di far cadere un nuovo limite. Meno eclatante, certo, ma è pur sempre un nuovo limite che cade.

    twitter nome 50 caratteri

    Si tratta del limite dei caratteri che servivano per scegliere il proprio nome (e non il nome utente). Come forse molti di voi giù sanno, quel limite era solitamente di 20 caratteri, potete immaginare cosa hanno passato in questi anni chi aveva un nome e cognome che superava i 20 caratteri.

    Ma da oggi questo problema non esiste più. Il limite adesso viene spostato più avanti, viene più che raddoppiato, passando dai ai 50 caratteri. Quindi se avete due nomi, o un nome molto lungo, e da sempre, su Twitter, avete avuto difficoltà nello scrivere il vostro nome utente, ecco da oggi non ci sarà più nessun problema. E potete anche arricchirlo con una bella emoji.

    [box type=”info” align=”” class=”” width=””]Leggi : “Twitter passa a 280 caratteri, sarà davvero utile? Ecco le risposte degli esperti“[/box]

    Per evitare confusione, stiamo parlando del nome utente, ossia di quello che apparirà sulla vostra pagina, non il vostro @handle, quello potete sempre modificarlo, da “Modifica profilo”, e resta limitato entro i 15 caratteri. Qui trovate le informazioni specifiche che Twitter ha appena aggiornato.

    Eppure, per quanto questo possa essere importante, no siamo ancora nell’ordine di fare innovazione di prodotto. Siamo, però, molto fiduciosi che presto la vera innovazione su Twitter arriverà e si chiamerà, prima di tutto, #modificatweet. E allora si che si comincerà a parlare di rilancio della piattaforma.

  • Come trasformare un dialogo sui Social Media in una disputa felice

    Come trasformare un dialogo sui Social Media in una disputa felice

    I Social Media sono grandi strumenti di comunicazione, sono strumenti che rendono la conversazione più aperta, diretta, orizzontale. Ma spesso la conversazione si trasforma in discussione, per poi finire in disputa. Per capirne meglio, ne parliamo con Bruno Mastroianni, autore de “La disputa felice” che ci svela la regola per trasformare la discussione in una “disputa felice”.

    I Social Media sono grandi strumenti di comunicazione, sono strumenti che rendono la conversazione più aperta, diretta, orizzontale. Tutti possono dire qualcosa e tutti possono discutere su qualcosa. Il fatto è che il più delle volte la conversazione si trasforma in discussione fino a finire in disputa. Anche per cose davvero minime. All’interno di questo fenomeno vi è poi quello degli haters e di tutti quegli utenti che si prefiggono come obiettivo quello di infastidire, provocare.

    Insomma, i social media sono grandi strumenti di dialogo, di relazioni, ma, per rendere una dimensione quanto mai realistica, non si può non dire che in alcuni casi possono trasformarsi in strumenti che contraddicono proprio quello per cui sono nati, ossia il dialogo, la conversazione. E’ un fenomeno che appassiona, interessa ovviamente tutti, e oggi ve ne parliamo perchè da qualche mese è uscito un libro molto bello su questo tema, un libro che arriva fino al punto della questione, la analizza a fondo,provando a dare anche una spiegazione e una soluzione. Il libro si intitola “La disputa felice” e l’autore è Bruno Mastroianni, filoso, autore, social media manager di de @LaGrandeStoria @RaiTre e della Multipiattaforma di @RaiUno, è Tutor di Comunicazione politica e globalizzazione alla Università Telematica Internazionale Uninettuno. A Bruno Mastroianni abbiamo posto qualche domanda per capire meglio come dialogare sui Social Media e di svelarci quale sia questa regola per la “disputa felice”.

    Si dice sempre che Internet ha reso la conoscenza più accessibile, quindi alla portata di tutti. Ma è davvero un vantaggio?

    Sì, è un grandissimo vantaggio, che però non ha risolto nulla. Da sempre, la vera sfida dell’uomo, più che l’accesso alla conoscenza, è la capacità di saper organizzare e mettere in relazione le diverse conoscenze, vagliandone anche la validità. Direi che l’accesso libero e immediato alle informazioni accentua questa sfida: di fronte al sovraccarico di contenuti a cui siamo tutti esposti quotidianamente c’è bisogno di competenze per sapersi orientare. Il rischio: vivere in un mondo di informazioni poco accurate (o addirittura false) che confermano le nostre convinzioni, ma non ci dicono nulla della realtà. Il web e l’iperconnessione in cui viviamo ci chiedono un surplus di sviluppo di pensiero critico.

    Negli ultimi anni abbiamo preso in prestito dall’economia la “disintermediazione” per dire che sul web e sui social media le informazioni viaggiano senza “intermediari”. Che ne pensi?

    Credo che gli “intermediari” non siano scomparsi del tutto, ma che siano piuttosto cambiate le dinamiche di mediazione, che ora avvengono più dal basso e sono in qualche modo più libere. Prima i media, le istituzioni, i personaggi pubblici avevano ruolo di mediatori in base alla posizione preminente che ricoprivano in società. In quello scenario, gli spazi del dibattito pubblico erano determinati e c’era una sorta di “selezione all’ingresso” su chi aveva voce e chi no (pensiamo agli spazi mediatici limitati). Oggi che quegli spazi sono stati “liberati”, la selezione non può essere più fatta a priori, ma deve essere guadagnata sul campo. Questa non è la fine del ruolo di mediazione (che non può scomparire dalla società), è una sua riconfigurazione su base più libera. Oggi più che mai abbiamo bisogno di giornalisti, di esperti, di istituzioni che sappiano accettare la sfida della conversazione pubblica generalizzata per riconquistare la loro funzione in base alle loro competenze e non più in base alla posizione sociale. La chiamerei una “mediazione a posteriori”.

    Una cosa è vera e cioè che il livello di discussione, sui social media in particolare, è piuttosto alto. Si discute sempre, anche per cose in realtà futili. Si discute anche più di quello che si farebbe al bar, per esempio. Sarà che il “nascondersi” rende più facile “esporsi”. È così? E come lo spieghi?

    Intanto direi che appaiono essere molti i litigi che scaturiscono dalle discussioni, e qui il paradosso: quando diventa litigio, la discussione, e quindi il confronto, finisce. Magari imparassimo a trasformare ogni differenza di opinioni in una discussione: ciò ci farebbe crescere culturalmente. A mio avviso litighiamo perché non siamo abituati ad avere a che fare quotidianamente e ordinariamente con la differenza dell’altro (differenza di vedute, di linguaggio, di cultura). Prima del web, la diversità la incontravamo solo in momenti specifici (nei viaggi, in certe professioni), per il resto si poteva vivere nei propri contesti sociali omogenei lasciando tutto ciò che era diverso fuori dalle proprie vite. Oggi la differenza ce la ritroviamo nei commenti ai nostri post, nel tweet dello sconosciuto che viene da un altro mondo ed entra nella nostra quotidianità senza chiedere permesso. Questo genera la reazione: difesa, contrasto, livore. È un’umanissima risposta di autoconservazione di fronte al diverso che mette in dubbio le nostre certezze, il nostro mondo.

    disputa felice libro bruno mastroianni

    Il fenomeno degli haters, fenomeno che spesso e volentieri colpisce le celebrità, Twitter è un caso emblematico da questo punto di vista, è a sua volta figlio di questa libertà di accesso all’informazione?

    Trovo che sia interessante ribaltare la prospettiva: non vedere tanto gli hater come una categoria (non lo è), ma occuparsi del fenomeno dell’odio che invece riguarda tutti. È qualcosa che si manifesta con diversi gradi di intensità; parte ad esempio dai velenosi tra le righe che persone comuni si scambiano tra loro al momento di discutere, passa per quelle generalizzazioni spesso sessiste o razziste che si intravedono in certi commenti, fino ad arrivare agli insulti espliciti e alla violenza verbale diretta. Credo che sia interessante studiarlo non come qualcosa di speciale, ma come una tendenza che è dentro ogni uomo, che si manifesta in minore o maggiore intensità in base alla capacità del singolo di controllare certi istinti. Ritengo che celebrità e personaggi pubblici ricevano commenti d’odio in misura maggiore e più intensa per il fatto di essere più in vista, ma è interessante non tralasciare tutto quel panorama di grandi e piccoli episodi di odio che ognuno di noi subisce (e spesso restituisce) nei suoi spazi e nella cerchia delle sue connessioni. Gli hater siamo noi, insomma.

    Cerchiamo di arrivare al punto del tuo interessantissimo libro Bruno, cos’è la “disputa felice”? Davvero si può discutere sul web e sui social media senza litigare?

    Ho cercato di riflettere sulla possibilità di un tipo di comunicazione che, pur evidenziando dissenso e producendo discussioni sincere, non interrompa la relazione con l’altro. Non ho scritto un libro di tecniche di comunicazione (ce ne sono migliori del mio, e sono citati all’interno); ho voluto fare un libro che aiuti ciascuno a riflettere su se stesso e sulle sue capacità di comunicazione. Il centro della tesi del libro è che la maggior parte delle volte che litighiamo lo facciamo perché abbiamo qualche carenza nelle nostre convinzioni. Questa carenza ci porta ad aver paura e a non affrontare serenamente il pensiero differente dell’altro, che mette in difficoltà il nostro mondo. Se riuscissimo a scoprire che il dissenso dell’altro ci può aiutare a pensare meglio, perderemmo questa paura e rinunceremmo a tutta una serie di errori di comunicazione che ci portano allo scontro. Insomma, il litigio è un comportamento che rivela qualche nostra mancanza. Scoprirlo è iniziare a riprendere le discussioni senza la paura di essere contraddetti, ma trovando in esse il gusto di capire meglio le cose.

    brunomastro bruno mastroianni disputa felice
    Bruno Mastroianni, autore de “La Disputa felice”

    Come ci si difende dagli insulti e come si disinnesca una lite?

    Scoprendo come la tendenza all’insulto, alle frasi sprezzanti, alla battuta offensiva, nasce dentro di noi. Quando riflettiamo su cosa succede a noi stessi quando siamo in difficoltà (l’odio è sempre una manifestazione di incapacità), impariamo a non prendercela troppo quando ne siamo vittime. L’ideale è non offendersi e non raccogliere le provocazioni, ma riconoscere, pur nelle parole aggressive dell’altro, l’argomentazione che c’è sotto (c’è sempre). Rispondere con pazienza a quell’argomentazione non solo ci rende migliori perché ci mette alla prova, ma può anche spegnere i conflitti. E se non li spegne, avrà comunque un effetto sociale positivo. Le nostre interazioni online sono sempre lette da una moltitudine silenziosa più ampia: chi legge quelle risposte argomentate, pacificanti e pacate, comunque riceve qualcosa in termini di conoscenza; un effetto alternativo al muro contro muro che in ogni caso non porta a nulla e non dà niente a nessuno.

    Allora, qual è la regola della disputa felice?

    Comunicare non è convincere, né vincere, né avere la meglio sull’altro; comunicare è capire chi non è d’accordo, perché proprio dove c’è divergenza tra idee c’è nuova conoscenza. Chi sta sempre tra persone concordi diventa un imitatore e impoverisce le sue capacità. Dissentire senza litigare ci permette invece di conoscere molte più cose e stringere relazioni con molte più persone di quanto avremmo mai potuto e immaginato. Che poi, se ci pensiamo, è l’aspetto più promettente della vita in connessione.

    Grazie Bruno per questa interessante e bella intervista e vi ricordiamo che trovate il suo libro nelle librerie e anche su Amazon.

  • Twitter passa a 280 caratteri, sarà davvero utile? Ecco le risposte degli esperti

    Twitter passa a 280 caratteri, sarà davvero utile? Ecco le risposte degli esperti

    Twitter, come annunciato alla fine del mese di settembre, ha aumentato per davvero i caratteri da 140 a 280 caratteri, perdendo, forse, l’elemento che più di ogni altro caratterizzava questa piattaforma dalle altre. Per questa occasione abbiamo chiesto l’opinione di illustri esperti e personalità del web, come Vera Gheno, Veronica Gentili, Vincenzo Cosenza, Riccardo Scandellari, Giovanni Boccia Artieri, Pier Luca Santoro, Gianluigi Tiddia che commentano questa scelta.

    Alla fine Twitter è passato ai 280 caratteri. Quello che era stato annunciato a fine settembre si è poi verificato per davvero. In molti, infatti, speravano si trattasse solo di un annuncio e nient’altro, come tanti fatti nel corso di questi ultimi due anni, da quando nel 2015 Jack Dorsey, co-fondatore e attuale CEO di Twitter, ha preso le redini dell’azienda di San Francisco. Più volte su questo blog abbiamo evidenziato che in realtà il problema principale di Twitter, la crescita degli utenti sempre più stagnante, si potesse in realtà risolvere investendo sul prodotto, innovandolo. Avevamo individuato un elemento, facendoci anche promotori dell’iniziativa per renderlo ancora più evidente, come il #modificatweet, ossia la possibilità di poter modificare (entro un po’ di tempo) un tweet che spesse volte, a causa della velocità con cui si scriveva e della esiguità di spazio, presentava errori piuttosto evidenti non più modificabili.

    Ecco, quella poteva essere una prima manifestazione di voler innovare il prodotto, esigenza peraltro manifestata da tutti gli utenti a livello globale e verificata dallo stesso Dorsey quando a fine dello scorso anno chiese alla sua base utenti quali fossero le features che utenti avrebbero voluto sulla piattaforma. Per tutta risposta, oggi ci ritroviamo i tweet allargati fino a 280 caratteri.

    twitter 280 caratteri italia

    Ma sarà davvero utile, sarà questa la chiave di volta di Twitter. Per questa occasione abbiamo chiesto ad esperti e personalità del web e dei social media cosa ne pensassero e, nel caso in cui l’introduzione dei 280 caratteri non dovesse bastare, cose servirebbe oggi a Twitter per rilanciarsi. Ecco che cosa hanno risposto:

    pier luca santoro twitterPenso che possa essere una facilitazione ma che sposterà di poco la posizione, ed i relativi problemi, di Twitter. In relazione a quello che potrebbe servire oggi a Twitter, per quanto a me noto, all’interno dello staff di Twitter vi sono alcune persone che hanno lavorato su FriendFeed, credo che Twitter dovrebbe prendere a modello la struttura di FrienFeed, acquisito da Facebook e chiuso illo tempore. Pier Luca Santoro

    vera ghenoPer me, il limite dei 140 caratteri è sempre stato una bella sfida da affrontare, un esercizio di sintesi che affronto ogni giorno come una specie di ginnastica mentale. E ho sempre amato Twitter proprio per il limite così basso di caratteri. Non ho, quindi, un’opinione positiva del passaggio da 140 a 280: ci sono così tanti altri spazi social, in rete, dove scrivere pensieri più lunghi! Ho sempre pensato che il basso numero di caratteri fosse la caratteristica specifica di Twitter. Perché snaturare il social proprio nel suo aspetto più conosciuto? Tra l’altro, a essere sincera, non ho mai sentito nessuno dei miei colleghi twittatori lamentarsi del numero di caratteri. Ho sentito lamentele sul metodo di assegnazione delle spunte blu, o sul sistema degli hashtag sponsorizzati, ma mai sui caratteri. Invece, l’unica innovazione che mi farebbe davvero piacere è la possibilità di modificare i tweet dopo la pubblicazione: a volte l’errore scappa a tutti, ed è un vero peccato dover cancellare il messaggio perdendo magari tutte le interazioni (oppure lasciare il typo a imperitura memoria… non sempre questa soluzione è accettabile). Vera Gheno

    vincenzo cosenzaTwitter perde il suo tratto distintivo, ma se la scelta è basata su dati che mostrano un incremento degli utenti e del tempo di utilizzo, potrebbe riavvicinare le aziende e dare fiato alle finanze aziendali. A quel punto, però, il management dovrebbe immaginare delle novità tese a valorizzare l’unico elemento differenziante rimasto a Twitter ossia la natura pubblica del servizio, in grado di mostrare le opinioni delle persone in tempo reale, come nessun altro medium sociale riesce ancora a fare. Vincenzo Cosenza

    riccardo scandellariA mio avviso potrebbe essere una buona cosa. 140 caratteri per un tweet sono una dimensione in cui possono esprimersi giornalisti e comunicatori. Estendere lo spazio a disposizione per il testo potrebbe essere utile ad avvicinare persone meno capaci di sintesi. Immagino che dietro questa scelta ci sia una ricerca di mercato da parte di Twitter. Riccardo Scandellari

    insopportabileTwitter nasce come social dell’immediatezza, della sintesi, del commento fulminante. Raddoppiare il limite significa togliere la sua caratteristica principale. “More characters. More expression.” significa rinnegare la propria origine, anche perché non è vero che più caratteri a disposizione significhino maggior efficacia nel comunicare. Non credo che il problema della scarsa attrattività di twitter sia dovuta al limite dei caratteri ma credo più nella dispersività del sistema. Trovare modalità più semplici per far capire quanto sia formidabile per le news, ad esempio. Twitter ha bisogno di un modello di business efficiente: pagare gli account per il traffico che generano o per le sponsorizzate che condividono, ad esempio. E usare gli hashtag in maniera più strutturata come canali tematici multimedia. Gianluigi Tiddia (Insopportabile)

    giovanni boccia artieriI 280 caratteri sono il modo di andare incontro alla dimensione espressiva di popolazioni ad esempio non anglofone. Ma il tema è la natura che deve avere questo ambiente: più caratteri presuppongono una dimensione più conversazionale (più spazio per esprimersi) che non trova su Twitter un ambiente adatto a livello di affordance. La forza di Twitter è quella della segnalazione in tempo reale ed aggregazione e per questo 140 caratteri erano sufficienti. Anzi la sintesi è la cifra di Twitter vs la verbosità di altre piattaforme. Il problema è non avere chiara una destinazione d’uso. Giovanni Boccia Artieri

     

    veronica gentiliSinceramente mi sembra un passo azzardato che rischia di far perdere la vera identità alla piattaforma; dopotutto la brevità dei tweet imponeva una capacità di sintesi e “concentrazione” del pensiero che era peculiare di Twitter, un fattore differenziante. Non so se basterà questo per migliorare i numeri di questo social, sinceramente mi sarei più concentrata sulla semplificazione di utilizzo delle varie feature. Se l’obiettivo è quello di accrescere gli utenti, probabilmente rendere la piattaforma più user friendly senza stravolgerne l’identità minando caratteristiche fondamentali, sarebbe stata la scelta migliore. Veronica Gentili

    Ecco, questi i commenti da parte di tutte queste voci autorevoli che ringraziamo per la loro disponibilità. Resta, a monte, l’idea che Twitter abbia fatto una mossa azzardata che, da un lato, le fa perdere il carattere distintivo, e, dall’altro, potrebbe rivelarsi invece efficace per accrescere l’interesse degli utenti.

    Ovviamente, auguriamo sempre lunga vita a Twitter, ma stavolta sarebbe stato meglio concentrarsi su aspetti che più attengono la piattaforma. E rilanciamo il #modificatweet.

    E voi che ne pensate?

  • Facebook, continua la crescita degli utenti e dei ricavi nonostante la Russia

    Facebook, continua la crescita degli utenti e dei ricavi nonostante la Russia

    Facebook in questi giorni sta affrontando un momento delicato a causa delle interferenze della Russia nelle ultime elezioni presidenziali. Un momento che però non ha interferito sulla crescita dell’azienda e della piattaforma. Nel terzo trimestre i ricavi sono cresciuti del 47% su base annua e il numero degli utenti complessivo è di 2,07 miliardi. Mentre il 10% sono utenti duplicati e 2-3% sono utenti fake.

    Facebook in queste ultime settimane, e in questi ultimi giorni, sta affrontando un momento delicato, è coinvolta anche Twitter, a proposito delle interferenze della Russia nelle ultime elezioni presidenziali. Un momento che, a quanto pare dagli ultimi dati della terza trimestrale di quest’anno, non ha scalfito le dinamiche di crescita che riguardano l’azienda e quindi la piattaforma. Facebook, ancora una volta, dimostra di crescere e questo grazie all’ecosistema che è stata in grado di costruire nel corso degli ultimi 5 anni. Un ecosistema che ha come obiettivo quello di essere un moltiplicatore di esperienze, tutte all’interno della stessa piattaforma.

    I numeri diffusi con l’ultima trimestrale ci dicono che Facebook ha realizzato profitti per 10,3 miliardi di dollari facendo registrare una crescita del 47% rispetto allo stesso trimestre del 2016. Si sale al 59% invece se questi numeri vengono paragonati all’ultimo trimestre. Numeri che battono anche le stime che gli analisti avevano avanzato per questa trimestrale, gli esperti si attendevano infatti profitti pari a 9,8 miliardi di dollari.

    facebook crescita q3 2017

    Crescono i ricavi pubblicitari di Facebook da Mobile, passano infatti dall’84% del 2016 all’88%, un successo strategico non indifferente.

    Dal punto di vista degli utenti, come detto prima, Facebook continua a crescere. Gli utenti complessivi sono ad oggi 2,07 miliardi con una crescita del 16% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e una crescita del 3,9% rispetto al secondo trimestre. Sempre del 16% crescono anche gli utenti attivi al giorno rispetto ad un anno, sono ad oggi 1,37 miliardi.

    facebook utenti totali q3 2017

    facebook utenti attivi giorno q3 2017

    Un dato, comunque rilevante e su cui vale la pena soffermarsi, proprio in relazione ai fatti che stanno riguardando Facebook e le interferenze dalla Russia, riguarda gli utenti duplicati e gli utenti fake. Mettendoli insieme viene fuori un numero rilevante. Dall’ultima trimestrale viene fuori che su Facebook gli account duplicati sono circa il 10% del totale, in crescita dal 6%. Mentre il totale degli account fake si aggira attorno al 2-3%, in crescita dall’1%. Tradotto in numeri, gli account duplicati sono ad oggi 207 milioni e gli account fake sono circa 60 milioni.

  • Wall Street premia Twitter che ammette l’errore sul totale degli utenti

    Wall Street premia Twitter che ammette l’errore sul totale degli utenti

    La terza trimestrale di Twitter alla fine è stata premiata da Wall Street: il titolo TWTR ha chiuso ieri con +18,49%. Nonostante i ricavi siano in calo, su base annua, del 4% e nonostante l’ammissione di aver “gonfiato” i numeri della base utenti dal 2014 ad oggi. Piccoli segnali, ma ancora niente di concreto.

    Periodo di trimestrale questo, le aziende pubblicano i risultati del terzo trimestre e, come ormai accade da qualche anno, c’era molta attenzione sul Q3 di Twitter. Nel fare una considerazione generale, alla fine tutta l’attenzione si è spostata sull’aspetto finanziario e, da questo punto di vista, l’azienda guidata da Jack Dorsey viene premiata. A fine giornata, ieri, il titolo ha chiuso a Wall Street con +18,49%. Un segnale positivo, i mercati mostrano ancora fiducia su Twitter. Ma in realtà si tratta di una piccola goccia.

    Ma vediamo i dati.

    Twitter chiude il terzo trimestre con i ricavi in calo del 4%, su base annua, a 590 milioni di dollari. Tutto sommato, si tratta di un dato leggermente positivo in quanto gli analisti finanziari avevano previsto ricavi, relativi al Q3 2017, per 587 milioni di dollari. Dato certamente positivo, invece, è quello relativo alle perdite che, in questo ultimo trimestre, si riducono arrivando fino a 21,1 milioni di dollari dai 103 milioni registrati nello stesso periodo del 2016. A questo punto, vista che è la prima volta che Twitter fa registrare una livello di perdite così basso, è lecito aspettarsi un utile (utile di bilancio) nell’ultimo trimestre di quest’anno. Vedremo se sarà così.

    twitter terza trimestrale 2017-utenti

    Il tema centrale però, ormai da tempo, l’evoluzione della base utenti sulla piattaforma, il vero “tallone d’achille” di Twitter. Se guardiamo ai dati positivi, da questo punto di vista, c’è da registrare un +14% degli utenti attivi giornalieri, anche se, come noto, Twitter non rilascia (e non lo ha mai fatto prima) il numero preciso degli utenti attivi giornalieri. Ma la piattaforma di Jack Dorsey avrebbe potuto sorridere meglio perchè la crescita complessiva ha fatto segnare + 4 milioni di nuovi utenti. Un dato però che va rivisto al ribasso, ossia con almeno 2 milioni di utenti in meno. Questo perchè Twitter dal 2014 ad oggi ha sovrastimato il numero degli utenti complessivi, un errore dovuto al conteggio di utenti che usavano Digits. Un errore che, alla fine, Wall Street ha perdonato a Dorsey & Co. facendo registrare, a chiusura delle contrattazioni, +18,49%, con il titolo sopra i 20 dollari per azione.

    Ma, in realtà, alla luce di tutto, il problema della base utenti resta, nella stessa maniera di come veniva visto prima. Se Twitter arriva oggi a 330 milioni di utenti complessivi non c’è da gioire.

    Lasciando stare lo scenario, per una volta, fatto ormai di piattaforme che hanno raggiunto e superato Twitter, resta un problema irrisolto. E cioè che Twitter ha un grosso problema di prodotto. Twitter Momenti è stato gestito male (non si capisce ancora come mai in Italia non sia attiva la modalità estesa); i video live, come si vede dai risultati non hanno inciso più di tanto. Per non parlare dei 280 caratteri che non risolveranno i problemi di Twitter.

    Problema irrisolto è la sicurezza sulla piattaforma, vera spina nel fianco. Twitter non è in grado di proteggere i propri utenti in maniera adeguata e le regole attualmente in vigore non tengono conto della violenza dei contenuti, lasciando che utenti possano nascondersi dietro falsi nick e andare in giro per la piattaforma a diffondere offese, ingiurie e contenuti di pesanti senza che Twitter muova un dito. Immaginatevi questo problema in relazione alle celebrità, quegli utenti che avrebbero potuto portare nuovi utenti su Twitter grazie al loro vasto seguito.

    In ultimo, su questo problema, provate a pensare un tweet offensivo con all’interno il vostro handle (@user). Oltre che segnalarlo, con scarsi risultati, non potete fare nulla nell’immediato. Certo, risponderete voi, posso bloccare o silenziare l’utente o segnalare il contenuto. Ma il tweet rimarrà online ed altri potranno vederlo in qualche modo. A meno che non intervenga Twitter. E qui sta il problema, perchè Twitter interviene molto di rado, lasciando l’utente esposto. Stiamo parlando di esempi vicini alla vita di un utente su Twitter, senza toccare i ben più gravi problemi, sempre relativi alla sicurezza, che vengono trattati con un’attenzione maggiore e differente. Era per fare un esempio in cui qualsiasi utente può riconoscersi.

  • Twitter introduce le Video Webiste Cards per tutti gli inserzionisti

    Twitter introduce le Video Webiste Cards per tutti gli inserzionisti

    Twitter introduce le Video Website Cards, un formato creativo, che si aggiunge alle altre Cards, che combina le potenzialità dei video con la possibilità di indirizzare gli utenti al proprio sito per saperne di più o per interagire in maniera immediata.

    Twitter introduce una nuova Card, il formato creativo che rende il contenuto più coinvolgente e diretto per l’utente. Si tratta delle Video Website Cards, un formato che punta sulle potenzialità dei video, come sappiamo contenuto molto coinvolgente, con la possibilità di offrire agli utenti una modalità più interessante per invitarli a visitare il proprio sito e per interagire in modo più immediato.

    Perchè usare le Video Website Cards?

    Prima di tutto questa modalità sfrutta il grande potenziale dei video, contenuto molto coinvolgente. Quindi, per annunciare il lancio di un prodotto, per invitare i viaggiatori a cliccare per scoprire di più sulla destinazione descritta, o per mostrare in anteprima il gameplay per incentivare le vendite di un nuovo videogioco, la Video Website Card può risultare una forma di contenuto utile all’utente per interagire subito con l’iniziativa.

    twitter video website cards

    Cosa possono fare le aziende con le Video Website Cards?

    Con le Video Website Cards le aziende possono:

    Attirare i consumatori qualificati con un auto-play immersivo che mostra i valori, il prodotto o il servizio di un marchio ancor prima che una persona clicchi. Complessivamente nella versione beta, la Video Website Card ha raggiunto una percentuale di clic 2 volte più elevata rispetto al benchmark del settore per gli annunci adv nel video mobile. Gupta Media (@GuptaMedia) ha collaborato per diversi clienti beta, tra cui Republic Records (@RepublicRecords), che ha utilizzato la Video Website Card per incentivare lo stream digitale dell’album di debutto della cantante hip-hop Aminé (@heyamine), “Good for You”.

    Estendere l’engagement col brand con una creatività pensata per indirizzare i consumatori al sito per scoprire di più o interagire col marchio. Per esempio, la Bank of America (@BofA) ha utilizzato vignette divertenti per mostrare le caratteristiche della sua app per il servizio di mobile banking e ha indirizzato direttamente al proprio sito tutti coloro che volevano maggiori dettagli.

    Mantenere alta l’attenzione dei consumatori. Sul cellulare, il video è fissato nella parte superiore dello schermo e continua la riproduzione anche mentre il sito web è in fase di caricamento. Riempendo anche questo momento dell’esperienza, si è notato una significativa riduzione del numero di utenti che abbandonano rapidamente il sito mentre sta ancora caricando. I brand che hanno partecipato alla beta, infatti, hanno visto un aumento medio del 60% nel mantenimento dell’utente rispetto alle medie del mercato.

    Jaguar USA (@JaguarUSA) ha utilizzato questo format per attrarre gli utenti con un video che mostra l’elegante design della F-TYPE, e che invitava i consumatori ad andare sul sito per saperne di più.

    https://twitter.com/JaguarUSA/status/879338463551795202?ref_src=twsrc%5Etfw&ref_url=https%3A%2F%2Fblog.twitter.com%2Fmarketing%2Fen_us%2Ftopics%2Fproduct-news%2F2017%2FMake-your-videos-work-harder-with-the-Video-Website-Card.html

    La Video Website Card dispone di un video a riproduzione automatica, un titolo personalizzabile e un URL di destinazione associato a un ampio target. Gli inserzionisti possono scegliere di implementare questa funzionalità creativa nelle visualizzazioni video, nei click del sito web o negli obiettivi di awareness, in modo da ottimizzare e pagare solo per le attività più rilevanti per loro. Per esempio, uno studio cinematografico che vuole lanciare un nuovo film potrebbe utilizzare la Video Website Card per ottimizzare le visualizzazioni video del trailer nella fase iniziale della campagna, quando l’obiettivo primario è quello di incrementare l’awareness e, successivamente, ottimizzare i clic al sito quando il film è nelle sale e lo scopo principale diventa quello di vendere i biglietti.

    La creatività  Video Website Card è ora disponibile per tutti gli inserzionisti a livello globale.

     

  • Pubblicità e Social Media: il caso Dove e il contenuto razzista su Facebook

    Pubblicità e Social Media: il caso Dove e il contenuto razzista su Facebook

    In una campagna negli Usa Dove, brand per l’igiene personale che tutti conoscono, sulla propria pagina Facebook pubblica un’immagine che uscita le proteste degli utenti sui Facebook e su Twitter, additandolo come contenuto razzista. Dopo i primi deboli tentativi di spiegare la propria posizione Dove ritira la campagna e chiede scusa. Ma è davvero difficile oggi fare pubblicità sui social media?

    Fare pubblicità al tempo dei Social Media non è da tutti, diciamolo chiaramente. O, quanto meno, di fronte al fatto che tutto diventa più veloce, più immediato, è anche vero che le dinamiche di interazione non sono più quelle di una volta. La velocità oggi conta molto nel rendere pubblica una campagna (molto rischioso), ma, e soprattutto, conta per quel che riguarda la reazione degli utenti. E sta tutto in questo ultimo elemento il senso della velocità. Gli utenti oggi hanno la possibilità di poter reagire immediatamente ad una campagna sui social media, per approvare o per protestare. Il cambio del paradigma della comunicazione, nell’era dei social media, sta proprio in questa velocità di reazione da parte degli utenti. Una velocità che, in alcuni casi (ma ce ne sono davvero tantissimi) può ritorcersi contro all’azienda stessa.

    Di cosa stiamo parlando allora? La rete e i social media ogni giorno registrano errori, o epic fail come li definiscono in tanti, da parte di brand che nel pubblicare una campagna compiono degli errori clamorosi, al punto da scatenare reazioni negative infinite da parte dei loro stessi utenti di riferimento, in primis. Ultimo esempio di quanto sia facile cadere nell’errore, senza considerare i danni d’immagine che da questo possono derivare, ce lo offre Dove, brand che tutti conosciamo che fa parte della grande scuderia Unilever.

    facebook campagna dove
    Immagine creata da @NayTheMua dal video della campagna

    Ebbene, sabato scorso sulla pagina Facebook negli Usa compare un’immagine in cui si vede una ragazza di colore che, una volta toltasi la t-shirt, diventa bianca. Un chiaro ed evidente errore di comunicazione, assolutamente incontrollato da parte di un brand che, per quello che se ne sapesse, non si era mai trovato in situazioni simili. Inizialmente Dove, una volta che gli utenti hanno cominciato a commentare contestando il contenuto a sfondo razzista, ha cercato di difendersi sostenendo che il loro fosse un messaggio aperto a tutti i tipi di bellezza. Dove? (nel senso di domanda). Dove si sarebbe dovuto comprendere questo messaggio, sbiancando una ragazza di colore? Ma davvero nessuno ha preso in esame quel contenuto prima di pubblicarlo?

    E dopo che le proteste sono diventate su Facebook, e su Twitter, sempre più pressanti, Dove ha ceduto, ha ritirato la campagna e ha chiesto scusa:

    https://www.facebook.com/DoveUS/posts/1493719354007207

    Intanto, tra i tantissimi commenti ricevuti prima del ritiro, c’era anche chi faceva notare che nel 2011, sempre Dove, era stata ancora accusata di razzismo per questa immagine dove si vede un “prima” di colore e un “dopo” bianco. Non molto diverso, quindi, dal messaggio diffuso nella campagna poi ritirata.

    Insomma, questo è un esempio di come sia difficile oggi fare pubblicità sui social media, nonostante questa attività venga sempre considerata con molta faciloneria accompagnata dal pensiero “e che ci vuole??”. Invece ci vuole tanta competenza; conoscenza approfondita degli utenti a cui si parla, conoscenza che si affina con un dialogo quotidiano perchè quegli utenti sono preziosi per un brand; ci vuole preparazione e pazienza, tanta pazienza, perchè in gioco, val la pena ricordarlo, c’è l’immagine del brand, c’è in gioco la reputazione stessa dell’azienda. Allora, perchè mettere tutto a rischio? Essere veloci, nel senso di voler rincorrere tempi di pubblicazione (sforando in quel mood “real time” che non sempre giova) non è la regola. La regola è essere chiari, semplici, aperti al dialogo/confronto senza mai mettere a rischio ciò che si fa.

    E voi che ne pensate?

  • Rapporto Censis, i social media sono oggi alla base nell’immaginario collettivo

    Rapporto Censis, i social media sono oggi alla base nell’immaginario collettivo

    Il 14° Rapporto Censis sulla comunicazione evidenzia come oggi i social media sono per gli utenti italiani alla base di un nuovo immaginario collettivo. Se prima era la Tv il mezzo che formava miti e simboli, oggi sono Facebook, YouTube, Instagram a esercitare questa funzione.

    E’ stato presentato oggi il 14° Rapporto Censis sulla Comunicazione, un rapporto che rappresenta come oggi il modo di comunicare, e di rapportarsi con gli strumenti di comunicazione e informazione, degli italiani stia cambiando nell’era del web e dei social media. Se il Censis da una parte registra una continua flessione del libri (sempre molto letti dalle donne) e dei quotidiani, dall’altra registra come sia mutato l’immaginario collettivo degli italiani. E’ interessante infatti osservare che se prima era la televisione, mezzo di comunicazione di massa, a formare miti e simboli a cui gli italiani in qualche modo si legavano, oggi questa funzione è esercitata dai Social Media. E sono quindi Facebook, YouTube, Instagram a creare miti e simboli che sono alla base del nuovo immaginario collettivo degli italiani.

    Va detto però che in cima all’immaginario collettivo degli italiani c’è il posto fisso, un “mito” che ancora resiste nonostante avanzino sempre di più esperienze di lavoro sempre più flessibili e sempre più smart.

    I Rapporto Censis fotografa il nostro paese, dal punto di vista della Comunicazione, una fotografia che è utile osservare per meglio comprender, anche dal punto di vista sociale, che cosa significa effettivamente per gli italia il digitale e le nuove tecnologie, fenomeni che stanno cambiando il modo di comunicare e informarsi.

    Restando sull’immaginario collettivo, va notato anche i social network (27,1%) sono subito dietro proprio la televisione (28,5%) tra i mezzi che esercitano più influenza su fattori centrali dell’immaginario collettivo di oggi. I social media sono poi al primo posto tra i 30-44 anni (34%).

    social media immaginario collettivo rapporto censis 2017

    Restando su quelli che sono i temi che solitamente trattiamo qui su InTime, e che interessano voi che ci leggete, il rapporto rileva che nel 2017 gli utenti di internet in Italia costituiscono il 75,2% della popolazione (+1,5% in più del 2016). Il telefono cellulare è usato dall’86,9% degli italiani, quota nella quale domina lo smartphone (69,6%). Proprio lo smartphone è il prodotto digitale che gli italiani hanno acquistato di più negli ultimi 10 anni (+190%).

    Guardando ai social media che gli italiani usano di più, il Rapporto Censis rileva che la piattaforma più usata dagli italiani è WhatsApp utilizzata dal 65,7% della popolazione complessiva e dall’85,8% dei giovani 14-29 anni; a seguire Facebook usata dal 56,2% della popolazione complessiva (79,9% giovani 14-29 anni); poi YouTube con 75,9% dei giovani e 49,6% della popolazione complessiva; Google+ con 34,3% dei giovani e 26,8% della popolazione complessiva; Amazon con 38,7% dei giovani e 26,7% della popolazione complessiva; Instagram, e qui notate il divario, con 48,6% dei giovani e 21% della popolazione complessiva.

    social media italia rapporto censis 2017

    La classifica continua, ma val la pena fare una nota su Twitter usato dal 26,5% dei giovani e dal 13,6% della popolazione. La piattaforma che si appresta a raddoppiare i caratteri da 140 a 280 caratteri è quindi sempre più lontana dagli italiani e soprattutto dai giovani. Altra nota val la pena farla su Telegram usata in Italia dal 9,7% dei giovani e dal 6,1% della popolazione complessiva. Riesce comunque a fare di meglio di Snapchat.

    Il Rapporto evidenzia anche che si registra un continuo allontanamento, online, tra giovani e anziani. Infatti, la quota di utenti della rete arriva al 90,5% tra i 14-29anni, mentre è ferma al 38,3% tra gli anziani 65-80 anni. il 75,9% dei giovani usa YouTube, come fa solo il 16,5% degli ultrasessantacinquenni; quasi la metà dei giovani (il 47,7%) consulta i siti web di informazione, contro appena il 17,6% degli anziani; il 40,9% dei primi guarda la web tv, contro appena il 7,4% dei secondi; il 39,9% dei giovani ascolta la radio attraverso lo smartphone, mentre lo fa solo il 3,5% dei longevi; su Twitter c’è più di un quarto dei giovani (il 26,5%) e un marginale 3,2% degli over 65. Si nota qui anche il caso opposto, quello dei quotidiani, per i quali l’utenza giovanile (il 23,6%) è ampiamente inferiore a quella degli ultra sessantacinquenni (il 50,8%).

    Allora che ne pensate?