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  • Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk giudicato responsabile di frode sui titoli per i tweet del 2022. Risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari. È la prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria.

    Venerdì 20 marzo 2026 una giuria federale di San Francisco ha emesso un verdetto nella vicenda giudiziaria di Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo è stato giudicato responsabile di aver ingannato gli investitori di Twitter con dichiarazioni false che hanno artificialmente abbassato il prezzo delle azioni durante i mesi precedenti l’acquisizione da 44 miliardi di dollari nel 2022.

    Si tratta della prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria. E, secondo le stime, potrebbe costargli fino a 2,6 miliardi di dollari in risarcimenti. Gli avvocati degli azionisti di Twitter ritengono che questo sia uno dei verdetti più grandi di una giuria in tema di frode finanziaria nella storia degli Stati Uniti.

    Su queste pagine del blog ho seguito passo passo la vicenda dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, fino a raccontare anche il momento della testimonianza in questo processo che vede imputato il proprietario di xAI. Questo verdetto conferma quello che avevo scritto già nel maggio 2022, quando gli azionisti depositarono la prima denuncia. E cioè che Musk stava giocando con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo potesse scendere e fare in modo che la trattativa si ponesse in suo favore.

    I tweet che a Musk potrebbero costare miliardi di dollari

    La giuria del tribunale federale del Northern District of California ha esaminato quattro capi d’accusa basati sulla Sezione 10(b) del Securities Exchange Act. Il verdetto è stato unanime ma non totale, nel senso che Musk è stato ritenuto responsabile su due dei quattro capi d’accusa, mentre è stato assolto dagli altri due.

    Le due dichiarazioni giudicate materialmente false sono entrambi tweet pubblicati nel maggio 2022. Il primo, del 13 maggio, affermava che l’acquisizione di Twitter era “temporaneamente sospesa” in attesa di una verifica sulla percentuale di account bot.

    Il secondo, del 17 maggio, sosteneva che l’operazione “non può procedere” finché il CEO di Twitter non avesse dimostrato che la percentuale di bot era inferiore al 5%, suggerendo che potesse essere superiore al 20%.

    Dopo questi tweet le azioni Twitter crollarono di quasi il 18%, raggiungendo un minimo di 32,52 dollari, circa il 40% al di sotto del prezzo di acquisizione concordato di 54,20 dollari per azione.

    La giuria ha invece assolto Musk da una dichiarazione rilasciata in un podcast, giudicandola un’opinione e non un’affermazione di fatto fuorviante. E soprattutto ha respinto l’accusa di aver orchestrato uno “schema” fraudolento sistematico contro gli investitori.

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Le ipotesi sulle cifre del risarcimento

    La giuria ha calcolato danni compresi tra 3 e 8 dollari per azione per giorno di negoziazione durante l’intero periodo della classe, dal 13 maggio al 4 ottobre 2022. L’avvocato degli azionisti, Mark Molumphy, ha stimato il risarcimento totale in circa 2,1 miliardi di dollari per le perdite azionarie più 500 milioni per le stock option, per un totale massimo di circa 2,6 miliardi di dollari.

    L’importo finale dipenderà dal numero di azionisti che presenteranno richiesta di risarcimento attraverso il procedimento di class action. Questa comprende tutti gli investitori che hanno venduto titoli Twitter tra il 13 maggio e il 4 ottobre 2022, data in cui Musk annunciò che avrebbe proceduto con l’acquisizione al prezzo originale, facendo balzare il titolo del 22% in una sola seduta.

    Nonostante la cifra imponente, diverse fonti hanno osservato che il risarcimento avrebbe un impatto minimo sul patrimonio personale di Musk, stimato tra 650 e 839 miliardi di dollari a seconda dell’indice utilizzato.

    La difesa di Musk annuncia l’appello

    La reazione del team legale di Musk è stata rapida. In una dichiarazione rilasciata subito dopo il verdetto gli avvocati di Musk hanno affermato di considerare la decisione “un ostacolo temporaneo” e di attendere “piena soddisfazione in appello”.

    Gli avvocati hanno anche ricordato le recenti vittorie di Musk in cause separate: una vittoria in appello in Delaware relativa al compenso Tesla e un’altra vittoria in un tribunale del Texas lo stesso giorno del verdetto.

    Durante il processo, durato circa tre settimane iniziato il 2 marzo 2026, Musk stesso testimoniato il 4 marzo scorso. Le sue dichiarazioni più notevoli includono l’ammissione che i tweet fossero stati imprudenti: “Se questo fosse un processo su tweet stupidi, mi dichiarerei colpevole”. Musk ha però insistito di non aver mai dichiarato l’annullamento dell’operazione e di non poter controllare le decisioni di vendita degli investitori.

    Cosa succede adesso

    La tempistica post-verdetto si articola su due binari paralleli. Sul fronte del risarcimento gli avvocati degli azionisti hanno stimato che serviranno circa 90 giorni per attivare la procedura di amministrazione dei reclami, seguiti da ulteriori mesi per l’elaborazione delle richieste individuali.

    Complessivamente gli azionisti che hanno portato Musk in tribunale per frode finanziaria potrebbero ricevere i pagamenti entro sei mesi dal verdetto.

    Sul fronte dell’appello, gli avvocati di Musk confermano l’intenzione di impugnare il verdetto presso la Corte d’Appello, il che potrebbe estendere significativamente i tempi.

    Un procedimento parallelo rilevante è la causa SEC contro Musk, intentata nel gennaio 2025 per la mancata tempestiva comunicazione della sua quota azionaria superiore al 5% in Twitter nel marzo 2022. Al 17 marzo 2026 le parti erano in trattative per un possibile accordo. La SEC chiede una multa civile e la restituzione dei circa 150 milioni di dollari che Musk avrebbe risparmiato acquistando azioni prima della divulgazione obbligatoria.

    E va avanti l’indagine parigina su X e Elon Musk

    E mentre a San Francisco la giuria emetteva il verdetto, da Parigi arrivava un’altra tegola.

    Come riportato da Le Monde, i procuratori della sezione cyber della procura di Parigi hanno inviato due rapporti alle autorità statunitensi, alla SEC e al Dipartimento di Giustizia.

    L’ipotesi è che Musk abbia tentato di gonfiare artificialmente il numero di utenti di X in vista di una possibile quotazione in borsa. Le informazioni raccolte dai procuratori francesi, emerse nel corso di un’indagine avviata in Francia all’inizio del 2025, suggeriscono che la controversia sui deepfake generati da Grok, il chatbot di X, potrebbe essere stata alimentata deliberatamente per aumentare la valutazione della piattaforma.

    Il tutto in un momento cruciale, con l’IPO della nuova entità nata dalla fusione di SpaceX e xAI prevista per giugno 2026, mentre X stava perdendo slancio.

    Cosa dice la sentenza che condanna Musk al risarcimento

    La sentenza stabilisce che i tweet di un individuo con la capacità di influenzare i mercati possono essere trattati alla stregua di dichiarazioni finanziarie formali, ai fini della responsabilità per frode sui titoli. Come ricordato qui, è la prima volta che una giuria ritiene Musk personalmente responsabile per l’impatto dei suoi tweet sul mercato azionario.

    Ma il verdetto del 20 marzo 2026 segna tre novità fondamentali.

    È la prima condanna di Musk per le conseguenze dei suoi tweet, una frattura nel mito dell’invulnerabilità legale di “Teflon Elon”, il soprannome che Musk si è guadagnato in riferimento al “teflon”, il rivestimento antiaderente delle padelle per intenderci.

    Con un risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari stabilisce un nuovo record per i verdetti di giuria in cause per frode sui titoli negli Stati Uniti. E crea un precedente sulla responsabilità per dichiarazioni sui social media che possono influenzare i mercati finanziari, con implicazioni che vanno ben oltre il caso specifico.

    In ogni caso, la battaglia legale è lontana dalla conclusione. L’appello annunciato dagli avvocati potrebbe prolungare il contenzioso per mesi, e l’assenza di una condanna per “schema fraudolento” offre alla difesa una base su cui costruire la propria impugnazione.

    Resta da vedere se questo verdetto segnerà davvero un limite al potere che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso messaggi pubblici, o se confermerà che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita.

    Perché è questo il punto nevralgico di questa vicenda.

  • X cede all’UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA

    X cede all’UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA

    X ha presentato alla Commissione UE le misure correttive sul sistema di verifica della spunta blu, tre mesi dopo la multa di 120 milioni di euro per violazione del Digital Services Act.

    Tre mesi dopo la prima sanzione della storia ai sensi del Digital Services Act, X ha comunicato a Bruxelles le misure correttive sul sistema delle spunte blu. La Commissione UE valuterà se le proposte sono sufficienti a risolvere il problema del design ingannevole che aveva portato alla multa di 120 milioni di euro.

    La decisione di X sulla spunta blu dopo la multa dell’UE

    Il 12 marzo 2026 il portavoce della Commissione UE, Thomas Régnier, ha confermato che X ha presentato le misure correttive relative al sistema di verifica delle spunte blu. La piattaforma di Elon Musk ha rispettato il termine di 60 giorni previsto dalla decisione di dicembre, scegliendo la via dell’adeguamento invece del ricorso legale che lo stesso Musk aveva annunciato.

    La Commissione ha fatto sapere che valuterà attentamente le proposte prima di pronunciarsi. Questo significa che la partita non è ancora chiusa. Infatti, Bruxelles potrebbe accettare le misure, chiedere modifiche, o ritenerle insufficienti.

    Ma il fatto stesso che X abbia presentato un piano correttivo, invece di impugnare la sanzione, rappresenta un cambio di rotta rispetto alla retorica dello scontro che aveva caratterizzato la reazione iniziale di Musk.

    X cede all'UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA
    X cede all’UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA

    Perché la spunta blu di X viola il Digital Services Act

    Come già ricordato, il problema centrale riguarda il cambiamento di significato della spunta blu senza un adeguato cambiamento del simbolo visivo.

    Quando la piattaforma si chiamava ancora Twitter, la spunta blu certificava che un account apparteneva davvero alla persona o all’organizzazione dichiarata. Era un sistema gratuito, gestito dalla piattaforma, che verificava l’identità prima di assegnare il simbolo.

    Dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022, la spunta blu è diventata un servizio a pagamento accessibile a chiunque sottoscrivesse un abbonamento X Premium. La Commissione Europea ha stabilito che questo costituisce un dark pattern, ovvero un design ingannevole vietato dall’articolo 25 del DSA.

    Quindi, X ha mantenuto lo stesso simbolo pur cambiandone radicalmente il significato, sfruttando l’associazione logica consolidata negli utenti tra spunta blu e identità verificata.

    La decisione della Commissione, resa pubblica a fine gennaio grazie al rilascio da parte della House Judiciary Committee statunitense, descrive la trasformazione in termini precisi: X è passata da un sistema di conferma proattiva ed ex ante dell’identità, a uno in cui lo status verificato viene distribuito ad abbonati anonimi, con un approccio almeno parzialmente reattivo agli abusi di impersonificazione.

    La multa di 120 milioni e le tre violazioni contestate

    La sanzione di 120 milioni di euro, comminata il 5 dicembre 2025, lo ricorderete, riguardava tre violazioni distinte degli obblighi di trasparenza previsti dal Digital Services Act. La prima, quella sulla spunta blu, aveva un termine di 60 giorni per la presentazione delle misure correttive. Le altre due, relative all’opacità del registro pubblicitario e al mancato accesso ai dati per i ricercatori, avevano un termine di 90 giorni.

    Si tratta della prima sanzione della storia applicata a una Very Large Online Platform (VloP) ai sensi del DSA. L’importo, calcolato sulla base della natura delle violazioni, della loro gravità e della loro durata, è stato definito dalla Commissione come modesto ma proporzionato, ben al di sotto del massimo previsto dal regolamento che può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.

    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    Cosa significa questa decisione per il DSA

    La scelta di X di presentare misure correttive invece di impugnare la sanzione in tribunale rafforza la credibilità del DSA come strumento di applicazione delle norme.

    Per la Commissione UE, la posta in gioco era alta: una lunga battaglia legale avrebbe potuto esporre debolezze procedurali, rallentare l’applicazione delle norme, dare argomenti a chi sostiene che l’UE regola troppo e innova troppo poco.

    Invece, almeno su questo fronte, si è arrivati a una forma di adeguamento. Non significa che il DSA abbia vinto in modo definitivo. Significa che il primo vero test del regolamento europeo sui servizi digitali si è concluso con una piattaforma che sceglie di conformarsi piuttosto che resistere.

    Le tensioni tra USA e UE sulla regolamentazione delle piattaforme

    Questa svolta tecnica non cancella le tensioni politiche tra Washington e Bruxelles.

    A dicembre, il vicepresidente americano J.D. Vance aveva attaccato duramente la decisione della Commissione, parlando di attacco alla libertà di parola e alle aziende americane. La retorica dello scontro tra modello europeo di regolamentazione e visione americana di libertà digitale resta accesa.

    Ma una cosa è la retorica pubblica, un’altra sono le scelte operative. La decisione di X di adeguarsi piuttosto che resistere suggerisce che il costo di ignorare le regole europee è considerato troppo alto, anche per chi ha le risorse per sostenere battaglie legali prolungate e anche in un momento di forte tensione politica transatlantica.

    Cosa resta da capire sul futuro della spunta blu in UE

    La Commissione non ha comunicato tempi per la valutazione delle misure proposte da X. Non sappiamo se la piattaforma intenda modificare il sistema delle spunte blu solo per gli utenti europei o a livello globale. E non sappiamo se il cambiamento sarà sostanziale, con un ritorno a forme di verifica dell’identità, o se si limiterà a interventi sull’interfaccia per chiarire il significato del simbolo.

    Restano aperte anche le altre indagini su X. La Commissione UE sta ancora esaminando la gestione dei contenuti illegali e il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione, con particolare attenzione ai rischi di radicalizzazione. Su questi fronti non sono ancora state raggiunte conclusioni preliminari.

    Per ora, quello che possiamo dire è che il primo round tra X e il DSA si è concluso con un adeguamento, invece di uno scontro. Resta da vedere se questa scelta segna un cambio di strategia duraturo o si tratta di una pausa tattica. Molto probabile che X, e quindi Elon Musk, abbia agito sapendo bene che il mercato UE resta ancora importante per la piattaforma.

  • Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Elon Musk ha testimoniato nel processo Twitter a San Fracisco. Ha ammesso che il tweet del 2022 non fu saggio in quel momento, ma ha a sua volta accusato Twitter di aver mentito sui bot. Una vicenda questa che seguo si dall’inizio.

    Seguo la vicenda che riguarda l’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk praticamente dall’inizio. Qui su questo blog ho raccontato ogni momento cruciale che ha visto questo passaggio che oggi si concretizza in X. In alcuni momenti avevo anche previsto a cosa si sarebbe potuto andare incontro quando una presenza così ingombrante come Musk entrasse in possesso di una piattaforma come Twitter.

    A conferma di tutto questo, in fondo a questo articolo riporto i link agli articoli a cui faccio riferimento.

    Ma adesso siamo arrivati ad una fase importante. Elon Musk che, a distanza di 4 anni ormai da quell’acquisizione, deve rendere conto di fronte ad un tribunale, il perché di alcune sue scelte e il perché di alcuni suoi tweet che hanno finito, vista la sua grande influenza, per avere effetti anche sull’acquisizione stessa.

    Come abbiamo ben imparato in questi 4 anni, Elon Musk ha un rapporto particolare con le parole. Non nel senso che menta sistematicamente, ma nel senso che usa le dichiarazioni pubbliche come strumenti strategici, calibrati per produrre effetti specifici sui mercati e sull’opinione pubblica. Insomma, in alcuni casi interviene per generare pressione.

    E ieri, mercoledì 4 marzo, un tribunale federale di San Francisco ha messo alla prova esattamente questo suo schema comportamentale, con Musk stesso sul banco dei testimoni.

    Il processo Pampena v. Musk, iniziato lunedì 2 marzo, rappresenta una class action di azionisti che accusano il miliardario di aver manipolato deliberatamente il prezzo delle azioni Twitter nella primavera e nell’estate del 2022. È una vicenda, come ricordavo prima, che ho raccontato qui sin dal principio, quando Musk acquisì il 9,2% della società e scrissi che quella relazione sarebbe stata un grande vantaggio e un grande rischio.

    La sua testimonianza di ieri ha offerto uno spaccato notevole del modo in cui Musk concepisce il rapporto tra le sue parole in pubblico e le loro conseguenze.

    «Stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero»

    La scena è quella di un’aula di tribunale federale. Musk che arriva dribblando i giornalisti, indossa un abito nero con cravatta nera. L’avvocato degli azionisti, Aaron P. Arnzen, lo incalza sul tweet del 13 maggio 2022, quello in cui annunciava che l’accordo per l’acquisizione di Twitter era «temporaneamente sospeso». Quel tweet aveva fatto crollare il titolo di quasi il 10% in un solo giorno.

    Arnzen chiede ripetutamente a Musk se si fosse fermato a riflettere sull’impatto che quelle parole avrebbero avuto sul mercato. La risposta di Musk, ripetuta più volte, è disarmante nella sua semplicità: I was simply speaking my mind. Stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero.

    È una linea difensiva che punta tutto sulla proverbiale spontaneità. Ma contiene anche un’ammissione. Quando gli viene chiesto se quel tweet fosse stata la mossa più saggia, Musk concede che forse non era stato il suo post social «più saggio». Poi però aggiunge una metafora rivelatrice: dire che l’accordo era temporaneamente sospeso, sostiene, era «come dire che arriverai in ritardo a una riunione. Non significa che non sarai alla riunione». Un tentativo di minimizzare la portata di quelle parole, di presentarle come un semplice aggiornamento di stato piuttosto che come una dichiarazione capace di spostare miliardi di dollari.

    Musk e l'effetto dei suoi tweet nell'acquisizione di Twitter
    Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Il mercato come «maniaco-depressivo»

    C’è un momento della testimonianza che merita attenzione. Quando gli viene chiesto se fosse consapevole che i suoi tweet potessero influenzare il prezzo delle azioni, Musk risponde con una formulazione studiata: «I miei tweet a volte hanno l’effetto opposto a quello che ci si aspetterebbe sui prezzi delle azioni. A volte hanno l’effetto atteso». E aggiunge: «Il mercato azionario è come un maniaco-depressivo».

    È una risposta che cerca di diluire la responsabilità attribuendola all’imprevedibilità dei mercati. Ma contiene anche un riconoscimento implicito: Musk sa perfettamente che le sue parole hanno effetti sui mercati, anche se non sempre nella direzione attesa.

    Solo cinque giorni dopo l’acquisizione della quota iniziale, del resto, Musk aveva già dimostrato la sua imprevedibilità decidendo di non entrare più nel consiglio di amministrazione di Twitter, dopo aver twittato proposte su Twitter Blue e aver definito «morti» gli utenti più seguiti della piattaforma.

    L’accusa ribaltata: «Twitter ha mentito»

    Ma il momento più atteso della testimonianza arriva quando si parla dei bot e degli account fake. L’avvocato chiede a Musk se, prima di rinunciare alla due diligence (una valutazione chiara di quelli che sono i rischi e i benefici che comporta la definizione di una acquisizione), avesse chiesto informazioni sulla metodologia usata da Twitter per calcolare che solo il 5% degli account fosse spam.

    Musk ammette di non averlo fatto. Ma aggiunge di aver presunto che, se Twitter avesse inserito quel dato in un documento depositato alla SEC, «sarebbe stato accurato».

    E poi arriva l’affondo: «Successivamente è emerso che hanno falsificato il numero di bot. Hanno mentito». È un ribaltamento completo della narrazione.

    Musk trasforma se stesso da accusato ad accusatore, sostenendo che la vera frode l’avrebbe commessa Twitter, non lui. È la stessa strategia che avevo descritto nel maggio 2022, quando scrivevo che Musk stava giocando un braccio di ferro sui bot per abbassare il prezzo e che «non perde tempo a confondere le acque e a confondere gli utenti, facendo passare lui come vittima di un raggiro».

    La rinuncia alla due diligence come nodo irrisolto

    Ed è proprio questo il punto che rende la posizione di Musk molto complicata.

    Quando aveva presentato la sua offerta iniziale per Twitter, l’aveva definita un’offerta take it or leave it, prendere o lasciare. E soprattutto aveva rinunciato alla due diligence, come dicevo prima, cioè al diritto di esaminare i dati finanziari e operativi non pubblici dell’azienda prima di procedere. Se aveva scelto di non verificare i numeri, su quale base poteva poi lamentarsi dei bot e degli account fake?

    La questione degli account spam, peraltro, non era affatto nuova. Twitter stessa aveva pagato 809,5 milioni di dollari nel 2021 per chiudere cause legali relative a dichiarazioni gonfiate sulla crescita degli utenti.

    Era un problema noto, documentato pubblicamente, che Musk aveva implicitamente accettato rinunciando agli approfondimenti. Accusare ora Twitter di aver mentito su dati che lui stesso aveva scelto di non verificare è una posizione che la giuria dovrà valutare con attenzione.

    Una causa annunciata, quasi quattro anni fa

    Questo processo non nasce dal nulla.

    Gli azionisti avevano depositato la loro denuncia già nel maggio 2022, accusando Musk di aver «manipolato le azioni della società per scopi personali». All’epoca scrissi che la strategia di Musk era ormai evidente: «giocare con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo di Twitter potesse scendere e risparmiare qualcosa rispetto ai 44 miliardi di dollari dell’accordo».

    Nelle settimane successive, l’accordo entrò sempre più in bilico. A luglio 2022 il Washington Post riportava che l’acquisizione era ormai «in pericolo», mentre io scrivevo che «il destino di Twitter è sempre più legato al fondatore della Tesla» e che «a perdere è sempre Twitter».

    Poi, com’è noto, Musk fu costretto a completare l’acquisizione al prezzo pattuito di 54,20 dollari per azione, e la vicenda che avevo raccontato nel dettaglio attraverso la ricostruzione di Isaacson prese la piega che conosciamo.

    Il dettaglio delle azioni accumulate in silenzio

    C’è un altro elemento emerso dalla testimonianza che vale la pena di evidenziare. Musk ha ammesso di aver iniziato ad accumulare azioni Twitter all’inizio del 2022 senza twittare al riguardo e senza comunicarlo alla Securities and Exchange Commission nei tempi previsti. Alla domanda se ritenesse la cosa «materiale», cioè rilevante per gli investitori, Musk ha risposto di no, aggiungendo di aver comprato azioni in «molte aziende» senza postare al riguardo.

    Ma quando poi ha reso pubblica la sua partecipazione, le azioni Twitter sono salite del 27% in un solo giorno. «Mi sembra alto», ha commentato Musk quando gli è stato riferito quel dato.

    È un’ammissione involontaria del potere che le sue comunicazioni esercitano sui mercati, e solleva interrogativi sul perché avesse scelto di accumulare in silenzio prima di rendere nota la sua posizione.

    La SEC, peraltro, ha avviato una causa separata proprio su questo punto, sostenendo che il ritardo nella comunicazione abbia permesso a Musk di acquistare azioni a un prezzo inferiore.

    Un impero da 1.250 miliardi

    Dalla fusione di X con xAI e SpaceX, l’entità combinata controllata da Musk è ora valutata dagli investitori privati circa 1.250 miliardi di dollari. Il prossimo passo potrebbe essere portare SpaceX in borsa in quella che sarebbe probabilmente un’IPO da record. Ma prima, Musk deve chiudere i conti con il passato.

    Non è la prima volta che finisce in tribunale per i suoi tweet.

    Nel 2023 ha testimoniato per otto ore in un processo federale sempre a San Francisco, accusato di aver ingannato gli investitori Tesla con il famoso tweet del 2018 in cui annunciava di voler privatizzare l’azienda a 420 dollari per azione. In quel caso la giuria lo aveva assolto.

    Ma questo processo è diverso. Non si tratta di un annuncio vago su piani futuri, ma di dichiarazioni specifiche su un accordo già firmato, con un contratto che stabiliva obblighi precisi.

    Il processo dovrebbe durare circa tre settimane. Qualunque sia l’esito, sta mettendo a nudo una questione più ampia: il potere sproporzionato che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso la comunicazione pubblica.

    Musk controlla X, la piattaforma su cui pubblica, e possiede una capacità di muovere i mercati che pochi altri al mondo possono vantare. La sua difesa di ieri, «stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero», potrebbe essere letta come candore o come strategia.

    Quando ad aprile 2022 scrissi che il futuro di Twitter era ormai legato al destino di Elon Musk, non immaginavo che quasi quattro anni dopo saremmo stati qui a raccontare un processo che mette alla prova esattamente quella previsione.

    Resta da vedere se da questa vicenda emergeranno dei limiti a questo potere, o se confermeranno che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita. Perché questo è il punto che col tempo è rimasto sostanzialmente irrisolto.

    Vedremo come si svilupperà e come andrà a finire anche questa vicenda.


    Lista di articoli sull’acquisizione di Elon Musk:

    Elon Musk e Twitter, tra vantaggi e rischi

    Twitter e Elon Musk, relazione complicata e rischiosa

    Il futuro di Twitter è legato al destino di Elon Musk

    Twitter rende pubblici gli ultimi dati prima dell’era Elon Musk

    Elon Musk sta giocando con Twitter, ecco perché

    Twitter, Elon Musk e il braccio di ferro sui bot

  • Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Operation Bluebird, startup guidata dall’ex responsabile marchi di Twitter, ha chiesto all’USPTO di cancellare i marchi Twitter e tweet da X Corp per rilanciare la piattaforma con twitter.new.

    È una di quelle notizie che, a prima lettura, sembra quasi paradossale. Ma sicuramente mette di buonumore i tanti nostalgici che dal 2022 sperano in un ritorno.

    Negli anni abbiamo assistito a piattaforme che hanno segnato il tempo, poi scomparse quando gli algoritmi sono diventati più importanti degli utenti. E ora si torna a parlare di Twitter, mai del tutto dimenticato.

    Eppure è tutto vero, e la base legale su cui poggia è tutt’altro che trascurabile.

    Operation Bluebird, una startup con sede in Virginia, ha presentato lo scorso 2 dicembre 2025 una petizione formale all’U.S. Patent and Trademark Office (USPTO) per chiedere la cancellazione dei marchi registrati “Twitter” e “tweet“, attualmente detenuti da X Corp, la società di Elon Musk.

    L’obiettivo è quello di utilizzare quei marchi per lanciare una nuova piattaforma social, chiamata twitter.new, che intende riportare in vita lo spirito originario della “piazza pubblica digitale” che Twitter rappresentava prima dell’acquisizione da parte di Musk nel 2022.

    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter
    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Chi c’è dietro Operation Bluebird

    La startup non è guidata da improvvisati. Anzi, il team legale conosce molto bene il terreno ispido su cui si muove.

    Stephen Jadie Coates, general counsel di Operation Bluebird, è stato Associate Director for Trademarks, Domain Names and Marketing di Twitter dal 2014 al 2016. È stato lui, di fatto, il primo responsabile marchi assunto dall’azienda, colui che ha costruito da zero la strategia di protezione del brand Twitter. Conosce ogni sfumatura legale di quei marchi perché li ha gestiti in prima persona.

    Al suo fianco c’è Michael Peroff, fondatore di Operation Bluebird, avvocato specializzato in proprietà intellettuale e protezione dei marchi con base nell’Illinois e quasi 15 anni di esperienza nel settore.

    Non si tratta quindi di un tentativo opportunistico di qualche sconosciuto. Chi sta dietro questa operazione ha le competenze tecniche per comprendere esattamente cosa sta facendo e quali sono le probabilità di successo.

    L’argomento legale: l’abbandono del marchio

    La petizione di Operation Bluebird si basa su un principio cardine del diritto dei marchi statunitense. In buona sostanza: se non usi un marchio commercialmente, rischi di perderlo.

    Il Lanham Act (15 U.S.C. § 1127) stabilisce infatti che un marchio si considera “abbandonato” quando il suo uso è stato interrotto con l’intenzione di non riprenderlo.

    Secondo la normativa americana, tre anni consecutivi di non utilizzo creano una presunzione di abbandono. E qui i fatti sono abbastanza chiari:

    • Il logo del celebre uccellino blu (internamente chiamato “Larry Bird”) è stato completamente rimosso.
    • La piattaforma è stata ribattezzata X, con conseguente migrazione dell’interfaccia e del branding.
    • Il 17 maggio 2024, X Corp ha completato l’integrazione finale, reindirizzando definitivamente twitter.com verso x.com.
    • Il termine “tweet” è stato sostituito con “post” in tutta l’interfaccia e nelle comunicazioni ufficiali.

    Come ha dichiarato Coates a Reuters: “X ha abbandonato legalmente il marchio TWITTER“. La questione, secondo lui, è “straightforward”, lineare.

    Il paradosso del rinnovo del 2023

    Un elemento interessante della vicenda riguarda il fatto che X Corp ha effettivamente rinnovato la registrazione del marchio Twitter nel 2023. Ma quel rinnovo è stato approvato mentre l’azienda stava attivamente eliminando ogni traccia del brand dai propri prodotti e servizi.

    Come osservato da esperti di proprietà intellettuale, questa situazione crea un paradosso. Infatti, rinnovare un marchio che si sta pubblicamente demolendo è un po’ come “rinnovare l’abbonamento alla palestra mentre la stai demolendo”.

    Il semplice rinnovo burocratico, in assenza di un uso commerciale effettivo, potrebbe non bastare a proteggere il marchio. Altri esperti, come Mark Lemley, professore di diritto a Stanford ed esperto di diritto dei brand, sostiene che “un uso meramente simbolico non basta a preservare il marchio”.

    Interfaccia twitter.new
    Interfaccia twitter.new

    Il progetto twitter.new

    Operation Bluebird non si limita a chiedere la cancellazione dei marchi. Nei fatti, ha già presentato una domanda di registrazione per “Twitter” e sta costruendo una piattaforma alternativa.

    Sul sito twitter.new è già possibile riservare il proprio username in vista del lancio, previsto potenzialmente per la fine del 2026.

    Il messaggio sulla homepage è programmatico: “The public square is broken, but we still believe in it. One brand tried to fix it, then burned it all down. We are bringing it back – this time with trust” – La piazza pubblica è rotta, ma ci crediamo ancora. Un brand ha provato a sistemarla, poi ha dato fuoco a tutto. La stiamo riportando in vita – questa volta con fiducia.

    Come ha spiegato Peroff ad Ars Technica, l’obiettivo non è solo rilanciare un nome: “Esistono certamente alternative come Threads, Mastodon e Bluesky, ma nessuna ha raggiunto la scala o il riconoscimento del brand che Twitter aveva prima dell’acquisizione di Musk“.

    Ha aggiunto Coates: “Ricordo quando celebrity reagivano ai miei contenuti su Twitter durante il Super Bowl o altri eventi. Vogliamo che quell’esperienza torni, quella piazza pubblica dove tutti eravamo coinvolti insieme“.

    Quali gli scenari che si aprono

    La petizione di Operation Bluebird apre scenari legali interessanti e pone X Corp di fronte a un dilemma strategico. X Corp ha tempo fino ai primi di febbraio 2026 per presentare una risposta formale alla petizione di cancellazione.

    Se X decidesse di difendere i marchi, dovrà dimostrare di utilizzarli ancora commercialmente o di avere intenzione di riprenderne l’uso. Ma questo contraddirebbe le dichiarazioni pubbliche di Musk e le azioni concrete dell’azienda negli ultimi due anni. Difendere un brand che hai pubblicamente “annullato” creerebbe inoltre un paradosso enorme: se Twitter ha ancora valore, perché l’hai abbandonato?

    Se X non difendesse i marchi, Operation Bluebird potrebbe appropriarsi di uno dei nomi più riconoscibili nella storia dei social media. Un brand costruito in oltre 15 anni passerebbe nelle mani di una startup. Per ricominciare a volare.

    C’è però un terzo elemento da considerare. Anche in caso di cancellazione dei marchi registrati, X Corp potrebbe comunque citare in giudizio Operation Bluebird per violazione di marchio basandosi sul concetto di “residual goodwill” (avviamento residuo).

    La domanda che tutti gli esperti, e non solo, si fanno in questo momento: “Ma davvero Musk spenderebbe milioni di dollari per proteggere un brand che ha deliberatamente gettato nella spazzatura?“. In effetti, Operation Bluebird sta scommettendo che la risposta sia no.

    Gli utenti legati ancora a Twitter

    Già a settembre 2023, a pochi mesi dal rebranding, avevo riportato come il 69% degli utenti americani continuasse a chiamare la piattaforma ‘Twitter’.

    Inoltre, i dati più recenti confermano la stessa tendenza.

    Secondo un’analisi di Omnisend su oltre 14.500 email di marketing (luglio 2024), l’89% dei brand a livello globale – con punte del 95% in Italia – continua a riferirsi alla piattaforma con il vecchio nome.

    E secondo YouGov (2024), il 55% degli utenti giornalieri americani la chiama ancora Twitter. Il brand costruito in 17 anni non si cancella con un cambio di logo.

    Le implicazioni più ampie

    Al di là dell’esito specifico di questa controversia del tutto inattesa, il caso Operation Bluebird solleva questioni rilevanti per il mondo corporate e per chiunque si occupi di brand management.

    In primo luogo, evidenzia i rischi di un rebranding totale senza una chiara strategia di gestione dei marchi legacy. Le aziende che cambiano radicalmente identità devono decidere se difendere formalmente i vecchi marchi, cederli in modo controllato, o accettare che possano essere reclamati da altri.

    In secondo luogo, il caso dimostra che marchi iconici non sono immuni dall’abbandono legale. Anche un nome riconosciuto globalmente come Twitter può diventare vulnerabile se il proprietario smette di utilizzarlo in modo sostanziale.

    Infine, la vicenda rappresenta un interessante precedente su come le decisioni di un singolo proprietario possano alterare radicalmente il destino di asset intangibili dal valore inestimabile.

    Musk ha pagato 44 miliardi di dollari per Twitter nel 2022; ma ora qualcun altro potrebbe ottenere il diritto di usare quel nome attraverso una petizione legale.

    Per chiudere, la vicenda Operation Bluebird rappresenta qualcosa di più di una vicenda legale. È un caso che potrebbe stabilire, intanto, un precedente significativo su come le aziende tech gestiscono (o non gestiscono) i propri asset di brand durante processi di rebranding radicale.

    E se tutto dovesse andare bene, permetterebbe all’uccellino blu di tornare a volare. Senza che ci sia di mezzo Elon Musk.

  • Musk sotto accusa dalla SEC per il caso Twitter

    Musk sotto accusa dalla SEC per il caso Twitter

    La SEC accusa Elon Musk di aver ritardato la comunicazione sull’acquisto di Twitter, risparmiando 150 milioni di dollari. Ecco una breve considerazione sulle accuse, sulle tappe e sugli scenari futuri.

    La causa intentata dalla Securities and Exchange Commission (SEC, la Consob italiana per intenderci) contro Elon Musk ha riacceso i riflettori su una delle acquisizioni più controverse degli ultimi anni: quella di Twitter, oggi nota come X.

    La SEC accusa Musk di aver violato le leggi sui titoli per non aver comunicato tempestivamente l’acquisto di una quota significativa della società nel 2022, risparmiando così oltre 150 milioni di dollari e causando danni agli investitori.

    La causa della SEC contro Elon Musk

    Infatti, sempre secondo la SEC, Elon Musk avrebbe dovuto notificare la sua partecipazione all’interno della società Twitter entro il 24 marzo 2022, come previsto dalla legge Usa che impone la comunicazione entro dieci giorni dal superamento della soglia del 5% di azioni possedute.

    In quella occasione, Musk ha reso pubblica la sua quota solo il 4 aprile, con un ritardo di 11 giorni, durante i quali avrebbe acquistato ulteriori azioni per un valore superiore a 500 milioni di dollari.

    Questa tardiva comunicazione, sostiene la SEC, ha avuto un impatto significativo sugli investitori che hanno venduto le loro azioni tra il 25 marzo e il 1° aprile 2022, inconsapevoli della presenza di Musk.

    La causa punta a recuperare i guadagni ottenuti da Musk durante il periodo incriminato, imponendo sanzioni civili e altre misure punitive.

    Intanto lui non sembra preoccuparsene, come al solito.

    Musk sotto accusa dalla SEC per il caso Twitter
    Musk sotto accusa dalla SEC per il caso Twitter

    Musk e l’acquisizione di Twitter, le tappe in breve

    La vicenda Twitter/X inizia nel marzo 2022, quando Musk avvia l’acquisto di azioni della piattaforma di microblogging. Dopo la tardiva divulgazione della sua partecipazione, Musk annuncia l’intenzione di acquisire l’intera società per 44 miliardi di dollari, un’offerta che porta il valore delle azioni di Twitter a livelli record.

    Da quel momento, però, il percorso si complica.

    Musk prova a ritirarsi dall’accordo, citando presunte discrepanze nei dati sugli account falsi forniti da Twitter.

    Dopo una battaglia legale, un tribunale del Delaware lo costringe a completare l’acquisizione nell’ottobre 2022. La transazione si conclude, e Musk intraprende una trasformazione radicale della piattaforma, cambiandone il nome in X, nel luglio 2023, e spostandone il focus verso un’applicazione multifunzionale ispirata al modello cinese di WeChat.

    Non si sa se l’ispirazione resta ancora quella, ma di certo è che in questo 2025 X diventerà qualcosa di simile.

    La SEC, Musk e l’insediamento di Trump

    La causa della SEC contro Musk arriva in un momento molto particolare, come già più volte evidenziato. L’amministrazione Trump è sul punto di insediarsi (mancano pochi giorni al 20 gennaio), e ci sarà una nuova nomina in capo alla SEC.

    Questo cambio di leadership potrebbe influenzare il corso della causa. Infatti, la nomina di figure più indulgenti verso le grandi corporation, quindi verso Musk e X, potrebbe rallentare o persino annullare il procedimento legale.

    In aggiunta a tutto questo, sembra ormai certo che Musk stia per assumere un ruolo chiave nella nuova amministrazione (non solo a capo del DOGE), con un ufficio all’interno della Casa Bianca.

    Questa location così di alto livello potrebbe aumentare la sua influenza politica, aprendo interrogativi su possibili conflitti di interesse e sull’impatto che una tale vicinanza al governo potrebbe avere sulla regolamentazione dei mercati finanziari.

    Se Elon Musk acquistasse davvero TikTok Usa

    La causa della SEC rappresenta un nuovo colpo di scena all’interno di una storia che ha segnato la storia recente dei social media.

    Mentre Musk continua a ridefinire il futuro di X secondo il suo pensiero che passa attraverso l’algoritmo del proprietario, questa azione legale potrebbe avere ripercussioni evidenti, non solo per lui, ma anche per la fiducia degli investitori nei confronti delle istituzioni.

    La posta in gioco è alta, ed è abbastanza evidente.

    Rimane da vedere come si evolveranno le dinamiche legali e politiche nelle prossime settimane. Una cosa è certa. Il rapporto tra Musk, X e le istituzioni statunitensi è destinato a rimanere al centro del dibattito pubblico. Anche questo è altrettanto evidente.

    [Il primo piano di Elon Musk all’interno dell’immagine di copertina è stato realizzato usando Grok, l’IA generativa di xAI]

     

  • Addio agli hashtag, il cancelletto su X non è più gradito

    Addio agli hashtag, il cancelletto su X non è più gradito

    Elon Musk decreta la fine degli hashtag su X. Ecco una breve analisi della loro storia e del loro impatto. In questo si decreta definitivamente l’addio a Twitter, dando vita ad una piattaforma in netto contrasto col passato.

    Elon Musk, proprietario di X (quella che un tempo era Twitter), ha dichiarato che gli hashtag sulla piattaforma non funzionano più. Li ha definiti “brutti” e inutili, segnando così – senza esagerazione – la fine di un’era.

    Si tratta, infatti, di una scelta che non è solo tecnica, ma rappresenta un cambiamento radicale nella filosofia stessa di una piattaforma che deve il suo successo proprio agli hashtag.

    La rivoluzione degli hashtag nel 2007

    La storia degli hashtag è parte integrante di quella di Twitter. Era il 23 agosto 2007 quando Chris Messina propose l’uso del simbolo “#” per raggruppare discussioni e conversazioni.

    Un’idea semplice, ma rivoluzionaria: offrire agli utenti un modo per creare connessioni tematiche immediate e aggregare conversazioni globali su eventi, movimenti sociali e interessi condivisi.

    Nel tempo, gli hashtag sono diventati un linguaggio universale. Dai grandi eventi sportivi come i Mondiali di calcio, alle battaglie sociali come #BlackLivesMatter, gli hashtag hanno avuto un ruolo centrale nella comunicazione online.

    Hanno permesso alle voci individuali di unirsi in coro, dando visibilità a temi spesso ignorati dai media tradizionali.

    Tutto su Twitter.

    Da Twitter a X, il passato in frantumi

    Con il rebranding di Twitter in X, Elon Musk ha intrapreso una trasformazione che mira a smantellare l’identità storica della piattaforma.

    La rimozione degli hashtag è solo l’ultimo tassello di una strategia che punta a ridefinire X come qualcosa di diverso da una piattaforma social media. La visione di Musk, come si è sempre detto, è quella di una “applicazione totale”, una super app che dovrebbe integrare funzionalità di pagamento, e-commerce e intrattenimento.

    Addio agli hashtag, il cancelletto su X non è più gradito
    Addio agli hashtag, il cancelletto su X non è più gradito

    In questa visione, gli strumenti storici di partecipazione e connessione sembrano essere considerati superflui o addirittura d’intralcio.

    Già ad agosto 2023, un mese dopo l’operazione di rebranding di X, avevo segnalato la progressiva opera di smantellamento degli hashtag. L’occasione per fare chiarezza su come lavora l’algoritmo di X.

    Cosa significa eliminare gli hashtag

    Ma cosa significa eliminare gli hashtag? Non si tratta solo di perdere una funzionalità tecnica. Gli hashtag rappresentavano un simbolo di partecipazione, uno strumento che permetteva a chiunque di contribuire a una conversazione globale.

    Un modo prezioso per seguire e risalire a conversazioni di interesse; per comprendere tanti eventi e tanti fatti.

    In un’ottica aziendale, come più volte ho sottolineato qui, gli hashtag erano elementi di personalizzazione della comunicazione di un’azienda.

    La loro scomparsa segna la fine di Twitter come lo conoscevamo: una piazza digitale dove ognuno poteva far sentire la propria voce.

    Ma segna anche la fine di un certo modo di intendere le piattaforme digitali.

    Vero, su altre piattaforme esistono ancora. Ma, per struttura e tipologia delle piattaforme diverse da quello che era Twitter, gli hashtag non troveranno mai lo stesso spazio.

    Le conversazioni cambiano su X

    Eliminare gli hashtag significa anche cambiare il modo in cui le conversazioni vengono scoperte e organizzate. La scoperta dei contenuti su X sarà sempre più affidata a algoritmi proprietari, togliendo agli utenti il controllo diretto sulla visibilità dei propri messaggi. Questo porta a una piattaforma più chiusa, dove le interazioni sono mediate da scelte proprietarie che privilegiano certi tipi di contenuti rispetto ad altri.

    E qui emerge un tema più ampio: Musk vuole che X diventi uno spazio chiuso dove le conversazioni sono animate da evidente polarizzazione senza mai sfociare in un confronto. L’idea di base è polarizzare, chiudere la piattaforma depotenziando i link verso l’esterno, e fare in modo che tutto rimanga all’interno di X.

    Obiettivo è quello, si spera, di incrementare il più possibile il tempo di permanenza sulla piattaforma.

    Questo approccio contrasta nettamente con la filosofia originale di Twitter, che puntava sulle conversazioni e sulla capacità degli utenti di creare trend. Puntava poi sulla condivisone di notizie e informazioni in modo organico.

    Ricordiamo che gli hashtag erano elementi essenziali per seguire le conversazioni in termini analitici. A questo mi riferivo quando ho scritto della personalizzazione della comunicazione.

    Gli hashtag venivano creati per fare in modo che tutte le conversazioni potessero aggregarsi dietro a quella parole preceduta dal simbolo “#”.

    Gli strumenti di analisi partendo da quel hashtag potevano risalire ad informazioni preziose. Sulle persone che condividevano, da dove condividevano, quante volte, e via dicendo.

    Prima di depotenziare gli hashtag ricordiamo che Musk ha riformulato gli accessi alle API, rendendo così complicata l’attività di analisi, ad esempio.

    Cosa perdiamo con la fine degli hashtag

    Perdiamo molto. Gli hashtag non erano solo strumenti tecnici: erano diventati simboli culturali.

    Rappresentavano la capacità della rete di connettere persone attraverso confini geografici, linguistici e culturali. Erano il cuore pulsante delle campagne sociali, e non. E dei grandi movimenti a livello globale, dalla Primavera Araba a #MeToo.

    Erano anche strumenti di leggerezza, capaci di unire milioni di persone in momenti di ironia collettiva.

    Senza gli hashtag, X perde una parte importante di quella che era l’anima della piattaforma precedente. Diventa una piattaforma che parla sempre meno il linguaggio degli utenti e sempre più quello delle strategie del suo proprietario.

    Mi permetto di ricordare qui quando diedi vita a #cinemavoto, l’hashtag che creai nel 2018 in occasione delle allora elezioni politiche. Un successo strepitoso che poi aprì la strada alle innumerevoli versioni fatte con #cinema. A dimostrazione di quanto fosse gli hashtag fossero utili per coinvolgere gli utenti.

    Addio hashtag, addio Twitter

    La fine degli hashtag segna anche la fine di Twitter.

    Quella piazza globale dove ogni hashtag rappresentava un’idea, un momento di condivisione, è ormai un ricordo.

    X si dirige verso un futuro diverso, in netta contrapposizione col passato.

    Cosa avrebbe fatto Elon Musk di Twitter era ormai cosa nota. Prendere una piattaforma esistente, con dati, utenti e relazioni attive per trasformarla in altro. In questo consiste la spesa di 44 miliardi di dollari, a volte giudicata spropositata.

    La fine dell’hashtag non è che il capitolo finale di una storia che ne decreta l’inizio di un’altra. E non per questo più interessante.

     

     

  • X, i pagamenti ai Creator si baseranno sull’engagement invece che sulle visualizzazioni

    X, i pagamenti ai Creator si baseranno sull’engagement invece che sulle visualizzazioni

    X cambia il modo di riconoscere i pagamenti ai Creator. Il nuovo metodo, annunciato da poco, si baserà sull’engagement, e solo quello generato tra gli account abbonati a Premium. Un cambiamento che potrà avere effetti, al ribasso, sulla qualità dei contenuti condivisi.

    X, la piattaforma di cui Elon Musk è proprietario, ha da poco annunciato un notevole cambiamento nel modo in cui i creator saranno pagati sulla piattaforma.

    A partire dall’8 novembre 2024, i pagamenti non si baseranno più sulle visualizzazioni pubblicitarie, come è accaduto fino ad ora.

    I pagamenti si baseranno sull’engagement generato dai contenuti, in particolare da parte degli utenti Premium. Un cambiamento notevole, appunto, che sta suscitando molte discussioni tra i creator. Una situazione che di fatto rivede al ribasso le aspettative di guadagni maggiori e preoccupazioni sulla qualità dei contenuti e sul futuro del programma di monetizzazione.

    Ma vediamo nel dettaglio cosa comporta questo nuovo sistema e come potrebbe impattare i creator.

    Come funziona il nuovo sistema di pagamento

    Il cambiamento chiave introdotto da X riguarda il passaggio da un modello di guadagno basato sulle visualizzazioni degli annunci a uno che si concentra sulle interazioni con i contenuti da parte degli utenti Premium.

    Questo significa che i creator guadagneranno in base al numero di risposte, repost e “like” che i loro post ricevono. Ma solo se queste interazioni provengono da utenti abbonati a X Premium.

    X, i pagamenti ai Creator si baseranno sull'engagement invece che sulle visualizzazioni

    X Premium è il livello di abbonamento più alto della piattaforma, che offre vari vantaggi, tra cui un miglior posizionamento dei contenuti nelle risposte e altre funzionalità esclusive.

    Gli utenti che sottoscrivono X Premium costituiscono, però, solo una parte della base utenti complessiva della piattaforma. Per i creator, ciò significa che il potenziale pubblico da cui possono generare ricavi è ridotto, poiché solo le interazioni provenienti dagli abbonati Premium saranno considerate valide per il pagamento.

    Inoltre, per ricevere il pagamento, i creator dovranno accumulare almeno 50 dollari di guadagni. Questo rappresenta la soglia minima prima che X proceda con l’accredito, che potrebbe richiedere fino a 90 giorni.

    Per inciso, ad oggi, da quello che si riesce a capire sulla base delle fonti in circolazione, la percentuale degli abbonati su X è pari allo 0,2% sul totale degli iscritti alla piattaforma.

    Si sta parlando di una porzione di utenti abbonati pari a 1 milioni di utenti circa.

    Cosa cambia rispetto al passato

    Il sistema precedente era più semplice (si fa per dire) e si basava su un modello di guadagno legato alle visualizzazioni degli annunci pubblicitari.

    Quando un utente visualizzava un annuncio nelle risposte a un post di un creator, parte dei ricavi pubblicitari generati da quell’annuncio veniva distribuita ai creator. Per poter accedere a questo sistema, i creator dovevano superare le 5 milioni di impressioni a trimestre.

    Questo significava che anche con una base di utenti ampia, i creator potevano ottenere guadagni grazie alle visualizzazioni, indipendentemente dall’effettivo engagement dei contenuti.

    Il nuovo modello, invece, abbandona del tutto la dipendenza dalle visualizzazioni degli annunci, concentrandosi esclusivamente sulle interazioni degli utenti Premium.

    In cambiamento radicale della dinamica dei guadagni sulla piattaforma, che sposta l’attenzione dalla quantità alla qualità (ove ce ne fosse) dell’interazione, ma solo per una fascia ristretta di utenti.

    Cosa comporta questo cambiamento

    Con il nuovo sistema, i creator potrebbero trovarsi nella posizione di dover modificare la loro strategia di creazione di contenuti per massimizzare l’engagement e ottenere guadagni.

    Un approccio che potrebbe incentivare la pubblicazione di contenuti polarizzanti, provocatori o sensazionalistici, che sono notoriamente più efficaci nel generare interazioni. Specie su una piattaforma come è oggi X.

    Tutto ciò potrebbe avere un impatto negativo sulla qualità complessiva dei contenuti sulla piattaforma.

    Il rischio è che i creator, nel tentativo di ottenere più risposte e “like”, si allontanino dalla produzione di contenuti di valore o riflessivi. Inoltre, poiché il pubblico da cui possono generare guadagni è limitato agli abbonati Premium, potrebbe esserci una corsa a soddisfare le aspettative di questa fascia specifica di utenti, escludendo la maggioranza della base utenti di X.

    Questa situazione favorisce i creator che già dispongono di un vasto seguito di utenti Premium, mentre coloro che non hanno accesso a questo pubblico potrebbero trovare più difficile ottenere ricavi sostanziali.

    In altre parole, i grandi creator, che già possiedono un numero significativo di abbonati Premium, potrebbero trarre maggiori vantaggi dal nuovo sistema, mentre i creator più piccoli o emergenti potrebbero vedere una diminuzione dei loro guadagni complessivi.

    Le motivazioni che hanno portato al nuovo sistema

    Dietro questa decisione c’è probabilmente l’intento di X di ridurre la dipendenza dalla pubblicità, che ha subito un forte calo negli ultimi anni. I ricavi pubblicitari di X sono diminuiti drasticamente, con un calo previsto del 40% su base annua.

    Molte aziende stanno riducendo le loro spese pubblicitarie sulla piattaforma a causa delle crescenti preoccupazioni legate a contenuti problematici e all’aumento dell’hate speech.

    In questo contesto, X sta cercando di spostare la sua attenzione verso gli abbonamenti Premium come fonte principale di entrate.

    Eliminare la dipendenza dagli annunci pubblicitari potrebbe anche permettere a X di offrire un’esperienza utente più pulita e meno invasa da contenuti sponsorizzati. Ma questo potrebbe non essere sufficiente per garantire una base di utenti Premium sufficientemente ampia da sostenere i creator in modo equo e significativo.

    C’è da aggiungere anche il fatto che di recente la società di investimenti Fidelity ha dichiarato che il valore della piattaforma è calato dell’80%.

    In soldoni, si sarebbe passato dai 44 miliardi di dollari, la cifra pagata da Musk per acquisire Twitter, ai 9,4 miliardi di dollari attuali.

    Un sistema di pagamento che solleva dubbi

    Questo cambiamento solleva alcune preoccupazioni, come abbiamo visto sinora.

    Innanzitutto, ci si chiede se il nuovo sistema di pagamento possa davvero essere sostenibile per la maggior parte dei creator. Poiché i guadagni saranno limitati alle interazioni provenienti dagli utenti Premium, che sono una piccola frazione degli iscritti totali, molti creator – come si diceva prima – potrebbero vedere una diminuzione dei ricavi complessivi.

    Inoltre, c’è il rischio di un aumento significativo di contenuti di bassa qualità o polarizzanti. Aspetto, questo, molto preoccupante. Se i creator sono spinti a creare contenuti che generano interazioni a tutti i costi, la piattaforma potrebbe diventare un ambiente meno sano e più conflittuale.

    Significa, in parole povere, traghettare la piattaforma verso a una perdita di valore percepito della piattaforma stessa. Con il risultato di allontanare sia gli utenti che i creator che cercano un’esperienza di qualità.

    Infine, resta da vedere se X riuscirà a far crescere il numero di abbonati Premium abbastanza da rendere il sistema remunerativo per un’ampia gamma di creator. Senza una base di utenti Premium sostanziale, il rischio è che solo pochi creator riescano a trarre vantaggio dal nuovo modello, mentre la maggior parte faticherà a raggiungere la soglia di pagamento.

    A fronte di tutto questo, questo cambiamento dimostra la seria difficoltà in cui versa X.

    Ultima annotazione, tutto questo avviene a poche settimane dalle elezioni presidenziali americane.

    Sebbene l’intento sia quello di incentivare un maggiore engagement e ridurre la dipendenza dalla pubblicità, restano dubbi sull’efficacia e l’equità di questo modello. Con una base di utenti Premium ridotta e il rischio di un calo della qualità dei contenuti, il futuro del programma di monetizzazione di X appare incerto. Sarà interessante vedere come, e se, i creator adatteranno le loro strategie e come la piattaforma affronterà le sfide che emergeranno da queste nuove dinamiche.

  • Il ritorno di X in Brasile, anche per Musk la legalità non è censura

    Il ritorno di X in Brasile, anche per Musk la legalità non è censura

    La Corte Suprema brasiliana riporta X online dopo che Elon Musk accetta le sue condizioni. Quindi rispetto delle leggi locali su disinformazione e incitamento all’odio. Questa vicenda, alla fine, mostra che anche per Musk il rispetto delle leggi non è censura.

    La vicenda che ha riguardato X in Brasile, con lo scontro diretto tra Elon Musk e Alexandre de Moraes, presidente della Corte Suprema Federale del Brasile, si è chiusa così come si doveva chiudere, sin dall’inizio.

    Elon Musk, dunque, accetta tutte le condizioni poste dalla Corte Suprema Federale del Brasile e paga una multa. In questo modo, X torna ad essere visibile in tutto il Paese.

    Le condizioni soddisfatte riguardano il blocco degli account finiti sotto inchiesta per diffusione di informazioni errate e incitamento all’odio, nonché la nomina di un rappresentante legale locale, richiesta dal tribunale per garantire il rispetto della legge brasiliana.

    Le condizioni accettate da X

    X ha anche provveduto a pagare la somma relativa alle multe comminate, ossia 5,24 milioni di dollari, sebbene la multa effettiva fosse di 3,28 milioni di dollari. Un errore di pagamento ha rallentato il ritorno online di X in Brasile, poiché l’importo era stato trasferito alla banca sbagliata. Alla fine, X ha spostato l’intera somma presso la banca corretta, risolvendo così la questione.

    Il ritorno di X in Brasile, anche per Musk la legalità non è censura

    Dunque, Musk, con un’inversione di tendenza, ha deciso di rispettare il volere della Corte Suprema Federale del Brasile, dopo un’estate trascorsa a condurre una campagna contro la stessa Corte, accusata inizialmente di censura di stato.

    Ora che le leggi sono state rispettate, sarà difficile convincere coloro che hanno sostenuto le tesi di Musk.

    I danni che ha subito X in Brasile

    Cosa ha prodotto questa vicenda per X in Brasile? Solo danni. Sia in termini di pubblicità e introiti mancati, sia dal punto di vista della reputazione. A questo si aggiunge il fatto che molti utenti sono migrati verso altre piattaforme. In queste settimane, Bluesky ha raggiunto il traguardo dei 10 milioni di utenti grazie al blocco di X in Brasile.

    Ma cosa ci insegna questa vicenda alla fine?

    Questa è una lezione importante su diversi fronti, in particolare riguardo al rispetto delle leggi nazionali e al concetto di libertà di espressione.

    Cosa insegna questa vicenda

    Nonostante la narrazione avversa portata avanti da Elon Musk, che ha denunciato pubblicamente le decisioni della Corte Suprema brasiliana come atti di “censura” e autoritarismo, la realtà dei fatti ci mostra che le autorità brasiliane stavano semplicemente cercando di far rispettare la legalità.

    La Corte Suprema, nella figura del giudice Alexandre de Moraes, ha agito in conformità con le leggi brasiliane, chiedendo che X si conformasse ai provvedimenti giudiziari riguardanti la moderazione dei contenuti e la lotta alla disinformazione.

    Questi requisiti, come la rimozione di account che diffondevano fake news e odio, non erano volti a censurare la libertà di espressione, ma piuttosto a salvaguardare l’integrità del discorso pubblico e a prevenire l’incitamento all’odio.

    Nessuna piattaforma è immune

    Questa storia ci insegna che nessuna piattaforma, neanche se posseduta da una figura di spicco come Elon Musk, può dichiararsi immune dalle leggi di un Paese.

    Anche X, alla fine, ha dovuto piegarsi alle richieste della Corte, accettando di rispettare le norme nazionali e pagando le sanzioni per le infrazioni precedenti.

    E dunque, il concetto di libertà di espressione non può essere utilizzato come pretesto per evitare la responsabilità legale o per diffondere disinformazione. Al contrario, il rispetto delle leggi è necessario proprio per garantire che tale libertà si svolga entro confini che tutelano i diritti di tutti.

    In sintesi, questa storia sottolinea come il rispetto delle leggi non equivalga a censura, ma rappresenti invece il tentativo di mantenere uno spazio di espressione pubblica che sia sicuro e conforme alle norme di una società democratica.

    [L’immagine di copertina è stata realizzata da @franzrusso con un modello di IA generativa]

  • Commissione UE: X viola il DSA con le spunte blu

    Commissione UE: X viola il DSA con le spunte blu

    L’UE ha formalmente avvisato X, la società di Elon Musk, che il sistema di verifica della spunta blu viola il DSA. La società rischia una multa fino la 6% del fatturato globale annuale. Intanto il numero degli account abbonati è davvero esiguo, ma molto spinto dall’algoritmo.

    L’UE ha informato, in maniera formale, X, la società di Elon Musk, che il sistema di verifica in atto su X vìola il DSA (Digital Services Act). Il commissario europeo, Thierry Breton, con un post su X, ha precisato che le “spunte blu”, un tempo utili per indicare l’affidabilità delle informazioni condivise, siano sempre più “ingannevoli” per gli utenti.

    In aggiunta a questo, l’attuale sistema che permette di ottenere la spunta blu, aderendo ad una delle versioni Premium, rappresenta una violazione delle norme del DSA.

    A seguito dell’indagine portata avanti dalla Commissione UE, è emerso che X non sta rispettando gli obblighi di trasparenza in materia di pubblicità e di fornitura di dati pubblici ai ricercatori.

    Come sappiamo bene, una delle prime mosse che Musk ha portato avanti da nuovo proprietario di Twitter è stata quella di stravolgere il senso della spunta blu.

    La spunta blu indicava autorevolezza

    Come scritto da Breton, prima era utilizzata come modalità per rendere gli account di personalità pubbliche e rilevanti. Come personalità politiche, imprenditori, giornalisti, personaggi del mondo dello sport, delle arti e dello spettacolo. Autentici e quindi affidabili.

    Un sistema che, allo stesso tempo, rendeva autentico e genuino l’account di una personalità. Per dire, era una sorta di bollino di affidabilità. Questo era il messaggio che trasmetteva.

    x spunta blu violazione dsa commissione ue franz russo

    Abbiamo poi raccontato qui su InTime quali sono state le vicissitudini. E come è cambiato anche il sistema di assegnazione delle spunte blu nel tempo.

    Fatto sta che Musk, appena arrivato, ha cominciato ad instillare il pensiero che quel sistema fosse “corrotto” e non affidabile.

    La spunta blu e lo stravolgimento di X

    Da quel momento la spunta blu veniva assegnata attraverso l’abbonamento alla versione Premium. Senza presentare alcun documento di riconoscimento, cosa necessaria nel vecchio sistema. Quello che Musk aveva bollato come “corrotto”.

    Associare la spunta blu alla versione a pagamento voleva dire una sola cosa. Fare in modo che chiunque potesse abbonarsi e fare cassa.

    Tutto questo senza alcun tipo di controllo.

    Ricorderete il caso di Lilly, quando un account con spunta blu si spacciò per l’azienda americana sostenendo che l’insulina sarebbe diventata gratis per tutti producendo un danno enorme in termini finanziari.

    Il sistema quindi è cambiato, chiunque può ottenere la spunta blu con requisiti di accesso minimi. E i risultati sono questi che in tanti avevamo già notato ma che ora la Commissione UE mette in evidenza. In quanto questo sistema ha provocato un numero di account verificati, senza alcun controllo, che spesso diffondono disinformazione.

    UE: spunta blu ingannevole

    Nel suo richiamo formale, la Commissione rileva che il sistema attuale è ingannevole per gli utenti.

    Poiché chiunque può abbonarsi per ottenere tale status “verificato”, ciò incide negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono. Vi sono prove di attori malevoli motivati che abusano dell’ “account verificato” per ingannare gli utenti.

    Si tratta della prima volta che un’azienda viene richiamata formalmente per una violazione del DSA. E non è un caso che questa azienda sia proprio X.

    Solo meno di una settimana fa la stessa Commissione UE aveva già avvisato la piattaforma di Musk del rischio di una multa in seguito all’apertura dell’indagine sulla gestione dei contenuti dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

    Il rischio della multa fino al 6%

    Il rischio per X è quello di vedersi comminata una multa fino al 6% del fatturato globale annuo.

    Ovviamente X non è la sola ad essere stata messa sotto inchiesta dalla Commissione europea. Ci sono anche TikTok e Meta. Ma, come ricordato prima, è la prima volta che una società viene richiamata in maniera formale di fronte ad una violazione del DSA.

    A questo punto gli scenari prevedono che, nel caso in cui il parere della Commissione venisse confermato, X si uniformi con il pagamento della multa e l’adozione di misure di correzione del sistema di assegnazione della spunta blu.

    Una decisione di non conformità può anche far scattare un periodo di vigilanza rafforzato per garantire il rispetto delle misure che il fornitore intende adottare per porre rimedio alla violazione. La Commissione può inoltre imporre penalità di mora per costringere una piattaforma a conformarsi.

    Quante sono le spunte blu su X

    Immagino che a questo punto vi stiate chiedendo “ma quante saranno mai queste spunte blu su X?”. La domanda è lecita e pertinente.

    In pratica, per il fatto di essere diventata una società privata X non rilascia mai un dettaglio sul numero di utenti. Spesso su questo viene intavolata una narrazione, da Musk e dal suo entourage, che risulta abbastanza lontana dalla realtà.

    Ma ammettiamo che i risultati diffusi qualche giorno fa siano veritieri, e cioè che gli utenti registrati sono ad oggi 570 milioni, purtroppo non è dato sapere il dettaglio sugli utenti abbonati a Premium.

    Attenzione, con il sistema attuale per avere la spunta blu ci si deve abbonare almeno a Premium.

    Ebbene, qualcuno ha comunque provato a verificare che a fine anno scorso gli abbonati Premium erano 650 mila. Questo quando la piattaforma aveva 540 milioni di utenti.

    Ora, provando ad applicare l’incremento registrato per arrivare a 570 milioni attuali, si potrebbe ipotizzare che gli abbonati siano circa 690 mila. Vale a dire, lo 0,12% sul totale.

    Una percentuale bassissima. E lo sarebbe anche se questi dati avessero un coefficiente di errore molto ampio.

    Un sistema non sostenibile per X

    Un sistema che difficilmente può rendere sostenibile la piattaforma dopo che gli investitori, quelli grandi e importanti, hanno abbandonato la piattaforma.

    E allora, come si spiega che una percentuale così piccola risulta, in pratica, così rilevante.

    Semplice, l’algoritmo tende a spingere verso l’alto gli account Premium (non tutti!) e, di conseguenza, risulta facile intercettarli. Specie se questi account diffondono disinformazione che, nella maggior parte dei casi, si presentano come contenuti polarizzanti. E, per questo motivo, molto visibili.

    Al momento nè Musk e nè X ha risposto ufficialmente al richiamo della Commissione UE. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni.

    UPDATE – La risposta di Musk

    In realtà la risposta è arrivata quando l’articolo stava per essere pubblicato.

    E il proprietario dimostra che non l’ha presa bene e neanche di fronte ad una situazione come questa decide di mantenere un profilo collaborativo. Tutt’altro.

    In risposta a Margrethe Vestager scrive: “Il DSA è disinformazione”.

    Ma non è tutto. Citando lo stesso post della Vestager fa un’affermazione che avrà sicuramente un seguito.

    Musk infatti sostiene che la Commissione avrebbe proposto a X un accordo “segreto illegale”. In pratica, censurare i contenuti senza dirlo a nessuno per evitare la multa.

    “Le altre piattaforme hanno accettato l’accordo”, chiude Musk.

    La decisione della Commissione UE di richiamare formalmente X per violazione del DSA segna un punto di svolta importante nella regolamentazione delle piattaforme digitali.

    Il sistema di verifica di X, nato dalle modifiche introdotte da Elon Musk, si trova ora al centro di un dibattito che va oltre la semplice assegnazione di una spunta blu.

    Piattaforme digitali e regole, adesso tutto è cambiato

    Questa situazione solleva importanti questioni sulla trasparenza, l’affidabilità delle informazioni online e la responsabilità delle grandi piattaforme tecnologiche. Il caso di X potrebbe diventare un precedente cruciale per il futuro della moderazione dei contenuti e della verifica dell’identità sui social media.

    La palla ora passa a X: saprà adeguarsi alle richieste dell’UE mantenendo allo stesso tempo il suo modello di business? O assisteremo a un nuovo capitolo nella sempre più complessa relazione tra i giganti tech e i regolatori?

    Una cosa è certa. Il mondo dei social media sta cambiando, e con esso le regole del gioco.

  • Il passaggio a X.com è effettuato, addio a Twitter

    Il passaggio a X.com è effettuato, addio a Twitter

    Elon Musk completa la transizione di Twitter a X, ora su X.com. Si realizza così la sua visione originaria di X.com, con l’obiettivo di renderla una piattaforma in stile WeChat. È l’addio definitivo a Twitter.

    Dopo 10 mesi dal giorno in cui iniziò la fase di rebranding da Twitter a X, oggi la piattaforma di Elon Musk completa la transizione. Da oggi, infatti, il nome Twitter non verrà più visualizzato in alcun URL ancora rimanente.

    Tutti gli URL da Twitter.com adesso sono stati indirizzati a X.com. Si chiude definitivamente la storia di Twitter.

    Sebbene la fine di Twitter fosse già segnata dall’acquisizione di fine ottobre 2022, oggi viene definitivamente sancita con la scomparsa del nome “Twitter” dalla piattaforma.

    Il passaggio a X.com è effettuato, addio a Twitter

    Si compie il disegno di Musk con X.com

    Si compie il grande disegno X.com che Musk avrebbe voluto portare avanti prima che nascesse PayPal.

    X.com nasce nel 1999 come una società di servizi finanziari online e di pagamenti via email. L’obiettivo di Musk era quello di creare una piattaforma bancaria completa su internet. Già allora, Musk aveva una visione chiara: dare vita a un progetto legato a servizi finanziari, simile a quello che è oggi la piattaforma cinese WeChat.

    Dopo la fusione di X.com e Confinity, che in seguito divenne PayPal, Musk continuò a credere nel marchio X.com, anche se la società fu rinominata PayPal nel 2001.

    PayPal è stato acquisito da eBay nel 2002 per 1,5 miliardi di dollari in azioni.

    https://x.com/X/status/1791399086182031741

    Elon Musk e la sua idea di X.com

    La storia ci dice che allora Musk venne estromesso come CEO di X.com nel 2000, ma il concetto di X.com ha continuato a ricoprire una parte significativa della sua visione.

    Nel 2017, Musk ha riacquistato il dominio X.com da PayPal, citando il grande “valore sentimentale”. La mossa di acquistare il dominio dimostrava che Musk aveva un legame particolare con X.com, non solo aziendale, ma anche personale.

    A dimostrazione di questo attaccamento, quando si è posta la possibilità di cambiare nome a Twitter, Musk non ha esitato a imporre X. Perché quel disegno di allora doveva concretizzarsi. E Twitter è servito anche a questo.

    https://x.com/elonmusk/status/1791351500217754008

    Il redirect e qualche problema SEO

    Con il reindirizzamento temporaneo (302) degli URL su X.com si compie l’operazione di trasferimento. Anche se alcuni esperti SEO segnalano che si tratta di un passaggio ancora temporaneo, il successivo passaggio a un reindirizzamento permanente (301) potrebbe causare problemi nel posizionamento dei link. Google potrebbe infatti interrompere la visualizzazione di alcuni link, con un impatto negativo sul traffico verso X.

    Accedendo oggi su X, avrete notato questo banner che trovate qui in basso.

    passaggio da Twitter a X.com franz russo

    Si ricorda infatti che il passaggio a X.com non cambia nulla rispetto alla privacy e alla protezione dei dati che restano immutate.

    Non c’è molto altro da aggiungere. Si chiude definitivamente la storia di Twitter.

    Addio definitivo a Twitter

    X.com continuerà ancora a vivere di rendita, come si dice. Resta ancora un luogo dove gli utenti condividono notizie e informazioni. Ma quella attuale non è minimamente paragonabile alla versione con tanti problemi di Twitter.

    La percezione è che l’algoritmo è attualmente in linea con le idee del suo proprietario che si nasconde dietro il principio della libertà di parola. Ma che in effetti così non è.

    L’algoritmo tende a polarizzare e a evidenziare informazioni e notizie che spesso valicano i già deboli controlli sulla sicurezza dei contenuti. Con il risultato che la piattaforma veicola contenuti legati a disinformazione e malinformazione con estrema facilità.

    Demandare questo ruolo di controllo non è di fatto garanzia di efficacia e imparzialità. E questo è un dato di fatto.

    Ma l’idea di Musk è un’altra. È sempre quella di fare di X.com una sorta di WeChat. E lo farà.