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  • Instagram, nuova barra di navigazione a favore di Reels e contenuti

    Instagram, nuova barra di navigazione a favore di Reels e contenuti

    A partire dal mese di febbraio la barra di navigazione di Instagram subirà un nuovo aggiornamento. In risalto ci saranno i Reels e la creazione di nuovi contenuti, a scapito della sezione Shop. Si torna quindi alla pubblicità.

    A partire dal mese di febbraio, quindi entro poche settimane, la barra di navigazione di Instagram, quella che si vede in basso all’app, subirà una nuova rivoluzione. Coe si legge nell’aggiornamento della pagina Help Center, la nuova barra vedrà al centro il simbolo + con a destra l’icona dei Reels, attualmente occupata dall’icona dello Shop.

    Questo significa che Instagram vuole mettere sempre più in risalto i Reels, strategia che del resto non sorprende, e la creazione di contenuti, a scapito della sezione Shop. E pensare che solo a novembre del 2020 l’intenzione di Instagram era proprio orientata a sfruttare il momento della pandemia mettendo in evidenza la possibilità di poter acquistare direttamente dall’app.

    A partire da febbraio, stiamo modificando la navigazione di Instagram per rendere più semplice la condivisione e la connessione con i propri amici e interessi. La barra di navigazione nella parte inferiore dell’app avrà ora la scorciatoia per la creazione di contenuti al centro e Reels a destra“. Sono queste le parole che si leggono all’interno della nuova pagina dell’Help Center, in cui si legge anche che sarà possibile “creare e gestire il proprio negozio su Instagram, dal momento che continuiamo a investire in esperienze di acquisto che offrono grande valore agli utenti e alle aziende attraverso il feed, le storie, i reel, gli annunci e altro ancora“.

    nuova barra navigazione instagram

    Si tratta di una mossa strategica che mira a seguire una strategia che punta sui Reels, come dicevamo, ma che punta anche ad entrate sicure.

    Lo scorso mese di settembre Meta, attraverso uno nota interna ai dipendenti di Instagram, aveva messo in chiaro quale sarebbe stata la nuova strategia da perseguire. Strategia che, infatti, metteva da parte l’e-commerce puntando sulla pubblicità.

    Come detto, lo shopping non scompare, ma sicuramente avrà un ruolo più marginale rispetto a prima.

    Si tratta di un cambio di rotta che riflette, da certi punti di vista, il momento non florido di Meta che nella seconda parte del 2022 ha dovuto affrontare una pesante crisi di ricavi, con perdite legate, soprattutto, al massiccio investimento sul Metaverso che non ha prodotto i risultati sperati.

    Si torna quindi alla pubblicità, all’approdo sicuro. Solo che oggi l’advertising, alla luce di come gli utenti hanno modificato il proprio approccio, approdo tanto sicuro non lo è più.

  • Su Mastodon sono 2,5 milioni gli utenti attivi mensili

    Su Mastodon sono 2,5 milioni gli utenti attivi mensili

    Da quando Elon Musk ha preso possesso di Twitter altre piattaforme social media hanno conosciuto un momento di grande crescita, come Mastodon. Ad oggi gli utenti attivi mensili sulla piattaforma decentralizzata sono 2,5 milioni.

    Mastodon è sempre più popolare e usato. L’impennata di utenti si è registrata da quando Elon Musk ha preso possesso di Twitter, quindi tra la fine di ottobre e il mese di novembre.

    Spesso presentato come alternativa a Twitter, Mastodon ha ufficializzato alcuni numeri che dimostrano quanto questo successo sia ormai evidente e concreto. In un post sul sito ufficiale di Mastodon, Eugen Rochko, CEO, fondatore e sviluppatore principale di Mastodon, ha dichiarato che la piattaforma decentralizzata ha registrato un balzo nel numero di utenti dai 300 mila di ottobre ai 2,6 milioni di utenti attivi mensili del mese di novembre.

    Numeri che dimostrano quale sia stata la reazione di alcuni utenti al passaggio di Twitter nelle mani del fondatore della Tesla. La risposta è evidente.

    Il post di Rochko, in cui dichiara questi numeri, era in realtà nato in risposta ai divieti, imposti da Elon Musk e poi revocati, di condividere su Twitter link che riportano a Mastodon come anche ad altre piattaforma social media, com Facebook, Instagram, Tumblr e altre. Ma anche in risposta alla sospensione dei giornalisti, poi reintegrati.

    mastodon utenti 2022

    “Questo ci ricorda che le piattaforme centralizzate possono imporre limiti arbitrari e ingiusti su ciò che si può o non si può dire, tenendo in ostaggio il proprio social graph”, ha scritto Rochko. “Noi di Mastodon crediamo che non ci debba essere un intermediario tra voi e il vostro pubblico e che, soprattutto, i giornalisti e le istituzioni governative non debbano affidarsi ad una piattaforma privata per raggiungere il proprio pubblico”.

    Rochko pone un tema serio, argomento che mai come adesso si trova ad essere al centro del dibattito sui social media, quando ormai volgiamo verso la fine di questo anno ancora difficile, sulla scia dei precedenti.

    Mastodon è la piattaforma che più di altre raccoglie l’opportunità del momento, con il conseguente aumento di utenti attivi. Ma non è la sola piattaforma. Anche Tumblr ha ripreso vigore in questo periodo, facendo registrare un aumento di utilizzo della piattaforma del 96% negli Usa e del 77% in tutto il mondo.

    Solo qualche giorno fa l’attore Mark Ruffalo invitava i suoi follower a seguirlo su Tumblr. “Man mano che Twitter diventa più imprevedibile e dannoso per i gruppi emarginati, sto esplorando altre strade per connetterci”.

    Ma, come ricordato anche in altre occasioni, la situazione di Twitter, e non solo, pone le piattaforme social media a ripensare il proprio modello, ripensare e ricercare una nuova identità. Abbiamo già detto che forse ci troviamo di fronte ad un bivio stretto, superato il quale, qualsiasi direzione si decida di percorrere, i social media, per come li abbiamo conosciuti sin dall’inizio, rischiano di cambiare per sempre.

    Vedremo se il 2023 sarà l’anno in cui manterrà la sua tendenza in crescita e come cambieranno i social media. Noi saremo qui a raccontarvelo.

  • No, Instagram Notes non è l′alternativa a Twitter

    No, Instagram Notes non è l′alternativa a Twitter

    Qualcuno aveva sperato che Instagram, o meglio Meta, potesse presentare una proposta come alternativa a Twitter. In realtà, una delle novità di questi giorni, Notes non è un’alternativa. Per il momento.

    In una fase in cui tutti sono alla ricerca di una alternativa a Twitter, non sono pochi quelli che avevano scommesso su Instagram. Del resto, Instagram, anzi meglio Meta, ha i mezzi per poter tentare di introdursi nel campo di Twitter, ma, a questo punto, quelli che vedevano una possibilità in una delle funzionalità che stiamo per vedere insieme resteranno delusi.

    Instagram, come saprete, ha presentato delle nuove funzionalità e modalità di coinvolgimento e, forse, tra le più interessanti vi è quella che viene chiamata Notes, che in italiano potrebbe essere denominata, appunto, Note. Interessante per due motivi.

    Il primo perché su questa funzionalità molti vedevano, come dicevamo prima, la possibilità di offrire una alternativa a Twitter. Questa interpretazione è poi risultata un po’ forzata, ma è una forzatura che si comprende, visto il momento molto particolare che sta vivendo Twitter nelle mani di Elon Musk.

    Instagram Notes alternativa Twitter

    Il secondo motivo è che Note introduce una nuova modalità di coinvolgimento sulla piattaforma. E si tratta di una modalità che mette al centro il solo testo, con l’aggiunta di emoji. Infatti, con questa funzionalità è consentito scrivere testi non più di 60 caratteri, senza aggiungere immagini. Ed è strano per una app che sull’immagine ha fondato la sua esistenza. Strano, ma interessante.

    La modalità apparirà in alto nella sezione dei messaggi privati e si potranno inviare queste note ai propri follower o alla cerchia degli “Amici più stretti“. Le persone riceveranno la nota, visibile per 24 ore, e l’eventuale risposta verrà visualizzata come messaggio privato.

    In molti hanno visto in questo come qualcosa di simile a Twitter, perché Instagram ha presentato la modalità come un modo per spingere le persone a condividere ciò che fanno nel momento stesso che scrivono. La similitudine con Twitter nasce dal fatto che anche la piattaforma da 280 caratteri chiede, nel momento in cui ci si accinge a comporre un tweet, “Che c’è di nuovo?“.

    Altra similitudine è data dalla esiguità dei caratteri a disposizione per la composizione del messaggio: 60 caratteri per le Note su Instagram e 280 per Twitter (anche se Elon Musk ha già confermato l’intenzione di elevare il limite a 4 mila caratteri).

    Qualche giorno fa era stato il New York Times a “forzare” la cosa, sostenendo che Meta si apprestava a dare la sua risposta alla ricerca di alternative a Twitter, pensando di giocarsi la carta e presentare Instagram Notes come app autonoma a parte oppure pensando di dare vita ad un altro feed interno.

    Al momento, Notes resta integrato all’interno della sezione dei messaggi per come lo abbiamo presentato. E non sono esclusi possibili sviluppi, visto anche l’andazzo delle cose su Twitter.

    Altre novità lanciate da Instagram si riferiscono a Candid Stories, una funzionalità da molti già definita un clone di BeReal. Del resto, Instagram ha sempre ripreso qualcosa da qualcuno, in alcuni casi riscuotendo anche successo come accaduto con le Stories. In questo caso, si tratta di una modalità di stories basata su una notifica a pubblicare, giornaliera, come accade su BeReal e che sarà visibile solo agli utenti che usano appunto questa modalità. Al momento saranno disponibile a breve in Sud Africa e poi, via via, in tutti gli altri paesi.

    Altra novità sono i “profili di gruppo“, tutti i contenuti condivisi con questa modalità saranno condivisi con i membri del gruppo invece che i follower e saranno pubblicati solo sul Profilo del gruppo, non sul profilo del singolo account. Al momento sono in fase di test in Canada, Cile e Taiwan.

    Interessante sono anche le “Raccolte collaborative“, un modo per raccogliere contenuti interessanti da condividere con i vostri amici. La modalità permetterà di salvare i contenuti all’interno dei gruppi oppure dare vita a conversazioni individuali nei DM.

    Le note di Instagram non sono al momento l’alternativa a Twitter, lo abbiamo già ricordato. Ma molto dipenderà da come reagiranno gli utenti. Se riuscisse nell’intento di coinvolgere e provare a creare un nuovo modo di coinvolgere, allora gli scenari potrebbero cambiare.

    Nel frattempo, possiamo solo vedere cosa sta combinando Elon Musk con Twitter.

  • Su WhatsApp arrivano anche gli avatar, la porta verso il Metaverso

    Su WhatsApp arrivano anche gli avatar, la porta verso il Metaverso

    Su WhatsApp arrivano gli avatar, un passaggio quasi obbligato per l’app di Meta. Ma si tratta di qualcosa di più per l’app di messagistica, è la porta verso il metaverso.

    Come era del tutto prevedibile, su WhatsApp stanno per arrivare gli avatar, ossia la possibilità di trasformare in avatar la propria immagine e impostarla come foto profilo oppure inviarla nei messaggi. Prevedibile perché la stessa modalità è già attiva all’interno delle altre app di casa Meta, come Facebook e Instagram.

    Se ne parla ormai da circa un paio di mesi, ma oggi WhatsApp ne ha dato conferma anche sul suo blog ufficiale. La funzione sarà disponibile dai prossimi giorni nelle versioni aggiornate dell’app per iOS (la 22.23.77) e Android (la 2.22.24.73).

    La funzionalità è comunque in beta, attiva già per alcuni utenti; quindi, si tratterà di attendere ancora qualche giorno per essere disponibile per tutti gli utenti.

    Lo stile adottato ricorda molto quello di Bitmoji, già usato su Snapchat, ma, come molti di voi già sanno, gli avatar sono comunque disponibili su dispositivi Apple, attraverso Memoji, e sui dispositivi Samsung con l’app AR Emoji.

    whatsapp avatar metaverso franzrusso.it

    Inviare un avatar è un modo veloce e divertente per condividere stati d’animo con amici e familiari” – si legge su blog di WhatsApp. “Può essere anche un modo per mostrarsi agli altri senza usare foto reali e avere maggiore privacy. Per molte persone sarà la prima esperienza con la creazione di un avatar e noi continueremo a offrire miglioramenti di stile, tra cui luci, ombreggiature, texture per capelli e altro ancora che nel tempo renderanno gli avatar sempre più realistici“.

    Come detto prima, si potranno realizzare degli avatar, sotto forma di stickers, da inviare anche nei messaggi. Se ne potranno realizzare fino a 36 con espressioni diverse.

    Ma questa di WhatsApp in realtà non è da vedersi come un semplice allineamento aziendale, in realtà questo rappresenta molto di più. Proprio trattandosi di Meta, per WhatsApp si tratta della possibilità di fornire ai propri utenti un accesso diretto al metaverso. Anche se, va detto, questa nuova modalità realtà super aumentata in 3D non è ancora in grado di raccogliere grande interesse da parte del pubblico.

    Al momento si registrano grandi investimenti, come quelli di Meta, ma ancora poco coinvolgimento da parte degli utenti.

    Quindi, si tratta di un passaggio che va ben oltre la possibilità di fornire nuove modalità di conversazione e coinvolgimento.

  • Ecco cosa perderebbe il Giornalismo se Twitter sparisse

    Ecco cosa perderebbe il Giornalismo se Twitter sparisse

    Se Twitter dovesse davvero sparire, cosa molto improbabile (ma tutto è possibile), ecco cosa perderebbe il Giornalismo, e non solo.

    Dalle ultime notizie, sembra che il Big Bang di Twitter stia arrivando. Il Washington Post ha ormai stabilito che Musk sta letteralmente aprendo le porte dell’Inferno. Il riferimento, quasi dantesco, è all’iniziativa del nuovo proprietario di riabilitare quegli account che erano stati sospesi per spam.

    Platformer parla di 62 mila account con più di 10 mila follower e c’è un account, altri dicono più di uno, con oltre 5 milioni di follower. Una situazione che potrebbe in effetti mettere in difficoltà i già pochi dipendenti rimasti all’interno della società.

    E nonostante tutto, Elon Musk continua la sua narrazione che questo sia il momento di uso più alto di Twitter nella storia. Con un engagement crescente e con oltre 2 milioni di nuovi account al giorno. Senza fornire fonti reali.

    Numeri che in parte si spiegano con le iniziative di Musk di riabilitare account sospesi a vario titolo, iniziative che continuano a far storcere il naso a molti utenti della piattaforma.

    Una doverosa premessa questa, perché il nostro focus in realtà è un altro.

    twitter giornalismo

    Posto che davvero Twitter non rischia di sparire, almeno per il momento e sempre che davvero Elon Musk non intenda inimicarsi Apple, e poi Google, ci siamo chiesti, e siamo sicuri di non essere i soli, cosa succederebbe al giornalismo se davvero Twitter non ci fosse più.

    Come abbiamo tante volte detto (e lo ripetiamo ogni venerdì alle 18:30 su Twitter Spaces) è difficile che Twitter possa essere replicato, nonostante le tante alternative che stanno emergendo, giustamente in questo periodo.

    Ed è per questo che è giusto chiedersi cosa mancherebbe al giornalismo se Twitter sparisse davvero.

    Nieman Lab, il progetto di Harvard per il giornalismo, ha provato a mettere in fila alcuni elementi a cui ci siamo ispirati.

    Intanto, verrebbe a mancare il flusso di notizie in tempo reale. E quando si dice “tempo reale” lo si intende nel senso letterale del termine. Quasi sempre Twitter è il luogo in cui la notizia viene condivisa e prende sempre più forma con il passare dei minuti. Da ormai oltre 10 anni, Twitter è la piattaforma delle notizie in tempo reale. Basti pensare a come i giornalisti, i blogger e influencer stanno raccontando, e spiegando, su Twitter il modo in cui Elon Musk usa la piattaforma per comunicare le due idee e decisioni, con screenshot in evidenza. Ma di esempi se ne potrebbero fare all’infinito.

    Se Twitter sparisse verrebbe a mancare il ruolo in cui reperire, in maniera rapida, fonti e ricerche. Questa piattaforma viene usata er condividere risultati di analisi e ricerche, dati preziosi per i giornalisti e tutti coloro che si occupano di informare in maniera precisa fornendo dati concreti. La piattaforma, come sappiamo, offre l’accesso a fonti accademiche nella modalità che altre piattaforme non saprebbero garantire.

    Sebbene qualche settimana fa avevamo messo in guardia rispetto all’uso dei DM, in relazione alla condivisione di dati sensibili per il fatto che la modalità non è ancora dotata di crittografia E2E (end-to-end) anche se forse lo sarà presto, i messaggi privati su Twitter sono una modalità di contatto diretto formidabile.

    Quando si vuole contattare qualche personaggio per approfondire un tema specifico, la modalità dei DM diventa quasi più veloce dell’invio di una e-mail. Poi meglio non condividere lì il numero di telefono. Ma certo diventa una modalità molto rapida.

    Altra caratteristica interessante di Twitter, che rischieremmo di non avere più, è la capacità di offrire una visione più o meno completa, e più o meno aggiornata, della persona che si sta cercando. Potremmo dire che Twitter rappresenta una vera directory, una cartella dove ci sono tutti i link delle persone che cerchiamo. Quasi meglio di LinkedIn (e su questo tanti storceranno il naso).

    E poi, se Twitter dovesse sparire si perderebbe, come in parte dicevamo prima, quel racconto in tempo reale, quella modalità di condivisione, di racconto, appunto in real time, che è difficile avere, e realizzare, su altre piattaforme. Si tratta di una modalità preziosa per i giornalisti come per i blogger e per tutti coloro che vogliono informare. Raccontare attraverso dei tweet cosa sta accadendo in quel momento, in quel dato luogo mentre tutti quelli potenzialmente interessati non possono esserci. Quel racconto, supportato da un hashtag per dare vita ad un flusso di informazioni dedicate, con immagini e/o video, rende unica quella modalità.

    Ecco, pensate ad una conferenza stampa del governo, al racconto di un grande evento sportivo, al racconto di un grande evento culturale o, semplicemente, al racconto in tempo reale di qualcosa che sta accadendo in quel momento assolutamente imprevisto.

    Pensate anche agli eventi dedicati ai social media, a quanti momenti di conoscenze e competenze condivisi con le persone che vi seguono e che attraverso quella condivisione hanno imparato qualcosa in più.

    Se Twitter dovesse sparire, sparirebbe anche tutto questo. Per i giornalisti e non solo.

  • Elon Musk comincia a dare forma alla sua idea di Twitter

    Elon Musk comincia a dare forma alla sua idea di Twitter

    Da ieri ha cominciato a prendere forma l’idea che Elon Musk ha di Twitter, una piattaforma aperta a tutti con moderazione alleggerita lasciando voce anche agli utenti. Intanto sono altri 1.200 i dipendenti che hanno lasciato l’azienda.

    Sin da quando abbiamo iniziato a seguire tutta la vicenda Elon Musk e Twitter, da aprile di quest’anno ormai, ci siamo sempre chiesti quale fosse la sua idea di Twitter. Ebbene, dopo l’acquisizione chiusa il 27 ottobre, il fondatore della Tesla sta cominciando a plasmare Twitter come la intende lui. E, per la verità, non c’è nulla di nuovo o di cui meravigliarsi.

    Elon Musk non ha mai dettagliato come intendesse lui Twitter, nascondendosi sempre dietro all’intento generico di farne “una piazza libera per tutti”. Un intento che ha portato con sè sempre la stessa domanda, ma perché Twitter non era aperto a tutti?

    In realtà, la sua idea di “aperta a tutti” trova spiegazione nel suo tweet di ieri sera, ora italiana. Quel tweet potrebbe essere l’inizio della spiegazione di ciò che vuole fare. In buona sostanza, un programma su ciò che diventerà Twitter, forse, a breve.

    elon musk idea twitter

    Nel tweet Elon Musk scrive: “La nuova policy di Twitter prevede la ‘libertà di parola’, ma non la libertà di accesso. I tweet negativi/di odio saranno al massimo depotenziati e demonetizzati, quindi niente pubblicità o altre entrate per Twitter. Non troverete il tweet a meno che non lo cerchiate specificamente, il che non è diverso dal resto di Internet“.

    A questo tweet è seguito poi quello in cui Musk ha annunciato il reintegro sulla piattaforma di Kathie Griffin, Jorden Peterson e Babylon Bee. Giusto per spiegare chi sono questi personaggi che forse non tutti conoscono, bisogna dire che due dei tre due dei tre account sono stati bannati a causa di tweet in cui si parlava in maniera sbagliata di persone trans.

    Peterson è stato bannato a luglio per un tweet in cui parlava dell’attore trans Elliot Page, sollevando un caso di “deadnaming”, motivo per cui l’account venne sospeso. Nel tweet era infatti scritto “Vi ricordate quando l’orgoglio era un peccato? A Ellen Page è stato rimosso il seno da un medico criminale“. The Babylon Bee è stato bannato, nel marzo scorso, per un tweet simile in cui si parlava male di Rachel Levine, una donna trans che attualmente ricopre la carica di assistente segretario alla Sanità degli Stati Uniti. In particolare, The Babylon Bee era uno degli organi di informazione citati nei messaggi di Musks, resi noti nell’ambito del processo in cui era stato citato da Twitter. Quello scaturito dal suo intento di provare ad abbandonare l’accordo di acquisizione iniziale.

    Il terzo account, quello della comica Kathy Griffin, era stato bannato una decina di giorni fa nell’ambito della campagna di Musk contro le imitazioni. In un tweet Kathy Griffin aveva impersonato Musk sulle elezioni di metà mandato a seguito del quale, Musk aveva detto che la Griffin sarebbe stata riammessa sulla piattaforma se avesse pagato gli 8 dollari per Twitter Blue.

    Ricordiamo che adesso Twitter Blue è sospeso e che dovrebbe essere riattivato dal prossimo 29 novembre.

    Ora, a seguito dei due tweet, la veloce considerazione che si può fare è che questi reintegri sono la rappresentazione quasi plastica di quello che sarà Twitter prossimamente. E cioè un luogo dove ognuno potrà scrivere quello che vuole, dove le operazioni di monitoraggio e moderazione saranno di molto alleggerite e, sempre seguendo l’intento del nuovo proprietario, nelle decisioni una voce l’avranno anche gli utenti.

    Per rendere ancora più chiaro questo intento, l’occasione ce la offre proprio Musk.

    Qualche ora dopo la pubblicazione del tweet in cui ha annunciato i reintegri di cui molto si è discusso, ha avviato un sondaggio pubblico su Twitter chiedendo agli utenti se sono d’accordo o meno a reintegrare l’account di Donald Trump, sospeso da Twitter, e non solo, a seguito degli eventi di Capitol Hill di inizio 2021.

    Al momento i votanti sono più di 8,4 milioni di voti e i Sì sono il 52,7% (in calo) e i No sono il 47,4%. In pratica, Musk sta dimostrando che cosa significa dare voce agli utenti, cosa che verrà certamente più dettagliata e strutturata, provando a far passare questo sondaggio su un personaggio molto discusso, al centro adesso di una indagine negli Usa, come una decisione degli utenti. Da questo sondaggio, qualunque sia l’esito, potrà dire che la decisione è stata presa da chi usa Twitter.

    Vedremo come andrà.

    Ma tutto questo arriva al termine di un’altra giornata molto pesante per Twitter perché l’esodo dei dipendenti continua.

    Negli ultimi giorni, da giovedì, sono state orma più di 1.200 persone che hanno deciso di abbandonare Twitter invece che continuare a lavorare per Musk dopo il suo ultimatum con cui aveva chiesto una modalità hardcore per costruire quello che Musk definisce “Twitter 2.0”.

    Tenendo conto che la prima ondata di licenziamenti aveva ridotto il personale dai 7.500 iniziali ai 3.700, sottraendone altri 1.200, le persone che adesso lavorano in Twitter sono 2.500. Quasi il 70% in meno, senza considerare tutti i contratti annullati ai vari collaboratori esterni.

    Ci si chiede se questo possa apportare dei disagi sulla piattaforma, venendo a mancare figure centrali per la gestione tecnica della piattaforma. E di disagi ce ne sono segnalati da ieri più del solito, anche con una serie di down della piattaforma, una situazione molto rara. In alcuni casi, delle funzionalità ieri funzionavano a singhiozzi e alcuni tweet non venivano visualizzati correttamente.

    A questo proposito, vi invitiamo ad ascoltare lo spazio di ieri, ancora una volta su questo tema.

     

  • Ecco la Generazione Twitch, autentica e inclusiva

    Ecco la Generazione Twitch, autentica e inclusiva

    Twitch oggi conta 140 milioni di utenti attivi a livello globale ed è sicuramente una piattaforma che piace molto ai giovani. Ecco uno studio che delinea le caratteristiche della Generazione Twitch, autentica e inclusiva.

    Twitch è la piattaforma di streaming tra le più conosciute al mondo e, sicuramente, tra le più usate dagli utenti più giovani. La piattaforma nasce nel giugno del 2011 dalle ceneri di Justin.tv, creata nel 2007 da Justin Kan ed Emmett Shear, per poi diventare proprietà di Amazon nel 2014 (operazione chiusa a 970 milioni di dollari). Anche Google aveva messo l’occhio, all’epoca, sulla piattaforma eletta per l’e-gaming, ma poi si tirò indietro per paura di attirare problemi concorrenziali, essendo già proprietaria di YouTube.

    Questi brevi cenni storici per dire che oggi Twitch è una realtà ben consolidata, nel corso del tempo ha esteso il suo raggio di azione, diventando una piattaforma di live streaming a tutto tondo, riscontrando un notevole successo, appunto, tra gli utenti più giovani.

    E se è vero, come è vero, che l’utenza ideale della piattaforma sia, appunto, quella più giovane, è vero anche che Twitch non fa mistero del desiderio di attirarli verso la sua piattaforma. Stiamo parlando, per essere più chiari, di quei giovani che appartengono alla Generazione Z, di cui tanto si parla, e della Generazione Alpha, quelli che ad oggi rappresentano 2,5 miliardi di persone sugli 8 miliardi appena raggiunti. Stiamo parlando di quelli che entro il 2030 realizzeranno, complessivamente e a livello globale, guadagni per 33 triliardi di dollari, vale a dire quasi un terzo del reddito mondiale.

    Twitch generazione Z franzrusso.it

    Ed essendo Twitch una piattaforma informale, dove i rapporti interpersonali e i talenti di ognuno vengono incoraggiati e incentivati, allora ci sono tutte le condizioni perché questa attrazione avvenga.

    Ma come accade su tutte le piattaforme social media, quindi dove si condividono contenuti, essere rilevanti è importanti. E Twitch, per comprendere meglio quali siano le caratteristiche per diventarlo, ha condotto uno studio globale “Leading Cultural Change” – “Leader del cambiamento culturale”, mettendo insieme elementi di analisi semiotica, questionari e focus group virtuali, da cui ha estratto una serie di dati molto interessanti che possono tornare utili ai brand, al fine costruire una relazione solida con il nuovo pubblico emergente.

    Dall’analisi semiotica, è emerso in particolare come per i brand sia prioritario imparare a parlare la lingua dei giovani adulti che popolano gli spazi digitali. Il linguaggio della Generazione Twitch è fortemente influenzato dalla tecnologia e, da questo punto di vista, il contesto assume tanta importanza quanta ne ha il simbolo. Se i simboli sono sempre gli stessi, è il contesto a caricarli di nuovi significati.

    Twitch generazione Z autentico

    Dallo studio di Twitch sono stati dunque rilevati 5 comportamenti che descrivono in modo più preciso il modo di comunicare delle generazioni emergenti. Si tratta di 5 elementi che caratterizzano un approccio diverso alle piattaforme social media e agli strumenti digitali in generale.

    • Dall’artificialità all’Autenticità – il pubblico emergente di oggi sta prendendo sempre più la distanza da ciò che è percepito come perfetto, e quindi irraggiungibile, preferendo quelle esperienze intime, anche imperfette, che però risultino immediatamente autentiche e oneste. Su Twitch gli streamer comunicano con il proprio pubblico in modo aperto e gli utenti apprezzano in particolare che ciò che viene trasmesso sia reale, non costruito.
    • Dalla rigidità alla Fluidità – grazie alla tecnologia, per la Generazione Twitch le distinzioni tra mondo virtuale e mondo reale si stanno facendo sempre meno fisse: ora al pubblico è offerta un’interattività senza interruzione, che porta a esperienze fluide, nuove e uniche, in cui reale e virtuale si compenetrano sempre più.
    • Dall’esclusività all’Inclusività – i giovani adulti stanno crescendo in un mondo sempre più inclusivo, in cui chiunque è benvenuto, anche e soprattutto quando si tratta di cultura, intrattenimento, apprendimento. Le esperienze esclusive non hanno più lo stesso fascino che potevano avere in passato, ma anzi: le community online stanno diventando progressivamente più accoglienti, più diversificate al loro interno e così anche quella di Twitch, davvero aperta a tutti.

    Generazione Twitch franzrusso.it

    • Dalla passività alla Collaborazione – gli utenti di Twitch sono concordi nel riconoscere che il punto di forza del servizio sia la vastissima possibilità di interagire tra streamer e spettatori. Il pubblico di oggi sa che l’intrattenimento può essere molto altro, rispetto alla fruizione passiva di contenuti: l’innovazione tecnologica consente come mai prima d’ora di prendere parte a esperienze condivise e i giovani si aspettano di poter partecipare in prima persona, anche nel mondo digitale.
    • Dal disimpegno alla Propositività – la generazione emergente è stata in grado di portare all’attenzione dell’opinione pubblica diverse questioni ambientali e sociali e crede nella possibilità di un cambiamento positivo. È un tema a loro particolarmente caro, che i giovani si aspettano di vedere rispecchiato anche nei valori espressi dai brand e negli spazi online che frequentano, come la community di Twitch, che ritengono essere solidale e propositiva, incline al cambiamento.

    Autenticità, Fluidità, Inclusività e Collaborazione. Sono queste le parole chiavi che emergono dallo studio e che caratterizzano la modalità di comunicazione tipica di queste generazioni.

    Da Leading Cultural Change emerge come Twitch sia uno spazio accogliente non solo per le persone, ma anche per i brand. I dati raccolti indicano come per la maggior parte dei fruitori del servizio qualunque azienda possa fare pubblicità sul servizio: a patto di adattare il proprio linguaggio a quello della community presente, gli utenti credono che Twitch sia lo spazio ideale per sperimentare con nuovi linguaggi pubblicitari.

    La Gen Z e la Gen Alpha sono cresciute con gli smartphone e internet, che hanno inevitabilmente informato il modo in cui comunicano: creativo, dirompente, e i meme costituiscono una parte importante della loro cultura e del loro umorismo. Comprendere le regole sottostanti i flussi di comunicazione, e inserirsi dentro di questi, è la chiave per essere rilevanti“, afferma Nicoletta Besio, Sales Director per l’Italia.

    Ecco, ci sembrava interessante segnalarvi questo interessante studio (il link è più sopra) perché Twitch è una di quelle piattaforme più in crescita con, ormai 140 milioni di utenti attivi al mese. Erano 55 milioni nel 2015.

    E voi la state già usando?

  • Twitter e le alternative, oltre Mastodon

    Twitter e le alternative, oltre Mastodon

    Da giorni si parla di alternative a Twitter verso cui emigrare. Tutti puntano su Mastodon, ma ce ne sono altre. Anche se, alla fine, Twitter resta una piattaforma non replicabile.

    Da giorni non si fa altro che parlare di alternative a Twitter, pensando che tutto possa precipitare da un momento all’altro. certo, la situazione è complicata, ma non è da ultima spiaggia. Ancora no.

    Ma è dal 27 ottobre, giorno in cui è stato ufficializzato l’accordo di acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, che si parla di “fuggi, fuggi” dalla piattaforma fondata da Jack Dorsey insieme Biz Stone e Evan Williams (che a sua volta ha fondato Medium). Anche se va detto che al lancio prese parte anche Noah Glass, colui che diede vita al nome Twitter che inizialmente era “Twttr“.

    Ed è da giorni che si parla di Mastodon come unica alternativa a Twitter che sta ricevendo tutti quelli che stanno abbandonando la piattaforma che adesso è in mano a Elon Musk.

    twitter mastodon alternative

    Va detto che questa idea di “fuggi fuggi” in realtà non è proprio nei numeri, molto ridimensionati rispetto a quanto si è dato credere. Anche se, in rapporto alla realtà “decentralizzata”, sono numeri considerevoli. Spesso in questi giorni i server Mastodon sono andati in crash per il troppo traffico da gestire.

    L’idea adesso è quella di fare un po’ un quadro più chiaro sulle alternative.

    Va detto, ad onor di cronaca, che nei giorni scorsi il popolare attore Ryan Reynolds ha deciso di passare a Tumblr, creando un piccolo caso.

    Tumblr è la piattaforma nata nel 2007, come piattaforma di microblogging, che nel 2011, nel pieno della sua forza, venne acquisita da Yahoo!, un progetto mai decollato del tutto. Nel 2019 Verizon (che a sua volta aveva acquisito Yahoo!) la cede ad Automattic, la piattaforma proprietaria di WordPress, la piattaforma per il blogging più usata al mondo. E sono in tanti a credere che Tumblr possa ritornare a splendere come un tempo.

    Mastodon

    Ovviamente partiamo da Mastodon, la piattaforma decentralizzata, di cui già ci siamo occupati in passato, e che sta attirando l’attenzione di tutti, ponendosi come alternativa a Twitter. Ma, nella realtà delle cose, non lo è. Sono in molti a credere che passando a Mastodon ci si ritrovi più o meno con le stesse dinamiche di Twitter, solo che, ripetiamo, non è così.

    Il primo impatto non è facile e nemmeno intuitivo. Essendo decentralizzata, per sua natura, non riprodurrà mai le stesse dinamiche di Twitter.

    I numeri dicono che negli ultimi giorni, a livello globale, la piattaforma ha visto aumentare di 1 milione i suoi utenti (in Italia sono stati 5 mila), gli utenti attivi sono quindi 1,6 milioni. Vedremo se questa tendenza sarà mantenuta nei prossimi giorni.

    Bluesky

    Bluesky è il progetto che l’allora CEO di Twitter, Jack Dorsey, annunciava nel 2019 come il futuro della piattaforma da 280 caratteri. Un futuro libero e decentralizzato, sulla stregua di Mastodon, appunto. Il progetto per la verità è andato avanti e lo stesso Dorsey ha tirato dentro Elon Musk. Adesso c’è molta attesa.

    Il progetto di Jack Dorsey è ormai sulla rampa di lancio, ad oggi sono oltre 30 mila gli utenti in lista di attesa, e molti sperano che da qui possa nascere la vera alternativa a Twitter. Lo stesso Dorsey scrive che il progetto non è competitivo con Twitter. Vedremo.

    Counter Social

    Tra le alternative a Twitter va considerata anche Counter Social che sulla home recita: ““Niente troll. Nessun abuso. Nessuna pubblicità. Nessuna notizia falsa. Nessuna operazione di influenza straniera”.

    La piattaforma si presenta come la prima piattaforma social media ad “assumere una posizione di tolleranza zero nei confronti di nazioni ostili, account bot, troll e reti di disinformazione”. Inoltre, Counter Social promette di non estrarre o vendere alcun dato utente. Su Google la ricerca di Counter Social è aumentata negli ultimi giorni del 160%.

    Tribel

    Tribel da molti è indicata come la vera alternativa a Twitter, ma a Twitter versione Elon Musk per il fatto che la piattaforma, in via preventiva ha già bandito il nome del fondatore della Tesla. “A differenza del Twitter di Musk, non mettiamo le entrate pubblicitarie al di sopra della decenza e della verità” – affermava qualche giorno fa un portavoce di Tribel – ha dichiarato questa settimana un rappresentante del sito – “I fomentatori di razzismo e propaganda pro-Putin non sono i benvenuti su Tribel, la nostra alternativa a Twitter a favore della democrazia”.

    La piattaforma nasce in contrapposizione alle piattaforme con simpatie a destra, come Truth di Trump o Parler di Kaye West. Si è discusso molto di Tribel qualche giorno fa quando Elon Musk pubblicò un tweet, poi cancellato, facendo sembrare che fosse di sua proprietà, o almeno in parte.

    https://twitter.com/TribelSocial/status/1590066851979333632

    Sebbene ci sia stato qualcuno che abbia sostenuto che dietro la piattaforma ci siano proprietari cinesi, nella realtà Tribel è di proprietà di un gruppo di attivisti politici democratici guidato da Omar Rivero e Rafael Rivero, due attivisti filo-democratici proprietari del sito di Occupy Democrats.

    Tribel si presenta con un layout semplice, gli utenti possono rivolgersi a segmenti di pubblico specifici con post al fine, ovviamente, di massimizzare il loro coinvolgimento e personalizzare il proprio feed. Per quelli che ci tengono a distinguersi, vi è l’opportunità di diventare un “collaboratore stellare”, star contributor.

    Cohost

    Cohost, che si presenta con un layout tra Tumblr e Twitter, è la piattaforma più recente, lanciata a febbraio di quest’anno. Promette che non vi è tracciamento dei dati o algoritmi pubblicitari. Attualmente è disponibile solo su desktop.

    C’è da porre particolare attenzione perché non si tratta di una piattaforma gratuita, per ora. Sul sito si legge: “puoi inviarci qualche dollaro al mese per tenere le luci accese”.

    La filosofia di Cohost sta in queste parole, riprese sempre dal sito della piattaforma: “I moderni social media sono progettati attorno a un circolo vizioso di feedback che mantiene gli utenti coinvolti a scapito della loro salute mentale, tutto per far guadagnare più soldi ai loro dirigenti”. Parole chiare che spiegano meglio quale sia lo scopo della piattaforma.

    I post (chiamati ‘coposts’ o ‘Chosts’) appaiono cronologicamente, senza limiti di caratteri e gli utenti possono creare le proprie pagine in stile Tumblr o collaborare alle pagine con altri, dandogli più un aspetto da blog che Twitter.

    Queste le piattaforme che abbiamo ritenuto essere più interessanti e che, nelle loro intenzioni, cercano di avviare gli utenti ad un modo diverso di vivere i social media.

    Certo è che parliamo di alternative che in qualche modo riprendono alcune dinamiche ma non le riproducono nello stesso modo di Twitter, che resta al momento una piattaforma non replicabile.

    Alla base di tutto, bisogna capire bene che cosa si vuole da una piattaforma e quale sia il proprio scopo. Una volta trovata una risposta, allora val la pena di provare per capire quale sia quella che fa al caso nostro.

    Tra tutte, forse, merita l’attesa, e la scoperta, Bluesky, il progetto di Jack Dorsey.

  • Le aziende tech e social media alle prese con i licenziamenti

    Le aziende tech e social media alle prese con i licenziamenti

    Le aziende tech e social media stanno affrontando un momento di crisi già annunciato. I licenziamenti di Meta di questa settimana sono solo una parte di quelli già in atto o che arriveranno, purtroppo.

    Venti di crisi soffiano sulle aziende tech e social media e le cronache di questi giorni ne sono la conferma. La notizia dei licenziamenti che Facebook, della famiglia Meta, starebbe per mettere in atto già in questa settimana, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, mette al centro, ancora una volta, la grande crisi che si sta abbattendo sulle grandi aziende tech e social media.

    E dopo una settimana di notizie che hanno riguardato Twitter e i licenziamenti che hanno riguardato il 50% dei dipendenti (circa 3.800 persone) della società adesso in mano a Elon Musk (salvo poi richiamarne a decine), si ripiomba nello stesso problema con le notizie riportate dal Wall Street Journal.

    Secondo le informazioni raccolte dal quotidiano finanziario, Facebook già questa settimana farà partire un piano di licenziamenti ingente, il più grande da quando esiste la stessa Facebook, ossia 18 anni. Le notizie dicono che funzionari dell’azienda hanno già informato i dipendenti di cancellare viaggi non essenziali, a partire già da questa settimana.

    tech social media licenziamenti franzrusso.it

    Sebbene non si parla delle percentuali viste in Twitter, il WSJ comunque riporta che si è di fronte ad un piano di licenziamenti che coinvolge un numero di persone che potrebbe essere il più grande finora raggiunto da una grande azienda tecnologica, in un anno che ha visto un ridimensionamento del settore tecnologico.

    A luglio di quest’anno avevamo trattato il tema di una possibile recessione economica che non avrebbe risparmiato le aziende tech e social media. E questo perché, purtroppo i segnali era abbastanza chiari. Questa situazione difficile che si sta palesando in realtà arriva proprio da quei segnali che erano stato avvertiti già in primavera e poi diventati sempre più concreti durante l’estate.

    Alla fine di settembre di quest’anno Meta dichiarava 87.314 dipendenti, con un aumento del 28% rispetto allo scorso anno. Ora, non è chiaro quanti saranno interessati da questo nuovo ingente piano di licenziamenti.

    Risuonano in queste giornate le parole che proprio Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, aveva pronunciato alla fine di giugno durante una riunione aziendale a Menlo Park: “Realisticamente, in azienda ci sono probabilmente un mucchio di persone che non dovrebbero essere qui“. Probabile che già allora sapesse che si sarebbe arrivati, a distanza di poco, a mettere in atto un programma come quello che si appresta ad iniziare.

    tech social media licenziamenti meta

    Le motivazioni sono tante, la congiuntura economica e sociale che stiamo attraversando in generale a livello globale e anche una crescita troppo accelerata negli ultimi anni che adesso deve fare i conti con la realtà. Da rilevare anche che il titolo Meta quest’anno ha perso il 70% del suo valore. Nelle scorse settimane il titolo è sceso sotto i 100 dollari, cosa che non succedeva dal 2016.

    Pesano poi gli scarsi risultati che riguardano Metaverso con investimenti di oltre 15 miliardi di dollari.

    [Update 9 novembre 2022]

    Come previsto, Mark Zuckerberg mercoledì 9 novembre, con una mail inviata ai dipendenti ha comunicato il licenziamento di 11 mila dipendenti, circa il 13% della forza lavoro di Meta. Tutto questo rischia di frenare il lavoro del Reality Labs, su cui Meta ha investito 15 miliardi di dollari, che lavora anche a sviluppare il progetto Metaverso.

    Mark Zuckerberg’s Message to Meta Employees

    Per non parlare della grande concorrenza che arriva da altre piattaforme come TikTok. Ha pesato anche la richiesta di Apple agli utenti di acconsentire al tracciamento dei loro dispositivi che ha limitato la capacità delle piattaforme social media di indirizzare gli annunci pubblicitari. Ricordiamo il grande braccio di ferro, su questo punto, tra Facebook e Apple.

    Ma, come dicevamo all’inizio, Twitter e Facebook non sono le sole piattaforme social media e aziende tech che stanno misurandosi con ingenti piani di licenziamenti. Purtroppo, la lista è lunga e si stima che, dall’inizio dell’anno, siano già più di 44 mila i lavoratori della Silicon Valley che hanno perso il lavoro. E altri, purtroppo, ne arriveranno.

    TikTok

    Anche TikTok è alle prese con i licenziamenti. Lo scorso mese Wired ha citato cinque fonti che affermavano che TikTok aveva iniziato a licenziare una quantità non specificata di lavoratori nel suo ufficio negli Stati Uniti. Secondo quanto riportato, anche ai lavoratori delle divisioni UE e Regno Unito dell’azienda è stato detto di prepararsi, in vista di azioni simili. Intanto, TikTok avrebbe sospeso i piani precedenti per espandere alcuni team, come parte di una presunta e più ampia ristrutturazione.

    Netflix

    Anche la società di video streaming, co-fondata da Reed Hastings, lo scorso mese di maggio il taglio di 150 dipendenti o l’1,3% della sua forza lavoro. Ma da quel momento le cose andate peggio. Infatti, circa un mese dopo i licenziamenti iniziali, la società ha annunciato un’altra serie di tagli, questa volta con un impatto su 300 dipendenti, ovvero il 4% della forza lavoro totale dell’azienda. Come sappiamo, di recente Netflix ha cominciato ad adottare forme di abbonamento che contengono pubblicità, un modo per risollevare la situazione economica difficile e per recuperare circa 200 mila abbonati.

    Shopify

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    Shopify alla fine di luglio, attraverso il CEO di Shopify Tobi Lütke, ha annunciato che l’azienda avrebbe licenziato il 10% della sua forza lavoro, circa 1.000 dipendenti, dopo un periodo di crescita esplosiva registrata durante la pandemia.

    Shopify ha beneficiato della grande espansione del fenomeno e-commerce, negli ultimi due anni, e, come molte aziende, ha intrapreso una corsa alle assunzioni, aspettandosi che quel livello di e-commerce rimanesse costante. Le cose, purtroppo, sono andate diversamente.

    Robinhood

    Rcorderete certamente Robinhood, l’app della “finanza democratizzata”, che lo scorso anno ha lottato per riprendersi dalla sua disastrosa IPO, che secondo Bloomberg è stato tra i peggiori debutti tra le aziende delle sue dimensioni. Ora, nel 2022, i dipendenti dell’azienda, che i dirigenti chiamano ‘Robinhooders’, sono in grande difficoltà.

    Alla fine di aprile, il CEO e fondatore Vlad Tenev ha annunciato che la società avrebbe tagliato circa il 9% della sua forza lavoro dopo un periodo definito di “iper-crescita“, tra il 2020 e il 2021. Ma poi quell’annuncio non era che l’inizio. Nella prima settimana di agosto, Tenev ha annunciato un licenziamento più ampio che ha colpito il 23% della forza lavoro.

    Lyft

    Anche Lyft purtroppo è in difficoltà. Il principale competitor di Uber, dopo un primo piano di licenziamenti previsti a luglio di quest’anno, qualche giorno ha annunciato il licenziamento di quasi 700 dipendenti, ovvero circa il 13% dell’intera forza lavoro aziendale.

    Soundcloud

    SoundCloud è una delle piattaforme del panorama musica in streaming che non è riuscita ad evitare i licenziamenti. Nei giorni scorsi, secondo Billboard, il CEO Michael Weissman ha inviato un’e-mail ai dipendenti avvertendo dell’avvio di un piano di licenziamenti che dovrebbe coinvolgere il 20% dell’azienda.

    Snap

    Come già ricordato in altre occasioni, Evan Spiegl, fondatore di Snap, la società che gestisce la piattaforma social media Snapchat, tra i primi a maggio scorso aveva preannunciato che le difficoltà, per l’azienda e non solo, stavano per arrivare. Dopo mesi di lotte finanziarie pubbliche, Snap si è finalmente fatto avanti con una bomba. Ad agosto Snap ha annunciato il piano di riduzione della forza lavoro della società di circa il 20%, più di 1.000 dipendenti. L’azienda ha subito una rapida espansione, quasi raddoppiando da marzo 2020, salvo poi rivedere i propri programmi e propendere per una più profonda ristrutturazione.

    Microsoft

    Anche Microsoft è costretta ad affrontare il tema dei licenziamenti. Circa un mese fa, secondo quanto riportato da Axios, la società ha avanzato un piano per licenziare poco meno di 1.000 dipendenti distribuiti in più divisioni della sua attività e in varie regioni.

    E i licenziamenti di Microsoft, per tutto il settore, sono stati una sorta di shock. Per mesi aziende in difficoltà, come Facebook o Snap, come abbiamo visto, hanno cercato di preparare il terreno, prefigurando, in un certo senso, quanto sarebbe poi accaduto da lì in avanti. Invece Microsoft non ha offerto alcun segnale in questo senso e, anzi, sulla carta sembrava essere l’azienda meno coinvolta da questo punto di vista.

    Intel

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    Intel, il colosso tecnologico di Santa Clara, sta procedendo ad un corposo taglio di posti di lavoro aziendali al fine di risparmiare ben 3 miliardi di dollari di costi per il prossimo anno. Si tratta di un’azione in risposta al calo della domanda di chip dell’azienda, il risultato del mercato dei PC in forte contrazione.

    I licenziamenti colpiranno in modo particolare i team delle vendite e del marketing, secondo quanto riportato da Bloomberg a metà del mese scorso, colpendo circa il 20% del personale. A luglio Intel dichiarava oltre 113 mila dipendenti.

    Flipboard

    Il CEO di Flipboard, Mike McCue, ha confermato i licenziamenti, notizia anticipata da Axios a metà del mese scorso. Si tratta di 24 lavoratori che è pari al 21% della forza lavoro di Flipboard. Ristrutturazione aziendale e prospettivi difficili per il proprio business, queste le motivazioni alla base di questa scelta.

    Flipboard è stata lanciata 12 anni fa con la visione di diventare “l’unico posto dove trovare le storie per la tua giornata”. Dal 2010 molto è cambiato però. Ormai gli aggregatori supportati dalle Big Tech, come Google e Apple News, dominano praticamente lo spazio e questo costituisce una seria minaccia per i servizi più piccoli, come appunto Flipboard.

    In realtà la lisa potrebbe continuare, ma queste che abbiamo indicato sono casistiche esaustive a rendere chiaro che i problemi ci sono e che vedremo piani di licenziamenti estendersi ancora per qualche mese.

    Staremo a vedere se si tratta del fenomeno simile degli inizi 2000 quando scoppiò la bolla delle dot-com. Vedremo.

  • Elon Musk ha comprato Twitter, ora inizia un′altra storia

    Elon Musk ha comprato Twitter, ora inizia un′altra storia

    Alla fine, dopo mesi travagliati, Elon Musk ha comprato Twitter per 44 miliardi di dollari. “Twitter non può diventare un inferno per tutti” ha scritto agli investitori. Di certo, per Twitter inizia un’altra storia, dal destino incerto.

    L’uccellino è libero“. Con queste poche parole, Elon Musk ha confermato che l’acquisizione di Twitter è completata, con un giorno di anticipo. In effetti, c’era tempo fino alle ore 17, orario di New York, del 28 ottobre 2022 per concludere l’affare, ma, evidentemente, i giochi erano ormai fatti e Musk, d’altronde, non aveva altra scelta.

    Sin dall’inizio di questa vicenda, andata avanti per mesi, abbiamo seguito con estrema attenzione tutte le fasi, per cercare di comprendere quale fosse il vero motivo per cui, ad un certo punto, uno degli uomini più ricchi del pianeta, decidesse di investire su una piattaforma come Twitter. Quello che poteva sembrare una grande occasione, in effetti si è dimostrata quasi una grande iattura.

    Elon Musk dunque arriva a completare l’acquisizione di Twitter e per la piattaforma nata a 140 caratteri inizia un’altra storia, piena di incognite e di incertezze.

    Per restare sulla cronaca di queste ore, il primo atto di Musk è stato quello di licenziare i primi executive dell’azienda co-fondata dall’ex CEO Jack Dorsey. E parliamo del CEO Parag Agrawal, insediatosi solo a novembre dello scorso anno, del direttore finanziario Ned Segal e di Vijaya Gadde, responsabile delle politiche legali, della fiducia e della sicurezza, la persona che ha lavorato molto in questi ultimi tre anni per approntare una policy su Twitter in modo da garantire regole certe.

    Elon Musk compra Twitter 2022

    Ci sono stati momenti concitati, ovviamente, anche solo per il fatto che la vicenda, come vi abbiamo raccontato, non è stata condotta come avrebbe dovuta essere, caratterizzata da diversi momenti di tensione, che hanno alimentato un ambiente molto irrequieto. I manager e un consulente sono stati scortati fuori, come ha scritto il Washington Post.

    La situazione che si prospetta da oggi in poi non è molto tranquilla e non lo è certamente per gli oltre 7.500 dipendenti che lavorano all’interno dell’azienda. Nei giorni scorsi si è parlato di un taglio del 75% della forza lavoro dell’azienda, destando molti dubbi su quello che sarà il futuro della piattaforma anche solo dal punto di vista della moderazione. Un taglio pesante che è stato messo in discussione, anche se su questo Musk non si è mai pronunciato chiaramente.

    Quello che si sà è che i tagli ci saranno, forse in misura molto ridotta rispetto a quanto si pensa, ma a questo si aggiunge il taglio di quasi 1 miliardo di dollari per la gestione del personale. Gioco forza, ci saranno comunque delle conseguenze.

    E proprio ieri, giovedì 27 ottobre 2022, Musk in una lettera, pubblicata anche in un suo tweet, indirizzata agli investitori pubblicitari, ha cercato di rassicurarli sostenendo che questo passaggio per lui non è un modo per fare soldi, ma semplicemente per rendete “Twitter una piazza aperta a tutti”. Parole che abbiamo già sentito, soprattutto all’inizio di questa lunga vicenda.

    Nella lettera Musk aggiunge che “Twitter non può diventare un inferno libero per tutti“, senza spiegare come intende portare a compimento questo intento.

    Di certo, Musk ha dimostrato in più occasioni di essere particolarmente funambolico, poco affidabile, ma pur sempre allergico alle regole e alla suo osservazione. Si dice spesso che sia un carattere spesso presente nelle persone geniali, poco avvezze a seguire certi canoni e molto più propensi verso il loro istinto. Ma questo aspetto geniale può essere valido, per certi versi, quando riguarda la persona singola e non quando questo aspetto finisce per essere in relazione con altri e averne addirittura la responsabilità. Sono due cose diverse e non possono stare insieme.

    Questo denota come sarà il nuovo corso di Twitter: funambolico.

    Diciamo anche, come accennato all’inizio, per chi non avesse seguito tutti i passaggi di questa “saga”, come l’hanno definita i media americani, che Elon Musk non aveva scelta.

    In sintesi, quando a luglio scorso manifestò l’intento di uscire dall’accordo di acquisizione, per il fatto che lui ritenesse le informazioni fornite da Twitter sulla presenza di spam/bot assolutamente lontane dalla realtà, Twitter un secondo dopo lo ha citato in giudizio per fare in modo che l’accordo si completasse.

    Ricordiamo che, naturalmente, l’accordo avrebbe dovuto compiersi comunque entro ottobre di quest’anno.

    Ora, in questi ultimi mesi ha cercato di percorre la via legale con i suoi avvocati, salvo poi rendersi conto che i debiti contratti con le banche erano alti e le stesse cominciavano a stancarsi del suo atteggiamento; che gli stessi amici coinvolti, come Larry Ellison (che ha sborsato 1 miliardo di dollari) non avevano nessuna intenzione di abbandonare l’affare; che gli stessi azionisti gli avrebbero fatto causa per avere i loro soldi a 54,2 dollari per azione posseduta; che avrebbe comunque dovuto pagare una pensale da 1 miliardi di dollari e che, soprattutto, il Tribunale del Delaware lo avrebbe costretto a completare l’acquisizione.

    Di fatto, non aveva scelta a completare l’acquisizione di un’azienda verso cui, si dice, avrebbe perso interesse, ammettendo, qualche giorno fa, di essere consapevole di pagarla ad un prezzo ben più alto di quello che vale effettivamente. Il prezzo finale, ricordiamolo ancora una volta, è di 44 miliardi di dollari. Alcuni analisti finanziari sostengono che il valore effettivo dell’azienda oggi sarebbe di circa un quarto di quella cifra.

    Insomma, da oggi per Twitter inizia un’altra storia con la rimozione del titolo da Wall Street diventando di fatto un’azienda privata. Un vecchio pallino di Jack Dorsey che aveva inizialmente approvato l’interesse di Elon Musk proprio su questo punto.

    Non conosceremo più le informazioni di base in via ufficiale, come il numero effettivo degli utenti, ad esempio, che resterà condiviso solo con gli inserzionisti pubblicitari. Non conosceremo più diverse informazioni sulla crescita della piattaforma, anche dal punto di vista del business.

    Il futuro di Twitter resta incerto e già una parte dei repubblicani chiedono a Musk di sbloccare subito l’account Twitter di Donald Trump, bloccato da Twitter per via dei fatti di Capitol Hill. “L’uccellino è libero, adesso libera il GOAT“, scrive in risposta la repubblicana Lauren Boebert, menzionando Donald Trump e dove GOAT, ma questo lo sapete già, sta per “Great Of All Times”, il più grande di tutti i tempi.

    Di recente è tornato anche Kanye West, che adesso si fa chiamare Ye, accolto a bracci aperte da Musk.

    Ecco, questo è il tono che prenderà il nuovo corso di Twitter, si partirà da qui.

    Di certo Twitter non sparirà, ma forse finirà per far parte di un ecosistema con al centro Tesla, denominato X app, e vedremo se sarà davvero così.

    Noi continueremo ad usarlo e chi vi scrive deve molto a questa piattaforma. Mi ha dato tanto, mi ha permesso di fare tanto, regalandomi come primo follower addirittura Barack Obama.

    Seguiremo le vicende a seguire e ve le racconteremo sempre qui, ma intanto da oggi per Twitter inizia un’altra storia.

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