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  • Ecco la Generazione Twitch, autentica e inclusiva

    Ecco la Generazione Twitch, autentica e inclusiva

    Twitch oggi conta 140 milioni di utenti attivi a livello globale ed è sicuramente una piattaforma che piace molto ai giovani. Ecco uno studio che delinea le caratteristiche della Generazione Twitch, autentica e inclusiva.

    Twitch è la piattaforma di streaming tra le più conosciute al mondo e, sicuramente, tra le più usate dagli utenti più giovani. La piattaforma nasce nel giugno del 2011 dalle ceneri di Justin.tv, creata nel 2007 da Justin Kan ed Emmett Shear, per poi diventare proprietà di Amazon nel 2014 (operazione chiusa a 970 milioni di dollari). Anche Google aveva messo l’occhio, all’epoca, sulla piattaforma eletta per l’e-gaming, ma poi si tirò indietro per paura di attirare problemi concorrenziali, essendo già proprietaria di YouTube.

    Questi brevi cenni storici per dire che oggi Twitch è una realtà ben consolidata, nel corso del tempo ha esteso il suo raggio di azione, diventando una piattaforma di live streaming a tutto tondo, riscontrando un notevole successo, appunto, tra gli utenti più giovani.

    E se è vero, come è vero, che l’utenza ideale della piattaforma sia, appunto, quella più giovane, è vero anche che Twitch non fa mistero del desiderio di attirarli verso la sua piattaforma. Stiamo parlando, per essere più chiari, di quei giovani che appartengono alla Generazione Z, di cui tanto si parla, e della Generazione Alpha, quelli che ad oggi rappresentano 2,5 miliardi di persone sugli 8 miliardi appena raggiunti. Stiamo parlando di quelli che entro il 2030 realizzeranno, complessivamente e a livello globale, guadagni per 33 triliardi di dollari, vale a dire quasi un terzo del reddito mondiale.

    Twitch generazione Z franzrusso.it

    Ed essendo Twitch una piattaforma informale, dove i rapporti interpersonali e i talenti di ognuno vengono incoraggiati e incentivati, allora ci sono tutte le condizioni perché questa attrazione avvenga.

    Ma come accade su tutte le piattaforme social media, quindi dove si condividono contenuti, essere rilevanti è importanti. E Twitch, per comprendere meglio quali siano le caratteristiche per diventarlo, ha condotto uno studio globale “Leading Cultural Change” – “Leader del cambiamento culturale”, mettendo insieme elementi di analisi semiotica, questionari e focus group virtuali, da cui ha estratto una serie di dati molto interessanti che possono tornare utili ai brand, al fine costruire una relazione solida con il nuovo pubblico emergente.

    Dall’analisi semiotica, è emerso in particolare come per i brand sia prioritario imparare a parlare la lingua dei giovani adulti che popolano gli spazi digitali. Il linguaggio della Generazione Twitch è fortemente influenzato dalla tecnologia e, da questo punto di vista, il contesto assume tanta importanza quanta ne ha il simbolo. Se i simboli sono sempre gli stessi, è il contesto a caricarli di nuovi significati.

    Twitch generazione Z autentico

    Dallo studio di Twitch sono stati dunque rilevati 5 comportamenti che descrivono in modo più preciso il modo di comunicare delle generazioni emergenti. Si tratta di 5 elementi che caratterizzano un approccio diverso alle piattaforme social media e agli strumenti digitali in generale.

    • Dall’artificialità all’Autenticità – il pubblico emergente di oggi sta prendendo sempre più la distanza da ciò che è percepito come perfetto, e quindi irraggiungibile, preferendo quelle esperienze intime, anche imperfette, che però risultino immediatamente autentiche e oneste. Su Twitch gli streamer comunicano con il proprio pubblico in modo aperto e gli utenti apprezzano in particolare che ciò che viene trasmesso sia reale, non costruito.
    • Dalla rigidità alla Fluidità – grazie alla tecnologia, per la Generazione Twitch le distinzioni tra mondo virtuale e mondo reale si stanno facendo sempre meno fisse: ora al pubblico è offerta un’interattività senza interruzione, che porta a esperienze fluide, nuove e uniche, in cui reale e virtuale si compenetrano sempre più.
    • Dall’esclusività all’Inclusività – i giovani adulti stanno crescendo in un mondo sempre più inclusivo, in cui chiunque è benvenuto, anche e soprattutto quando si tratta di cultura, intrattenimento, apprendimento. Le esperienze esclusive non hanno più lo stesso fascino che potevano avere in passato, ma anzi: le community online stanno diventando progressivamente più accoglienti, più diversificate al loro interno e così anche quella di Twitch, davvero aperta a tutti.

    Generazione Twitch franzrusso.it

    • Dalla passività alla Collaborazione – gli utenti di Twitch sono concordi nel riconoscere che il punto di forza del servizio sia la vastissima possibilità di interagire tra streamer e spettatori. Il pubblico di oggi sa che l’intrattenimento può essere molto altro, rispetto alla fruizione passiva di contenuti: l’innovazione tecnologica consente come mai prima d’ora di prendere parte a esperienze condivise e i giovani si aspettano di poter partecipare in prima persona, anche nel mondo digitale.
    • Dal disimpegno alla Propositività – la generazione emergente è stata in grado di portare all’attenzione dell’opinione pubblica diverse questioni ambientali e sociali e crede nella possibilità di un cambiamento positivo. È un tema a loro particolarmente caro, che i giovani si aspettano di vedere rispecchiato anche nei valori espressi dai brand e negli spazi online che frequentano, come la community di Twitch, che ritengono essere solidale e propositiva, incline al cambiamento.

    Autenticità, Fluidità, Inclusività e Collaborazione. Sono queste le parole chiavi che emergono dallo studio e che caratterizzano la modalità di comunicazione tipica di queste generazioni.

    Da Leading Cultural Change emerge come Twitch sia uno spazio accogliente non solo per le persone, ma anche per i brand. I dati raccolti indicano come per la maggior parte dei fruitori del servizio qualunque azienda possa fare pubblicità sul servizio: a patto di adattare il proprio linguaggio a quello della community presente, gli utenti credono che Twitch sia lo spazio ideale per sperimentare con nuovi linguaggi pubblicitari.

    La Gen Z e la Gen Alpha sono cresciute con gli smartphone e internet, che hanno inevitabilmente informato il modo in cui comunicano: creativo, dirompente, e i meme costituiscono una parte importante della loro cultura e del loro umorismo. Comprendere le regole sottostanti i flussi di comunicazione, e inserirsi dentro di questi, è la chiave per essere rilevanti“, afferma Nicoletta Besio, Sales Director per l’Italia.

    Ecco, ci sembrava interessante segnalarvi questo interessante studio (il link è più sopra) perché Twitch è una di quelle piattaforme più in crescita con, ormai 140 milioni di utenti attivi al mese. Erano 55 milioni nel 2015.

    E voi la state già usando?

  • Twitter e le alternative, oltre Mastodon

    Twitter e le alternative, oltre Mastodon

    Da giorni si parla di alternative a Twitter verso cui emigrare. Tutti puntano su Mastodon, ma ce ne sono altre. Anche se, alla fine, Twitter resta una piattaforma non replicabile.

    Da giorni non si fa altro che parlare di alternative a Twitter, pensando che tutto possa precipitare da un momento all’altro. certo, la situazione è complicata, ma non è da ultima spiaggia. Ancora no.

    Ma è dal 27 ottobre, giorno in cui è stato ufficializzato l’accordo di acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, che si parla di “fuggi, fuggi” dalla piattaforma fondata da Jack Dorsey insieme Biz Stone e Evan Williams (che a sua volta ha fondato Medium). Anche se va detto che al lancio prese parte anche Noah Glass, colui che diede vita al nome Twitter che inizialmente era “Twttr“.

    Ed è da giorni che si parla di Mastodon come unica alternativa a Twitter che sta ricevendo tutti quelli che stanno abbandonando la piattaforma che adesso è in mano a Elon Musk.

    twitter mastodon alternative

    Va detto che questa idea di “fuggi fuggi” in realtà non è proprio nei numeri, molto ridimensionati rispetto a quanto si è dato credere. Anche se, in rapporto alla realtà “decentralizzata”, sono numeri considerevoli. Spesso in questi giorni i server Mastodon sono andati in crash per il troppo traffico da gestire.

    L’idea adesso è quella di fare un po’ un quadro più chiaro sulle alternative.

    Va detto, ad onor di cronaca, che nei giorni scorsi il popolare attore Ryan Reynolds ha deciso di passare a Tumblr, creando un piccolo caso.

    Tumblr è la piattaforma nata nel 2007, come piattaforma di microblogging, che nel 2011, nel pieno della sua forza, venne acquisita da Yahoo!, un progetto mai decollato del tutto. Nel 2019 Verizon (che a sua volta aveva acquisito Yahoo!) la cede ad Automattic, la piattaforma proprietaria di WordPress, la piattaforma per il blogging più usata al mondo. E sono in tanti a credere che Tumblr possa ritornare a splendere come un tempo.

    Mastodon

    Ovviamente partiamo da Mastodon, la piattaforma decentralizzata, di cui già ci siamo occupati in passato, e che sta attirando l’attenzione di tutti, ponendosi come alternativa a Twitter. Ma, nella realtà delle cose, non lo è. Sono in molti a credere che passando a Mastodon ci si ritrovi più o meno con le stesse dinamiche di Twitter, solo che, ripetiamo, non è così.

    Il primo impatto non è facile e nemmeno intuitivo. Essendo decentralizzata, per sua natura, non riprodurrà mai le stesse dinamiche di Twitter.

    I numeri dicono che negli ultimi giorni, a livello globale, la piattaforma ha visto aumentare di 1 milione i suoi utenti (in Italia sono stati 5 mila), gli utenti attivi sono quindi 1,6 milioni. Vedremo se questa tendenza sarà mantenuta nei prossimi giorni.

    Bluesky

    Bluesky è il progetto che l’allora CEO di Twitter, Jack Dorsey, annunciava nel 2019 come il futuro della piattaforma da 280 caratteri. Un futuro libero e decentralizzato, sulla stregua di Mastodon, appunto. Il progetto per la verità è andato avanti e lo stesso Dorsey ha tirato dentro Elon Musk. Adesso c’è molta attesa.

    Il progetto di Jack Dorsey è ormai sulla rampa di lancio, ad oggi sono oltre 30 mila gli utenti in lista di attesa, e molti sperano che da qui possa nascere la vera alternativa a Twitter. Lo stesso Dorsey scrive che il progetto non è competitivo con Twitter. Vedremo.

    Counter Social

    Tra le alternative a Twitter va considerata anche Counter Social che sulla home recita: ““Niente troll. Nessun abuso. Nessuna pubblicità. Nessuna notizia falsa. Nessuna operazione di influenza straniera”.

    La piattaforma si presenta come la prima piattaforma social media ad “assumere una posizione di tolleranza zero nei confronti di nazioni ostili, account bot, troll e reti di disinformazione”. Inoltre, Counter Social promette di non estrarre o vendere alcun dato utente. Su Google la ricerca di Counter Social è aumentata negli ultimi giorni del 160%.

    Tribel

    Tribel da molti è indicata come la vera alternativa a Twitter, ma a Twitter versione Elon Musk per il fatto che la piattaforma, in via preventiva ha già bandito il nome del fondatore della Tesla. “A differenza del Twitter di Musk, non mettiamo le entrate pubblicitarie al di sopra della decenza e della verità” – affermava qualche giorno fa un portavoce di Tribel – ha dichiarato questa settimana un rappresentante del sito – “I fomentatori di razzismo e propaganda pro-Putin non sono i benvenuti su Tribel, la nostra alternativa a Twitter a favore della democrazia”.

    La piattaforma nasce in contrapposizione alle piattaforme con simpatie a destra, come Truth di Trump o Parler di Kaye West. Si è discusso molto di Tribel qualche giorno fa quando Elon Musk pubblicò un tweet, poi cancellato, facendo sembrare che fosse di sua proprietà, o almeno in parte.

    https://twitter.com/TribelSocial/status/1590066851979333632

    Sebbene ci sia stato qualcuno che abbia sostenuto che dietro la piattaforma ci siano proprietari cinesi, nella realtà Tribel è di proprietà di un gruppo di attivisti politici democratici guidato da Omar Rivero e Rafael Rivero, due attivisti filo-democratici proprietari del sito di Occupy Democrats.

    Tribel si presenta con un layout semplice, gli utenti possono rivolgersi a segmenti di pubblico specifici con post al fine, ovviamente, di massimizzare il loro coinvolgimento e personalizzare il proprio feed. Per quelli che ci tengono a distinguersi, vi è l’opportunità di diventare un “collaboratore stellare”, star contributor.

    Cohost

    Cohost, che si presenta con un layout tra Tumblr e Twitter, è la piattaforma più recente, lanciata a febbraio di quest’anno. Promette che non vi è tracciamento dei dati o algoritmi pubblicitari. Attualmente è disponibile solo su desktop.

    C’è da porre particolare attenzione perché non si tratta di una piattaforma gratuita, per ora. Sul sito si legge: “puoi inviarci qualche dollaro al mese per tenere le luci accese”.

    La filosofia di Cohost sta in queste parole, riprese sempre dal sito della piattaforma: “I moderni social media sono progettati attorno a un circolo vizioso di feedback che mantiene gli utenti coinvolti a scapito della loro salute mentale, tutto per far guadagnare più soldi ai loro dirigenti”. Parole chiare che spiegano meglio quale sia lo scopo della piattaforma.

    I post (chiamati ‘coposts’ o ‘Chosts’) appaiono cronologicamente, senza limiti di caratteri e gli utenti possono creare le proprie pagine in stile Tumblr o collaborare alle pagine con altri, dandogli più un aspetto da blog che Twitter.

    Queste le piattaforme che abbiamo ritenuto essere più interessanti e che, nelle loro intenzioni, cercano di avviare gli utenti ad un modo diverso di vivere i social media.

    Certo è che parliamo di alternative che in qualche modo riprendono alcune dinamiche ma non le riproducono nello stesso modo di Twitter, che resta al momento una piattaforma non replicabile.

    Alla base di tutto, bisogna capire bene che cosa si vuole da una piattaforma e quale sia il proprio scopo. Una volta trovata una risposta, allora val la pena di provare per capire quale sia quella che fa al caso nostro.

    Tra tutte, forse, merita l’attesa, e la scoperta, Bluesky, il progetto di Jack Dorsey.

  • Le aziende tech e social media alle prese con i licenziamenti

    Le aziende tech e social media alle prese con i licenziamenti

    Le aziende tech e social media stanno affrontando un momento di crisi già annunciato. I licenziamenti di Meta di questa settimana sono solo una parte di quelli già in atto o che arriveranno, purtroppo.

    Venti di crisi soffiano sulle aziende tech e social media e le cronache di questi giorni ne sono la conferma. La notizia dei licenziamenti che Facebook, della famiglia Meta, starebbe per mettere in atto già in questa settimana, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, mette al centro, ancora una volta, la grande crisi che si sta abbattendo sulle grandi aziende tech e social media.

    E dopo una settimana di notizie che hanno riguardato Twitter e i licenziamenti che hanno riguardato il 50% dei dipendenti (circa 3.800 persone) della società adesso in mano a Elon Musk (salvo poi richiamarne a decine), si ripiomba nello stesso problema con le notizie riportate dal Wall Street Journal.

    Secondo le informazioni raccolte dal quotidiano finanziario, Facebook già questa settimana farà partire un piano di licenziamenti ingente, il più grande da quando esiste la stessa Facebook, ossia 18 anni. Le notizie dicono che funzionari dell’azienda hanno già informato i dipendenti di cancellare viaggi non essenziali, a partire già da questa settimana.

    tech social media licenziamenti franzrusso.it

    Sebbene non si parla delle percentuali viste in Twitter, il WSJ comunque riporta che si è di fronte ad un piano di licenziamenti che coinvolge un numero di persone che potrebbe essere il più grande finora raggiunto da una grande azienda tecnologica, in un anno che ha visto un ridimensionamento del settore tecnologico.

    A luglio di quest’anno avevamo trattato il tema di una possibile recessione economica che non avrebbe risparmiato le aziende tech e social media. E questo perché, purtroppo i segnali era abbastanza chiari. Questa situazione difficile che si sta palesando in realtà arriva proprio da quei segnali che erano stato avvertiti già in primavera e poi diventati sempre più concreti durante l’estate.

    Alla fine di settembre di quest’anno Meta dichiarava 87.314 dipendenti, con un aumento del 28% rispetto allo scorso anno. Ora, non è chiaro quanti saranno interessati da questo nuovo ingente piano di licenziamenti.

    Risuonano in queste giornate le parole che proprio Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, aveva pronunciato alla fine di giugno durante una riunione aziendale a Menlo Park: “Realisticamente, in azienda ci sono probabilmente un mucchio di persone che non dovrebbero essere qui“. Probabile che già allora sapesse che si sarebbe arrivati, a distanza di poco, a mettere in atto un programma come quello che si appresta ad iniziare.

    tech social media licenziamenti meta

    Le motivazioni sono tante, la congiuntura economica e sociale che stiamo attraversando in generale a livello globale e anche una crescita troppo accelerata negli ultimi anni che adesso deve fare i conti con la realtà. Da rilevare anche che il titolo Meta quest’anno ha perso il 70% del suo valore. Nelle scorse settimane il titolo è sceso sotto i 100 dollari, cosa che non succedeva dal 2016.

    Pesano poi gli scarsi risultati che riguardano Metaverso con investimenti di oltre 15 miliardi di dollari.

    [Update 9 novembre 2022]

    Come previsto, Mark Zuckerberg mercoledì 9 novembre, con una mail inviata ai dipendenti ha comunicato il licenziamento di 11 mila dipendenti, circa il 13% della forza lavoro di Meta. Tutto questo rischia di frenare il lavoro del Reality Labs, su cui Meta ha investito 15 miliardi di dollari, che lavora anche a sviluppare il progetto Metaverso.

    Mark Zuckerberg’s Message to Meta Employees

    Per non parlare della grande concorrenza che arriva da altre piattaforme come TikTok. Ha pesato anche la richiesta di Apple agli utenti di acconsentire al tracciamento dei loro dispositivi che ha limitato la capacità delle piattaforme social media di indirizzare gli annunci pubblicitari. Ricordiamo il grande braccio di ferro, su questo punto, tra Facebook e Apple.

    Ma, come dicevamo all’inizio, Twitter e Facebook non sono le sole piattaforme social media e aziende tech che stanno misurandosi con ingenti piani di licenziamenti. Purtroppo, la lista è lunga e si stima che, dall’inizio dell’anno, siano già più di 44 mila i lavoratori della Silicon Valley che hanno perso il lavoro. E altri, purtroppo, ne arriveranno.

    TikTok

    Anche TikTok è alle prese con i licenziamenti. Lo scorso mese Wired ha citato cinque fonti che affermavano che TikTok aveva iniziato a licenziare una quantità non specificata di lavoratori nel suo ufficio negli Stati Uniti. Secondo quanto riportato, anche ai lavoratori delle divisioni UE e Regno Unito dell’azienda è stato detto di prepararsi, in vista di azioni simili. Intanto, TikTok avrebbe sospeso i piani precedenti per espandere alcuni team, come parte di una presunta e più ampia ristrutturazione.

    Netflix

    Anche la società di video streaming, co-fondata da Reed Hastings, lo scorso mese di maggio il taglio di 150 dipendenti o l’1,3% della sua forza lavoro. Ma da quel momento le cose andate peggio. Infatti, circa un mese dopo i licenziamenti iniziali, la società ha annunciato un’altra serie di tagli, questa volta con un impatto su 300 dipendenti, ovvero il 4% della forza lavoro totale dell’azienda. Come sappiamo, di recente Netflix ha cominciato ad adottare forme di abbonamento che contengono pubblicità, un modo per risollevare la situazione economica difficile e per recuperare circa 200 mila abbonati.

    Shopify

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    Shopify alla fine di luglio, attraverso il CEO di Shopify Tobi Lütke, ha annunciato che l’azienda avrebbe licenziato il 10% della sua forza lavoro, circa 1.000 dipendenti, dopo un periodo di crescita esplosiva registrata durante la pandemia.

    Shopify ha beneficiato della grande espansione del fenomeno e-commerce, negli ultimi due anni, e, come molte aziende, ha intrapreso una corsa alle assunzioni, aspettandosi che quel livello di e-commerce rimanesse costante. Le cose, purtroppo, sono andate diversamente.

    Robinhood

    Rcorderete certamente Robinhood, l’app della “finanza democratizzata”, che lo scorso anno ha lottato per riprendersi dalla sua disastrosa IPO, che secondo Bloomberg è stato tra i peggiori debutti tra le aziende delle sue dimensioni. Ora, nel 2022, i dipendenti dell’azienda, che i dirigenti chiamano ‘Robinhooders’, sono in grande difficoltà.

    Alla fine di aprile, il CEO e fondatore Vlad Tenev ha annunciato che la società avrebbe tagliato circa il 9% della sua forza lavoro dopo un periodo definito di “iper-crescita“, tra il 2020 e il 2021. Ma poi quell’annuncio non era che l’inizio. Nella prima settimana di agosto, Tenev ha annunciato un licenziamento più ampio che ha colpito il 23% della forza lavoro.

    Lyft

    Anche Lyft purtroppo è in difficoltà. Il principale competitor di Uber, dopo un primo piano di licenziamenti previsti a luglio di quest’anno, qualche giorno ha annunciato il licenziamento di quasi 700 dipendenti, ovvero circa il 13% dell’intera forza lavoro aziendale.

    Soundcloud

    SoundCloud è una delle piattaforme del panorama musica in streaming che non è riuscita ad evitare i licenziamenti. Nei giorni scorsi, secondo Billboard, il CEO Michael Weissman ha inviato un’e-mail ai dipendenti avvertendo dell’avvio di un piano di licenziamenti che dovrebbe coinvolgere il 20% dell’azienda.

    Snap

    Come già ricordato in altre occasioni, Evan Spiegl, fondatore di Snap, la società che gestisce la piattaforma social media Snapchat, tra i primi a maggio scorso aveva preannunciato che le difficoltà, per l’azienda e non solo, stavano per arrivare. Dopo mesi di lotte finanziarie pubbliche, Snap si è finalmente fatto avanti con una bomba. Ad agosto Snap ha annunciato il piano di riduzione della forza lavoro della società di circa il 20%, più di 1.000 dipendenti. L’azienda ha subito una rapida espansione, quasi raddoppiando da marzo 2020, salvo poi rivedere i propri programmi e propendere per una più profonda ristrutturazione.

    Microsoft

    Anche Microsoft è costretta ad affrontare il tema dei licenziamenti. Circa un mese fa, secondo quanto riportato da Axios, la società ha avanzato un piano per licenziare poco meno di 1.000 dipendenti distribuiti in più divisioni della sua attività e in varie regioni.

    E i licenziamenti di Microsoft, per tutto il settore, sono stati una sorta di shock. Per mesi aziende in difficoltà, come Facebook o Snap, come abbiamo visto, hanno cercato di preparare il terreno, prefigurando, in un certo senso, quanto sarebbe poi accaduto da lì in avanti. Invece Microsoft non ha offerto alcun segnale in questo senso e, anzi, sulla carta sembrava essere l’azienda meno coinvolta da questo punto di vista.

    Intel

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    Intel, il colosso tecnologico di Santa Clara, sta procedendo ad un corposo taglio di posti di lavoro aziendali al fine di risparmiare ben 3 miliardi di dollari di costi per il prossimo anno. Si tratta di un’azione in risposta al calo della domanda di chip dell’azienda, il risultato del mercato dei PC in forte contrazione.

    I licenziamenti colpiranno in modo particolare i team delle vendite e del marketing, secondo quanto riportato da Bloomberg a metà del mese scorso, colpendo circa il 20% del personale. A luglio Intel dichiarava oltre 113 mila dipendenti.

    Flipboard

    Il CEO di Flipboard, Mike McCue, ha confermato i licenziamenti, notizia anticipata da Axios a metà del mese scorso. Si tratta di 24 lavoratori che è pari al 21% della forza lavoro di Flipboard. Ristrutturazione aziendale e prospettivi difficili per il proprio business, queste le motivazioni alla base di questa scelta.

    Flipboard è stata lanciata 12 anni fa con la visione di diventare “l’unico posto dove trovare le storie per la tua giornata”. Dal 2010 molto è cambiato però. Ormai gli aggregatori supportati dalle Big Tech, come Google e Apple News, dominano praticamente lo spazio e questo costituisce una seria minaccia per i servizi più piccoli, come appunto Flipboard.

    In realtà la lisa potrebbe continuare, ma queste che abbiamo indicato sono casistiche esaustive a rendere chiaro che i problemi ci sono e che vedremo piani di licenziamenti estendersi ancora per qualche mese.

    Staremo a vedere se si tratta del fenomeno simile degli inizi 2000 quando scoppiò la bolla delle dot-com. Vedremo.

  • Elon Musk ha comprato Twitter, ora inizia un′altra storia

    Elon Musk ha comprato Twitter, ora inizia un′altra storia

    Alla fine, dopo mesi travagliati, Elon Musk ha comprato Twitter per 44 miliardi di dollari. “Twitter non può diventare un inferno per tutti” ha scritto agli investitori. Di certo, per Twitter inizia un’altra storia, dal destino incerto.

    L’uccellino è libero“. Con queste poche parole, Elon Musk ha confermato che l’acquisizione di Twitter è completata, con un giorno di anticipo. In effetti, c’era tempo fino alle ore 17, orario di New York, del 28 ottobre 2022 per concludere l’affare, ma, evidentemente, i giochi erano ormai fatti e Musk, d’altronde, non aveva altra scelta.

    Sin dall’inizio di questa vicenda, andata avanti per mesi, abbiamo seguito con estrema attenzione tutte le fasi, per cercare di comprendere quale fosse il vero motivo per cui, ad un certo punto, uno degli uomini più ricchi del pianeta, decidesse di investire su una piattaforma come Twitter. Quello che poteva sembrare una grande occasione, in effetti si è dimostrata quasi una grande iattura.

    Elon Musk dunque arriva a completare l’acquisizione di Twitter e per la piattaforma nata a 140 caratteri inizia un’altra storia, piena di incognite e di incertezze.

    Per restare sulla cronaca di queste ore, il primo atto di Musk è stato quello di licenziare i primi executive dell’azienda co-fondata dall’ex CEO Jack Dorsey. E parliamo del CEO Parag Agrawal, insediatosi solo a novembre dello scorso anno, del direttore finanziario Ned Segal e di Vijaya Gadde, responsabile delle politiche legali, della fiducia e della sicurezza, la persona che ha lavorato molto in questi ultimi tre anni per approntare una policy su Twitter in modo da garantire regole certe.

    Elon Musk compra Twitter 2022

    Ci sono stati momenti concitati, ovviamente, anche solo per il fatto che la vicenda, come vi abbiamo raccontato, non è stata condotta come avrebbe dovuta essere, caratterizzata da diversi momenti di tensione, che hanno alimentato un ambiente molto irrequieto. I manager e un consulente sono stati scortati fuori, come ha scritto il Washington Post.

    La situazione che si prospetta da oggi in poi non è molto tranquilla e non lo è certamente per gli oltre 7.500 dipendenti che lavorano all’interno dell’azienda. Nei giorni scorsi si è parlato di un taglio del 75% della forza lavoro dell’azienda, destando molti dubbi su quello che sarà il futuro della piattaforma anche solo dal punto di vista della moderazione. Un taglio pesante che è stato messo in discussione, anche se su questo Musk non si è mai pronunciato chiaramente.

    Quello che si sà è che i tagli ci saranno, forse in misura molto ridotta rispetto a quanto si pensa, ma a questo si aggiunge il taglio di quasi 1 miliardo di dollari per la gestione del personale. Gioco forza, ci saranno comunque delle conseguenze.

    E proprio ieri, giovedì 27 ottobre 2022, Musk in una lettera, pubblicata anche in un suo tweet, indirizzata agli investitori pubblicitari, ha cercato di rassicurarli sostenendo che questo passaggio per lui non è un modo per fare soldi, ma semplicemente per rendete “Twitter una piazza aperta a tutti”. Parole che abbiamo già sentito, soprattutto all’inizio di questa lunga vicenda.

    Nella lettera Musk aggiunge che “Twitter non può diventare un inferno libero per tutti“, senza spiegare come intende portare a compimento questo intento.

    Di certo, Musk ha dimostrato in più occasioni di essere particolarmente funambolico, poco affidabile, ma pur sempre allergico alle regole e alla suo osservazione. Si dice spesso che sia un carattere spesso presente nelle persone geniali, poco avvezze a seguire certi canoni e molto più propensi verso il loro istinto. Ma questo aspetto geniale può essere valido, per certi versi, quando riguarda la persona singola e non quando questo aspetto finisce per essere in relazione con altri e averne addirittura la responsabilità. Sono due cose diverse e non possono stare insieme.

    Questo denota come sarà il nuovo corso di Twitter: funambolico.

    Diciamo anche, come accennato all’inizio, per chi non avesse seguito tutti i passaggi di questa “saga”, come l’hanno definita i media americani, che Elon Musk non aveva scelta.

    In sintesi, quando a luglio scorso manifestò l’intento di uscire dall’accordo di acquisizione, per il fatto che lui ritenesse le informazioni fornite da Twitter sulla presenza di spam/bot assolutamente lontane dalla realtà, Twitter un secondo dopo lo ha citato in giudizio per fare in modo che l’accordo si completasse.

    Ricordiamo che, naturalmente, l’accordo avrebbe dovuto compiersi comunque entro ottobre di quest’anno.

    Ora, in questi ultimi mesi ha cercato di percorre la via legale con i suoi avvocati, salvo poi rendersi conto che i debiti contratti con le banche erano alti e le stesse cominciavano a stancarsi del suo atteggiamento; che gli stessi amici coinvolti, come Larry Ellison (che ha sborsato 1 miliardo di dollari) non avevano nessuna intenzione di abbandonare l’affare; che gli stessi azionisti gli avrebbero fatto causa per avere i loro soldi a 54,2 dollari per azione posseduta; che avrebbe comunque dovuto pagare una pensale da 1 miliardi di dollari e che, soprattutto, il Tribunale del Delaware lo avrebbe costretto a completare l’acquisizione.

    Di fatto, non aveva scelta a completare l’acquisizione di un’azienda verso cui, si dice, avrebbe perso interesse, ammettendo, qualche giorno fa, di essere consapevole di pagarla ad un prezzo ben più alto di quello che vale effettivamente. Il prezzo finale, ricordiamolo ancora una volta, è di 44 miliardi di dollari. Alcuni analisti finanziari sostengono che il valore effettivo dell’azienda oggi sarebbe di circa un quarto di quella cifra.

    Insomma, da oggi per Twitter inizia un’altra storia con la rimozione del titolo da Wall Street diventando di fatto un’azienda privata. Un vecchio pallino di Jack Dorsey che aveva inizialmente approvato l’interesse di Elon Musk proprio su questo punto.

    Non conosceremo più le informazioni di base in via ufficiale, come il numero effettivo degli utenti, ad esempio, che resterà condiviso solo con gli inserzionisti pubblicitari. Non conosceremo più diverse informazioni sulla crescita della piattaforma, anche dal punto di vista del business.

    Il futuro di Twitter resta incerto e già una parte dei repubblicani chiedono a Musk di sbloccare subito l’account Twitter di Donald Trump, bloccato da Twitter per via dei fatti di Capitol Hill. “L’uccellino è libero, adesso libera il GOAT“, scrive in risposta la repubblicana Lauren Boebert, menzionando Donald Trump e dove GOAT, ma questo lo sapete già, sta per “Great Of All Times”, il più grande di tutti i tempi.

    Di recente è tornato anche Kanye West, che adesso si fa chiamare Ye, accolto a bracci aperte da Musk.

    Ecco, questo è il tono che prenderà il nuovo corso di Twitter, si partirà da qui.

    Di certo Twitter non sparirà, ma forse finirà per far parte di un ecosistema con al centro Tesla, denominato X app, e vedremo se sarà davvero così.

    Noi continueremo ad usarlo e chi vi scrive deve molto a questa piattaforma. Mi ha dato tanto, mi ha permesso di fare tanto, regalandomi come primo follower addirittura Barack Obama.

    Seguiremo le vicende a seguire e ve le racconteremo sempre qui, ma intanto da oggi per Twitter inizia un’altra storia.

  • L′accordo tra Elon Musk e Twitter si farà, ma a caro prezzo

    L′accordo tra Elon Musk e Twitter si farà, ma a caro prezzo

    Il 28 ottobre si avvicina e l’accordo di acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk sembra proprio che si farà e a caro prezzo. I tagli al personale ci saranno, ma Twitter rischia di diventare altro.

    La data del 28 ottobre si avvicina e l’accordo tra Elon Musk e Twitter sembra consolidarsi sempre di più. Dopo aver riaperto la strada verso l’acquisizione, con il conseguente stop al processo che le vedeva contrapposte, le parti ormai sono sempre più vicine e si lavora sugli ultimi dettagli. E che dettagli.

    Da parte sua, Elon Musk non ha mai nascosto che, una volta acquisita la società, avrebbe operato una forte riduzione del personale, ma i numeri che sono stati anticipati dal Washington Post sono davvero allarmanti. E non è detto che quanto riportato da WP accadrà per davvero.

    Secondo quanto riportato dall’autorevole quotidiano Usa, oggi di proprietà di Jeff Bezos, il fondatore della Tesla avrebbe in mente di ridurre di ben il 75% la forza lavoro di Twitter, una volta diventato proprietario. Un dato decisamente impressionante.

    Tenendo fede a questo dato, l’attuale forza lavoro di Twitter, composta da 7.500 lavoratori, si ridurrebbe a circa 1.850 dipendenti. Una forte riduzione che avrebbe, come è facile intuire, una pesante ricaduta sulla gestione dell’azienda e, di conseguenza, anche sulla funzionalità della piattaforma.

    Elon Musk accordo Twitter 2022

    Va detto che, se l’accordo dovesse andare male, e quindi non concludersi, le conseguenze sul personale dell’azienda e sulla gestione sarebbero comunque gravi. Si stima che ci sarà una riduzione di 800 milioni di dollari nella gestione dell’azienda che comporterà la riduzione del numero dei dipendenti del 25%.

    E le preoccupazioni, da questo punto di vista, riguardano tutto quanto è stato fatto in questi anni per rendere la piattaforma più sicura. Una forte riduzione del personale rischierebbe di rendere la piattaforma più suscettibile ad violazioni e attacchi.

    Uno scenario che andrebbe evitato.

    L’intento di Musk sarebbe quello di avvalersi dello stack ranking, metodo dismesso da Microsoft nel 2013, in quanto contribuiva ad alimentare un cattivo ambiente di lavoro, che consiste nell’individuare, all’interno del personale, gli “high” e i “low performer” attraverso una metodologia informatica.

    Il punto è proprio questo. Si vuole adottare all’interno di un team di essere umani quello che viene usato all’interno di uno schema in bit. Appare evidente che il metodo risulterebbe poco praticabile e, infatti, sono sempre di meno le aziende che lo adottano oggi. Figurarsi all’interno di un’azienda come Twitter.

    Il vero problema di Elon Musk sta nei costi che deve sostenere per completare l’acquisizione. Non ne ha mai fatto mistero, anzi, il suo staff di consulenti è alla continua ricerca di sconti.

    Intanto, lui ribadisce l’intento di raddoppiare le entrate nei prossimi tre anni. E come? Vendendo profumi? Perché al momento non è dato sapere come questo potrà mai concretizzarsi. Pensare di riuscirci attuando una forte riduzione del personale sarebbe semplicemente da folli. E in effetti il soggetto in questione nell’etichetta “folle” ci sta tutto.

    Senza tralasciare il fatto che, nello stesso lasso di tempo, intende anche triplicare il numero degli utenti giornalieri sulla piattaforma. E anche su questo le parole descrivono solo intenzioni senza dettagli. Anche perché il fondatore della Tesla ritiene che i 238 milioni di utenti giornalieri “monetizzabili” siano gonfiati, ritenendo più veritieri essere intorno ai 20 milioni giornalieri. E anche qui ha ingaggiato una battaglia a suon di numeri.

    Come certamente ricorderete, Elon Musk, all’inizio di questa sua “avventura”, aveva posto l’accento su una possibile versione premium di Twitter per cercare di creare una alternativa alle entrate. Ora, era strano che proprio colui che intendeva acquisire la piattaforma non sapesse che questa modalità a pagamento esiste e si chiama Twitter Blue. Ricorderete anche quando cercò di far passare una sua idea il fatto di rendere a pagamento la funzionalità per modificare i tweet, cosa che invece Twitter aveva già messo in cantiere.

    Ma è forse il caso, adesso, che lo stesso Elon Musk si rendesse conto di come stanno veramente le cose.

    elon musk accordo twitter 2022

    Dopo aver annunciato il rilascio della funzionalità, tanto attesa, per modificare i tweet, entro 30 minuti per un massimo di 5 volte (con cronologia delle modifiche visibile) all’interno di Twitter Blue, l’app a pagamento, sembra che l’interesse non sia entusiasmante. I primi dati, dopo il rilascio della funzionalità negli Usa lo scorso 6 ottobre, ci dicono che non si è registrato quel boom che ci si aspettava. E questo per due motivi.

    Il primo è spiegato dall’aumento dei costi per l’abbonamento all’app, quasi raddoppiati durante la scorsa estate. Negli Usa è passato da 2,99 dollari a 4,99 dollari al mese. Il secondo è spiegato, forse, dal fatto che adesso l’interesse verso questa funzionalità tanto attesa e tanto richiesta, sta calando. Nel senso che avrebbe avuto più senso rilasciarla disponibile per tutti gli utenti, come già avviene su altre piattaforme, invece che renderla premium sperando che questo avesse attirato gli utenti ad abbonarsi.

    Questa considerazione ha molto senso se la guardiamo nell’ottica di modalità alternativa di guadagno per Twitter. Anche perché questa stessa funzionalità avrebbe dovuto alimentare l’interesse e gli abbonamenti. E invece, sembrerebbe non essere così.

    E dunque, come intende Elon Musk raddoppiare le entrate? Lo scopriremo, forse, dopo il 28 ottobre, sapendo bene che il destino di Twitter sarà quello di diventare un’azienda privata, libera dalla pressione di Wall Street, il vero intento di Elon Musk che piacque subito a Jack Dorsey. Ma ora?

    Davvero Elon Musk è pronto ad acquisire un’azienda, quasi di malavoglia adesso, e licenziare la gran parte dei dipendenti? Davvero vuole rendere Twitter così debole? E come lo spiegherebbe ai suo creditori, tra i quali figura anche Larry Ellison, co-fondatore di Oracle, che ha messo nell’affare 1 miliardo di dollari? E come pensa di raddoppiare le entrate con una piattaforma indebolita?

    Sono queste le domande che andrebbero poste a Musk e che rendono poco attuabile il taglio del 75% del personale.

    Senza dimenticare che adesso l’amministrazione Biden ha deciso di monitorare da vicino tutte le attività di Elon Musk e, quindi, anche l’acquisizione di Twitter. Fatto non del tutto secondario.

    In tutto questo, la notizia di oggi è che le banche coinvolte nell’affare si dicono ormai pronte a sostenere l’accordo di Twitter di Elon Musk per mantenere tutti i 13 miliardi di dollari di debito nei loro bilanci piuttosto che venderlo. Questo perché, anche volendo rivenderlo, nel mercato con la situazione attuale sarebbe un rischio ulteriore. allora è meglio continuare su questa strada. Lo riporta il Wall Street Journal, a conferma che tutto sta procedendo verso la conclusione.

    Insomma, tutti i segnali, come abbiamo visto, dicono che sarà un accordo a caro prezzo, per Musk e per Twitter.

  • Instagram, nuovi aggiornamenti per proteggere gli utenti

    Instagram, nuovi aggiornamenti per proteggere gli utenti

    Meta punta a rendere le conversazioni più sane su Instagram e a proteggere gli utenti. Da questo punto di vista vanno letti gli aggiornamenti introdotti riguardo al blocco degli utenti e alla funzionalità “Parole nascoste”.

    Anche Meta, l’azienda madre di casa Menlo Park, punta a rendere le conversazioni su Instagram sempre più sane e prevenire gli abusi. Ed è per questo che l’azienda, guidata da Adam Mosseri, ha aggiornato alcune modalità per aumentare la protezione degli utenti.

    Porprio perché si parla di aggiornamenti significa il miglioramento di funzionalità già esistenti ed estese ad un pubblico più vasto. E tra queste c’è la funzionalità del blocco degli account. La novità consiste nel fatto, come comunica Meta, che nel momento in cui un utente procede per il blocco di un altro utente si potrà anche bloccare altri account, esistenti o futuri, rendendo più difficile per loro interagire con altri.

    instagram protezione utenti

    Come scrive empre Meta, questo aggiornamento consente di bloccare anche gli account esistenti di una persona ed è questa la vera novità rispetto alla possibilità, attiva ormai da un anno, di blocccare account futuri. In base ai primi risultati dei test effettuati con questa nuova modifica, l’azienda fa sapere che verranno bloccati circa quattro milioni di account in meno ogni settimana, in quanto da adesso questi account verranno bloccati automaticamente.

    Altro aggiornamento riguarda la funzionallità “Parole nascoste“, lanciata lo scorso anno, impostata di default per i Creator e che oggi è usata da più di una persona su cinque con oltre 10.000 follower. La funzionalità offre uno strumento attraverso cui filtrare in automatico i contenuti dannosi dai commenti e dalle richieste di messaggi. E tra gli utenti, con oltre 10 mila follower, che hanno attivato la funzionalità per i commenti, l’azienda riporta che gli stessi hanno ricevuto il 40% in meno di commenti con parole offensive.

    instagram protezione utenti 2022

    L’aggiornamento di “Parole nascoste” consentirà non solo di nascondere le risposte che riportano parole offensive sotto foto e video, ma, ed è questa una vera novità, anche come commento alle Storie. I testi filtrati andranno a finire nella cartella delle Richieste Nascoste. All’interno di questa sezione, verranno inserite inoltre le richieste di messaggi diretti da parte di sconosciuti, che contengono spam o truffe.

    L’aggiornamento poi prevede un miglioramento del filtraggio per individuare e nascondere un maggior numero di errori di ortografia intenzionali di termini offensivi, ad esempio se qualcuno usa un “1” al posto di una “i”.

    Per visualizzare gli aggiornamenti, ricordate sempre di aggiornare l’app su iOS e Android.

  • I Top Manager sui social media sono più attenti all’attualità

    I Top Manager sui social media sono più attenti all’attualità

    Dalla nuova analisi di Reputation Manager, Social Top Manager, emerge che i manager italiani sono più attenti ai temi sociali e all’attualità. LinkedIn è la piattaforma dove crescono di più in termini di follower, buone le prestazioni anche su Twitter.

    I Manager italiani, secondo l’ultima analisi Social Top Manager di Reputation Manager, sono sempre più attenti ai temi sociali e all’attualità sui loro profili social media. E questo è un buon segno, provando ad andare oltre i temi legati alla leadership e al proprio business, cercando di offrire una propria idea rispetto ai temi che interessano la collettività.

    E quindi, nell’analisi dei profili dei manager italiani (oltre 150 profili di executive attivi in Italia monitorati), durante il mese di settembre, non sono mancati i riferimenti alla crisi energetica che stiamo vivendo e alla sostenibilità, due grandi temi che sono stati molto discussi specialmente su LinkedIn e che necessitano di visioni anche da parte di coloro che sono alla guida delle aziende italiane. E forse questo dato spiega la crescita dei cosiddetti Interactive, ossia quei manager che condividono contenuti originali, generando interesse e alimentando le interazioni.

    top social manager

    L’analisi rileva come, negli ultimi sei mesi, la presenza dei top manager sui social media è cresciuta di due punti percentuali e il numero dei profili inattivi è diminuito di sei. Dal punto di vista qualitativo, aumentano i manager in grado di generare engagement (+8%).

    Nel dettaglio, più di un quarto dei top manager italiani sceglie di essere “asocial”, quindi lontano dalle piattaforme: siamo al 26% anche se questo è un dato stabile. E a fronte di questo, l’analisi rileva anche che i profili attivi continuano ad attrarre follower. Infatti, passa dal 7% al 17,6% il tasso di crescita medio su LinkedIn; anche il numero di follower su Twitter torna ad aumentare dopo un periodo di stallo, facendo segnare +5,7%; Instagram registra invece una crescita più modesta pari a +4%.

    Qui in basso la grafica che chiarisce meglio le categorie usate dall’analisi di Reputation Manager:

    top social manager categorie

    Elemento che risulta ancora carente, per quanto riguarda in questo caso la presenza digitale in generale dei manager italiani, è la presenza su Wikipedia. Solo il 50% di essi è presente sul sito fondato da Jimmy “Jimbo” Wales con una sezione biografica e il 32% presenta una sezione che riporta altri incarichi ricoperti. Quasi tre pagine su quattro (il 74%) sono inoltre accompagnate da una foto raffigurante il top manager e solo nel 32% dei casi si fa riferimento alla vita privata.

    Per quanto riguarda le singole piattaforme social media, come dicevamo all’inizio, LinkedIn è la piattaforma dove i manager mostrano interesse a condividere anche opinioni e visioni rispetto ai temi legati al sociale e alla stretta attualità. E poi, i 20 profili più seguiti sul social “business” media di Microsoft sono cresciuti a un tasso medio del 17,6% nell’ultimo semestre (aprile-settembre 2022). Tra i profili che sono cresciuti di più nell’ultimo semestre: Andrea Orcel di UniCredit (+57%), Pierroberto Folgiero di Fincantieri (+42%) e Cristina Scocchia di Illycaffè (+38%).

    top social manager LK

    E, in termini di numero di follower, i top manager italiani crescono anche su Twitter, con un tasso medio del 5,7%. Le migliori performance sono state fatte registrare da Fabrizio Di Amato di Maire Tecnimont (+36%), Luca Dal Fabbro di Iren (+21%) e Lapo Elkann di Italia Independent (+20%).

    top social manager TW

    Su Instagram la crescita di follower è stata più contenuta, con un tasso di rialzo medio pari al 4%.

    top social manager IG

    Queste le nostre considerazioni di un report che vi invitiamo a consultare, avendo l’opportunità di approfondire con altri dati.

  • Meta costretta a vendere Giphy per ordine del Garante Uk

    Meta costretta a vendere Giphy per ordine del Garante Uk

    Meta dovrà vendere Giphy acquisita nel maggio del 2020. Lo ha deciso la CMA, Garante per la Concorrenza Uk, una decisione unica fino ad oggi, con carattere globale.

    Meta, la società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp per intenderci, sarà costretta a vendere Giphy su ordine del Garante per la Concorrenza del Regno Unito. La decisione risaliva a un anno fa, ma Meta, dopo aver perso l’appello, si trova ora costretta ad eseguire l’ordine.

    Sebbene la decisione arrivi dal Garante del Regno Unito, la delibera di vendere la decisione ha valore vincolante a livello globale.

    Giphy, il popolare motore di ricerca di GIF, era stato acquistato, per 400 milioni di dollari, da Facebook nel maggio del 2020 (quando ancora non si chiamava Meta) con l’idea di integrare il motore all’interno delle app principali e offrire agli utenti nuove modalità di interazione. Questo un po’ il senso dell’operazione.

    meta giphy 2022

    Non si è trattato di un grande affare, ma il Garante per la Concorrenza Uk ha voluto vederci chiaro. Il tutto si è complicato quando la stessa Giphy ha cercato di giustificare l’acquisizione, quasi screditandola, sostenendo che l’operazione di acquisizione era arrivata quando gli utenti stavano cominciando a stancarsi delle GIF e che, quindi, l’acquisizione avesse molto senso per rivitalizzare questa particolare forma di contenuto visual.

    Una risposta che non ha convinto molto il Garante decidendo di procedere con una inchiesta e poi con una risoluzione finale che imponeva a Facebook la vendita della società, in quanto poneva seri dubbi sul principio di concorrenza dell’operazione. I dubbi hanno riguardato in particolare l’impatto che l’operazione avrebbe avuto sul mercato britannico della pubblicità su display. Infatti, Meta controlla quasi la metà dei 7 miliardi di sterline (circa 8 miliardi di euro) del mercato britannico della pubblicità display.

    La CMA (Competition and Markets Authority) ha dichiarato che l’acquisizione dovrebbe essere quindi annullata in quanto “potrebbe consentire a Meta di limitare l’accesso alle GIF da parte di altre piattaforme social media, rendendo tali siti meno attraenti per gli utenti e meno competitivi“. Il Garante sostiene anche che Giphy aveva già sviluppato propri strumenti pubblicitari prima dell’acquisizione e che Meta avrebbe “mortificato”.

    In passato, gli ordini di dismissione della CMA hanno portato le aziende a vendere solo una parte delle operazioni globali, ma Meta ha confermato che venderà Giphy con sede negli Stati Uniti nella sua interezza.

    Siamo delusi dalla decisione della CMA, ma accettiamo la sentenza di oggi come ultima parola sulla questione. Lavoreremo a stretto contatto con la CMA per la cessione di Giphy“, ha dichiarato Matthew Pollard, portavoce di Meta.

    Quindi l’eccesso di potere che Meta ha acquisito dopo aver comprato Giphy ha costretto al Garante Uk di intervenire e costringere la stessa Mera a rinunciare alla società. La CMA sostiene infatti che l’operazione avesse dato a Meta un potere rilevante, al punto da modificare i propri termini di servizio per limitare la concorrenza. Un esempio potrebbe essere quello riferito ai clienti di Giphy, come lo è TikTok, di fornire più dati ai propri utenti britannici per assicurarsi l’accesso continuo alle sue GIF.

    Per essere chiari, tutto questo non danneggerà certamente Meta, ma si tratta comunque di una prima volta in cui una entità garante riesce ad interrompere una acquisizione con un decisione vincolante a livello globale.

    E questo in un momento in cui l’UE ha gli occhi puntati su Meta e nel momento in cui anche la Federal Trade Commission (FTC) sta rivedendo le acquisizioni di Instagram e WhatsApp.

    Insomma, la pressione su Meta non accenna a diminuire e non è escluso che possano arrivare altri provvedimenti simili nel medio/lungo periodo.

  • Twitter, ecco il test per consentire il controllo delle mention

    Twitter, ecco il test per consentire il controllo delle mention

    Twitter punta a rilasciare sempre più strumenti di controllo agli utenti. Ed è per questo che ha avviato un nuovo test per consentire un controllo più diretto sulle mention.

    Twitter negli ultimi due anni ha innovato molto, soprattutto nell’ottica di fornire maggior strumenti di controllo agli utenti. Ora, dopo aver lanciato lo strumento per annullare le mention indesiderate, quindi la modalità per sottrarsi a conversazioni a cui non si vuole essere coinvolti, Twitter conferma di aver avviato un test per controllare le mention. E cosa significa?

    Scoperta dalla ricercatrice e ingegnere Jane Manchun Wong, che abbiamo imparato a conoscere ormai, questa modalità permette all’utente il controllo delle citazioni che altri possono fare all’interno di un contenuto.

    Dallo screenshot pubblicato dalla Manchun Wong si vede un breve menù di opzioni. In alto si vede “Consenti agli altri di menzionarti“, se disattivata impedisce che altri possano menzionare un account, compresi gli utenti bloccati dallo stesso.L’effetto che si ottiene è quello simile visto nella funzionalità “Abbandona la conversazione”, l’handle resta all’interno del contenuto ma non è linkabile. La funzionalità quindi non impedisce di scrivere l’handle (@account) ma impedisce che si attivi e quindi attivare la notifica.

    twitter controllo menzione

    Poi, più in basso troviamo l’altro opzione “Chiunque può menzionarti” o “Solo le persone che segui possono menzionarti”, da attivare singolarmente.

    Questa nuova funzionalità si presenterà, anche se ancora non si sa quando, all’interno del proprio menù Impostazioni.

    Come dicevamo prima, Twitter ha confermato l’avvio del test, al punto che Dominic Camozzi, privacy designer di Twitter, lo aveva ufficializzato con un tweet, salvo cancellarlo in un secondo momento.

    Quindi Twitter tende a fornire sempre più controlli agli utenti,abbandonando progressivamente quella che era l’impostazione di default, ossia un luogo in cui si conversa con tutti. In realtà un luogo in cui si conversa con tutti lo è ancora, solo che questi strumenti rendono l’utente un po’ più sicuro di poter gestire al meglio il proprio modo di comunicare con l’obiettivo di preservare la salute delle conversazioni.

    Uno dei grandi problemi per Twitter è stato sempre questo: dare l’idea di non poter controllare le conversazioni, vivendo una situazione di perenne rischio. Una condizione che ha finito per influenzare gli utenti, spinti ad usare sempre meno la piattaforma in maniera attiva.

    Twitter, ecco come evitare le mention indesiderate

    E i numeri dicono proprio questo.

    A novembre dello scorso anno, lo ricorderete, riportavamo qui un dato che dimostra, per certi versi, quello che stiamo sostenendo. Il Pew Research riportava che solo il 25% degli utenti Twitter genera il 97% dei tweet. E che quel 25% genera solo il 14% di tweet originali, mentre oltre l’80% è costituito da retweet (49%) o da risposte ad altri tweet (33%).

    Gli utenti, il 75% di essi, usano Twitter in maniera passiva anche perché avvertono la quasi impossibilità di poter controllare le conversazioni.

    Quindi, si tratta di un passaggio quasi epocale, in linea, questo va detto, con quel processo di innovazione tanto richiesto dagli utenti. A quella modalità aperta a tutti e a chiunque andava posta la parole “fine”. E forse se si fosse intervenuti prima tante situazioni si sarebbero potute evitare.

    Ora, sarebbe interessante sapere se e come tutto questo possa impattare sull’idea che Elon Musk ha di Twitter, visto che il 28 ottobre si avvicina e un accordo va chiuso.Staremo a vedere.

  • Kanye West, Elon Musk e la libertà di parola sui social media

    Kanye West, Elon Musk e la libertà di parola sui social media

    Il ritorno di Kanye West, o Ye, salutato con calore da Elon Musk, riporta al centro il tema della libertà di parola sui social media. Intanto, la legge del Texas sembra essere in linea con l’idea di libertà di parola del fondatore della Tesla, in procinto di chiudere l’accordo con Twitter.

    Di recente Kanye West, o rapper Ye, è ritornato sui social media, su Twitter e Instagram in particolare. Ma il suo ritorno, salutato con affetto da Elon Musk, è stato immediatamente accompagnato da roventi polemiche. Dopo due contenuti violenti e antisemiti i suoi account sono stati nuovamente sospesi e poi riammessi.

    E tutto questo negli Usa, oltre che alle polemiche, ha generato, e sta generando, un grande dibattito su quello che sarà il futuro dei social media. Soprattutto per quello che riguarda la libertà di parola sulle piattaforme social.

    Ma cosa è successo, nello specifico, prima di passare a vedere effettivamente cosa si intende parlare del futuro dei social media in questo contesto.

    È successo che Ye su Instagram ha prima scritto che il rapper Sean “Diddy” Combs fosse controllato da ebrei e per questo, nel giro di poco, Instagram è intervenuta rimuovendo subito il contenuto e bloccando l’account, riammettendolo un secondo dopo. Ma non è tutto, perché Ye ha pubblicato un tweet antisemita in cui annunciava che avrebbe “ucciso 3 persone ebree”. Così come Instagram, anche Twitter è stata rapido a bloccare il contenuto, mantenendo attivo l’account del rapper.

    kanye west elon musk social media

    Fin qui sembra tutto regolare, cioè si tratta di un caso in cui un account pubblica contenuti che incitano alla violenza e per questo viene bloccato, in violazione delle regole delle piattaforme.

    Il problema però, e problema dipende proprio dal punto di vista a questo punto, è che nello stato del Texas esiste una legge, ormai da un anno ma attiva in questi giorni, che vieta alle grandi piattaforme social media di censurare gli utenti o limitare i loro contenuti sulla base delle opinioni politiche espresse. Negli Usa vi è grande preoccupazione che questa legge possa essere presa a modello anche da altri stati.

    Nel caso specifico, che riguarda Kanye West, come riporta anche il Washington Post, gli esperti in materia legale sostengono che questo tipo di leggi renderebbero molto più rischioso per le società di social media come Meta, proprietaria Instagram, e Twitter moderare contenuti come quelli pubblicati da West.

    Questo è il punto. Attraverso l’approvazione e la messa in pratica di una legge come quella del Texas, chiamata “House Bill 20“, che vieta alle piattaforme social media con oltre 50 milioni di utenti mensili, come Facebook, Twitter e YouTube, di rimuovere un utente o i suoi contenuti sulla base di un “punto di vista”, si rischia di interpretare in senso politico, e quindi non sindacabile e rimovibile, anche contenuti come quelli di West.

    https://twitter.com/kanyewest/status/1578620714000605184

    Se ci soffermassimo a pensare un attimo di più su questo punto, capiremmo meglio tutti che uno dei punti centrali della possibile rivoluzione che Musk vuole portare su Twitter (sempre ammesso che l’accordo vada in porto entro il 28 ottobre di quest’anno) è proprio quello che riguarda la libertà di parola nella sua espressione più estesa. Senza paletti e regole da rispettare, secondo quello che vorrebbe il fondatore della Tesla.

    Per intenderci, se Twitter fosse stata di Elon Musk, probabilmente quel tweet di Kanye West, e il suo account, non sarebbe stato bloccato. Anche in virtù del Primo Emendamento che “garantisce la terzietà della legge rispetto al culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa, il diritto di riunirsi pacificamente; e il diritto di appellarsi al governo per correggere i torti”.

    Come dicevamo prima, Elon Musk ha accolto con calore il ritorno di Kanye West su Twitter: “Bentornato su Twitter, amico mio!“. Facendo ben capire cosa intende per libertà di parola. Certo, dopo la censura e il blocco, Musk ha detto di aver parlato con West di quello che ha fatto. Non si sa se sia riuscito a fargli cambiare idea, infatti il suo account resta bloccato.

    Resta da capire poi cosa passa per la mente di West di scrivere quelle frasi non appena rimesso piede su queste piattaforme. E sempre per restare in tema, lo stesso West, quasi contemporaneamente, si trovava a Parigi dove non ha fatto a meno di sfoggiare una maglietta con su scritto “White Lives Matter”, motivo per cui la Adidas ha deciso di bloccare la loro decennale collaborazione.

    Ora, per restare sul tema, se dovesse davvero estendersi il concetto su cui si basa la legge sui social media del Texas, ossia quello che sancisce la salvaguardia del “punto di vista” dell’utente autore del contenuto, allora il grande rischio è che la richiesta di bloccare contenuti violenti, razzisti, xenofobi sarà sempre più inascoltata.

    Certo, vi è l’eccezione prevista da questa legge e cioè che lo stesso contenuto non deve incitare direttamente all’attività criminale o manifestarsi in minacce specifiche di violenza rivolte a una persona o a un gruppo” sulla base di caratteristiche quali religione e/o razza.

    Se dovesse passare una regola come questa ed essere approvata da altri stati o da valicare anche i confini Usa, allora ci ritroveremmo nella condizione di ritrovarci al fianco di chi genera odio e violenza mascherato da “punto di vista” e di vedere al tempo stesso le piattaforme incapaci di intervenire. Tutto questo significherebbe vanificare tutti gli sforzi fatti in materia negli ultimi anni.

    Tuttavia non avrebbe, forse, alcuna conseguenza in Europa, da questa ottica siamo un po’ più attenti. Ma avrebbe certamente ripercussioni per quello che è l’uso che gli utenti fanno di queste piattaforme.

    Negli Usa sono già diversi gli stati che si stanno muovendo in questo senso e attendono l’evoluzione della legge in Texas, e anche in Florida con una legge simile, soprattutto in vista di ciò che potrebbe dire la Corte Suprema.

    Però, questo è già sufficiente a delineare un futuro di incertezza su queste piattaforme che si troveranno nella difficoltà di intervenire, e di essere addirittura penalizzate per questo.

    La libertà di parola è sacra e non deve comprendere, o giustificare mai con il “punto di vista”, mai l’uso di espressioni violente o molto vicine ad esse. Chiunque provi solo a far passare un concetto come questo, deve anche assumersi la responsabilità di definirsi parte del problema.

    Speriamo che Elon Musk su questo punto ci pensi non una ma più e più volte.