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  • Perché adesso TikTok preoccupa tutti gli stati e governi

    Perché adesso TikTok preoccupa tutti gli stati e governi

    TikTok ormai preoccupa, in maniera crescente, gli stati e governi un po’ di tutto il mondo. Improbabile che si arrivi ad un divieto esteso agli utenti privati, ma le istituzioni governative europee, americane e canadesi stanno iniziando a vietare l’app. Vediamo, in sintesi, di comprenderne di più.

    Negli ultimi giorni si è parlato molto della possibilità che TikTok possa essere vietato un po’ ovunque. Ma, diciamole subito e chiaramente: un possibile divieto dell’uso di TikTok per gli utenti privati è assolutamente improbabile. Proprio nelle ultime ora, alcuni movimenti per i diritti civili digitali, negli Usa, stanno protestando contro una ipotetica possibilità di ban verso TikTok, in quanto violerebbe i diritti della persona secondo il primo emendamento.

    Quindi, la possibilità di vietare TikTok per gli utenti privati non è presa in considerazione da nessuno. Il tema piuttosto riguarda le istituzioni pubbliche, a livello mondiale, che nei giorni scorsi hanno adottato provvedimenti di divieto per i funzionari e i dipendenti delle varie istituzioni pubbliche, perché sussistono rischi sulla sicurezza.

    Come saprete certamente, negli ultimi giorni si è parlato molto della decisione delle tre istituzioni europee, vale a dire Parlamento, Consiglio e Commissione UE di vietare l’uso di TikTok, di cancellarla dal proprio smartphone entro il 15 marzo di quest’anno, in quanto comporterebbe seri rischi per la sicurezza delle istituzioni.

    divieto tiktok governo stati

    La stessa cosa ha poi fatto il governo del Canada, con divieto immediato. In questo caso il primo ministro canadese, Justin Trudeau, si è augurato che questo ban per le istituzioni governative possa servire come esempio per gli utenti canadesi, spingendoli a cancellare l’app dal proprio dispositivo mobile.

    E si è mossa in questa direzione anche l’amministrazione Usa, guidata dal presidente Joe Biden, che ha invitato tutti i dipendenti e funzionari delle amministrazioni federali a cancellare l’app entro i prossimi 30 giorni. Una decisione, questa, che segue la battaglia che aveva iniziato nel 2020 Donald Trump che si trovò sul punto di smembrare le attività Usa di ByteDance, la società cinese che gestisce TikTok, per affidarle ad un’azienda terza e Oracle vi andò molto vicino. Poi arrivò Biden e non se ne fece più nulla. Solo che adesso i repubblicani fanno pressione su Biden, in virtù della sua decisione verso TikTok, per appoggiare la legge in discussione al Congresso che porterebbe ad un divieto esteso dell’app in tutti gli Usa.

    Come detto all’inizio, un divieto dell’app esteso anche agli utenti privati non è assolutamente praticabile e non risolverebbe il vero problema.

    Già, ma qual è il problema?

    Il problema è che TikTok non solo condivide i dati dei suoi utenti, così come fanno anche le altre app social media, ma li assorbe anche da tutte le altre app che sono installate su uno smartphone. Questo è il vero punto del problema che riguarda, soprattutto, le istituzioni pubbliche. E stiamo parlando di dati personali e di dati biometrici, ossia quei dati che definiscono le “caratteristiche fisiche, fisiologiche e comportamentali di una persona fisica” (GDPR art. 4, par. 1, n. 14).

    Il problema è dovuto al fatto che oramai è sempre più promiscuo l’uso che si fa del proprio smartphone. Lo si usa tanto dal punto di vista personale quanto dal punto di vista lavorativo e professionale. E, come abbiamo visto, negli anni della pandemia e successivi, questo utilizzo misto è sempre stato più esteso anche per via del remote working.

    Da qui nascono le preoccupazioni delle istituzioni pubbliche, e cioè che questi dati possano essere condivisi anche con TikTok, in quanto presente sullo smartphone, e condivisi con funzionari cinesi.

    Non se ne è discusso molto, ma circa tre mesi fa è stata proprio TikTok ad ammettere la condivisione dei dati dei propri utenti, e di quelli raccolti dalle altre app, con le proprie sedi nel mondo. E cioè con la sede brasiliana, con la sede israeliana e anche con la sede cinese.

    Ma non solo vi è questo tipo di condivisione, TikTok deve condividere i propri dati anche con il governo cinese, in virtù di una legge precisa del governo.

    Ora, la situazione è molto delicata e ByteDance anche in questi giorni ha sempre negato, a più livelli e in diverse occasioni, di condividere dati con il governo cinese o di aver ricevuto pressioni in tal senso. Ma un problema di condivisione dei dati c’è e bisogna prenderne atto.

    In una situazione difficile come stiamo vivendo, con gli equilibri internazionali molto fragili, soprattutto dal punto di vista delle relazioni Usa-Cina e del ruolo che la stessa Cina può giocare nella guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, un possibile divieto di TikTok a livello quasi globale sarebbe pericoloso, oltre che inutile.

    Inutile perché, fatte salve le preoccupazioni mosse dalle istituzioni pubbliche, anche vietando all’utente privato di usare l’app TikTok il problema della condivisione dei dati non verrebbe assolutamente risolto.

    Un recente studio di Gizmodo ha dimostrato come TikTok raccolga i dati da oltre 28 mila applicazioni. Si tratta di app che utilizzano l’SDK (il kit di sviluppo dell’app) usato da TikTok. Si tratta di strumenti che integrano le app con i sistemi di TikTok e inviano i dati degli utenti di TikTok per funzioni come annunci all’interno di TikTok, accesso e condivisione di video dall’app.

    Ma le app non sono l’unica fonte di dati di TikTok. Esistono tracker TikTok distribuiti anche su tantissimi siti web. Va poi detto che il tipo di condivisione dei dati che TikTok sta praticando è altrettanto comune a quello che fanno altre app, web e mobile.

    Questo per dire che anche vietando l’uso di TikTok a tutti gli utenti il problema non verrebbe comunque risolto.

    Insomma, questo era un tentativo, sintetico, anche perché il tema sarebbe ancora più esteso e complesso, per cercare di dare una spiegazione a quanto sta succedendo in questi ultimi giorni.

    A questo proposito, segnalo anche l’episodio del podcast di Marco Maisano “Ma perché?” proprio dedicato a rispondere alla domanda “ma perché TikTok rischia il bando?”.

  • Bluesky, l′app decentralizzata è ora in beta privata su iOS

    Bluesky, l′app decentralizzata è ora in beta privata su iOS

    Bluesky, l’app decentralizzata di Jack Dorsey, co-fondatore ed ex CEO di Twitter, è stata lanciata in versione beta privata su iOS. Ricorda molto Twitter e potrebbe essere la vera alternativa alla piattaforma oggi di proprietà di Elon Musk.

    Diciamoci la verità, la fuga da Twitter nei numeri non si è verificata. E Mastodon ha già perso il suo appeal, dove gli utenti sono calati nel mese di gennaio. Segno che la ricerca di una vera alternativa, dopo l’arrivo di Elon Musk come nuovo proprietario di Twitter, non è ancora finita.

    E, tra le tante, l’alternativa più attesa, di cui si parla da tempo e che riguarda proprio l’ex co-fondatore di Twitter, Jack Dorsey, che l’ha pensata inizialmente proprio con Musk (che cortocircuito!), è Bluesky. Ed è notizia di ieri che la versione decentralizzata di Twitter, perché questa doveva essere all’origine, è stata lanciata in formato app per iOS in versione beta privata, sempre su invito.

    Seguendo ciò che riporta TechCrunch, in effetti Bluesky sembra davvero Twitter a partire dalla timeline, per non parlare della pagina profilo. La sensazione di trovarsi su Twitter è davvero reale.

    bluesky twitter ios franzrusso

    Come detto, il progetto Bluesky è stato lanciato da Jack Dorsey, annunciato con una sere di tweet alla fine del 2019, con l’obiettivo di creare una piattaforma libera e decentralizzata, quindi indipendente, per permettere a chiunque di usare i social media come protocollo, come strumenti che ognuno di noi può usare liberamente. Per rendere l’idea in maniera più esplicita, anche se adesso l’esperienza Mastodon è più diffusa per quasi tutti, si parla di una sorta di protocollo simile all’e-mail.

    Dagli screenshot diffusi, si vede che Bluesky ripropone un po’ le dinamiche di Twitter, ci sono i commenti, i “mi piace”, i retweet e i, appunto, profili. Non che sia una novita nel panorama delle alternative a Twitter che esistono oggi, ma è quella che più richiama Twitter anche dal punto di vista grafico. Del resto, da questa versione sarebbe dovuto iniziare il nuovo futuro di Twitter.

    Ovviamente, il passaggio di passaggio di mano della società di San Francisco al proprietario della Tesla ha fatto sì che i progetti di lancio venissero accelerati, in modo da provare a dare una alternativa simile all’originale ai tanti scontenti del Twitter 2.0 di Elon Musk.

    Bluesky si basa sul proprio protocollo social open-source, chiamato Authenticated Transfer Protocol (che sta per Protocollo di Trasferimento Autenticato), in breve, “AT Protocol”. A spiegare, per certi versi, di cosa stiamo parlando, vale la pena riportare la definizione che Bluesky dà di sè come “social network federato“, in cui reti separate esistono all’interno di un unico hub. Appunto, ricorda molto l’idea tecnica di Mastodon.

    AT Protocol si basa su quattro principi, e sono: portabilità degli account, algoritmo, prestazioni e interoperabilità. Sulla base di questi principi, sarà possibile trasferire facilmente i dati del proprio account a un altro provider Bluesky e, anche, di avere un maggiore controllo.

    Secondo Jack Dorsey, Bluesky potrebbe contribuire a ridurre la capacità delle grandi piattaforme centralizzate, come Twitter, di avere così tanto potere nel decidere quali utenti e comunità possono esprimersi e chi è responsabile della moderazione dei contenuti. Un tema molto delicato in questo periodo.

    Teoricamente, Twitter e Bluesky restano legate in qualche modo, se non altro per un finanziamento che la società di San Francisco fece al progetto di Dorsey di 13 milioni di dollari, prima che arrivasse Elon Musk. Ma, alla luce della gestione di Musk è poco probabile ipotizzare che lo stesso Musk decida di dare luogo ad un progetto comune. Sembra, invece, che le due piattaforme vadano avanti ognuna per la propria strada in maniera autonoma.

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    Bluesky, dopo questa fase in beta privata, su invito ricordiamolo, sembra intenzionata ad intensificare la propagazione dell’apertura dell’app e, evidentemente, le cose ormai sono sempre più lanciate verso un rilascio definitivo.

    Sul sito web dell’app è possibile ancora oggi inscriversi per mettersi in lista, se non lo avete ancora fatto.

    In un momento in cui il panorama dei social media va cambiando radicalmente, con un progressivo spostamento verso piattaforme premium che, di fatto, danno vita ad un’altra tipologia di interazione e coinvolgimento, l’arrivo di Bluesky potrebbe apparire come l’approdo ideale per tutti coloro che sono alla ricerca di una piattaforma dove il controllo dei contenuti è in mano agli utenti.

    E poi, vista la difficoltà che molti hanno riscontrato nel passare a piattaforme tipo Mastodon, non di facile intuizione per tutti, Bluesky potrebbe costituire una sorta di modello “ibrido”, nel proporre una modalità nuova con un approccio allo strumento più adatto a chi cerca soluzioni più immediate e rapide.

    Vedremo quando Bluesky arriverà anche su Android e a quel punto si potrà davvero cercare di fare qualche ipotesi sulla longevità del progetto, o meno.

  • Artifact, l’app di notizie su AI, è adesso aperta a tutti

    Artifact, l’app di notizie su AI, è adesso aperta a tutti

    Lanciata appena tre settimane fa Artifact, l’app di notizie alimentata dall’intelligenza artificiale è ora aperta a tutti.

    Lanciata appena tre settimane fa Artifact, l’app di notizie alimentata dall’intelligenza artificiale, realizzata dai cofondatori di Instagram, Kevin Systrom e Mike Krieger, è ora aperta a tutti.

    Dopo poche settimane dal lancio con una lista d’attesa, i due co-fondatori hanno deciso di aprire le porte dell’app a tutti gli utenti, rendendola scaricabile per iOS e per Android. Da oggi, quindi, non è più necessario inserire il proprio numero di telefono per utilizzare Artifact, a meno che non si voglia creare un account e passare a un altro dispositivo, mantenendo memorizzate le impostazioni.

    Come già saprete, Artifact ricorda molto i vecchi aggregatori di notizie, spariti da un bel po’, ma ha un caratteristica che la rende peculiare e interessante. Ed è il fatto che gli “articoli e i fatti” vengono aggregati dall’intelligenza artificiale. Si tratta di una modalità di selezione e visualizzazione dei contenuti che è molto simile a quella che è in uso su TikTok.

    Il feed è quindi alimentato dalla tecnologia machine learning che, mano a mano, selezione e propone i contenuti sulla base del tempo trascorso dell’utente, e non più sulla base dei click.

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    Una volta fatto l’accesso all’app, Artifact permette di selezionare gli argomenti di interesse, almeno 10, e poi i “publisher” di interesse. Una volta fatta questa operazione, l’app si apre con la sezione “For you”, la principale, dove comincerete a scorrere le notizie e a selezionare quelle di vostro interesse. L’intelligenza artificiale comincia a lavorare quando iniziate a leggere le notizie e, come dicevamo, comincia a considerare il tempo trascorso.

    Mano a mano che andrete avanti, vedrete che il feed comincia a portare alla vostra attenzione i contenuti interesse. Dopo le 10 letture, avrete sbloccate anche le statistiche e vedere quali argomenti avete letto di più e su quale testata/blog.

    artifact intelligenza artificiale franzrusso

    Nel mezzo della sezione “For you”, noterete le Headlines, ossia i titoli d maggiore interesse che a loro volta aggregano articoli su ciascun tema.

    La novità del lancio pubblico di oggi è l’aggiunta di un elemento social che può, per certi versi, portare a catalogare Artifact come un social delle notizie, come è stato già definito del resto. Si tratta della possibilità di sincronizzare la rubrica, quindi i contatti, per vedere se un articolo ottiene l’interesse da parte dei vostri contatti. Anche se non si saprà chi e quanti hanno visualizzato l’articolo, per ovvi motivi di privacy, resta comunque una funzionalità che non tutti attiveranno (chi scrive non lo ha fatto e non lo farà, appunto).

    E sotto ad ogni articolo compare il pollice verso, una modalità per far sapere all’intelligenza artificiale cosa ci piace, l’icona del segnalibro per salvare l’articolo e l’icona per condividere l’articolo.

    Ora, una piccola considerazione finale dopo aver usato l’app nella giornata di oggi.

    Finalmente un aggregatore di notizie molto utile e ce n’era bisogno. Per certi versi, richiama Nuzzel che qualcuno di voi ricorderà. Utile per salvare e condividere notizie e interessante osservare come l’intelligenza artificiale lavora.

    Solo che in alcuni casi non è molto preciso, perché, nonostante le notizie interessanti, spesso si tratta di notizie di diversi giorni addietro, se non settimane. Probabilmente servirà del tempo, ma il giudizio è molto positivo.

  • Meta come Twitter, la spunta blu è a pagamento

    Meta come Twitter, la spunta blu è a pagamento

    Anche Meta, come Twitter, lancia la sua versione a pagamento. Si chiama Meta Verified e permetterà di ottenere la tanto agognata spunta blue, su Facebook e su Instagram, e anche maggiore visibilità e reach. Ecco qualche considerazione.

    Non si può dire che lo scorso fine settimana sia stato noioso, almeno per quel che riguarda il panorama dei social media che diventa sempre più un luogo a pagamento, a differenza di come lo abbiamo sempre conosciuto.

    E così, mentre si discuteva dell’ultima mossa di Elon Musk, quella di rendere l’autenticazione a 2 fattori (A2F) via SMS a pagamento come funzionalità aggiuntiva all’abbonamento a Twitter Blue, Mark Zuckerberg, attraverso il suo canale su Instagram (il canale broadcast lanciato la scorsa settimana) lanciava Meta Verified, ossia una versione a pagamento, per Facebook e Instagram, che dietro il pagamento di una quota mensile permette di accedere a funzionalità aggiuntive. Vediamo quali.

    Intanto c’è da fare una precisazione. In molti hanno notato la quasi concomitanza dei due annunci, quello di Twitter e quello di Meta, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, ma non è possibile immaginare una risposta di Meta a Twitter nell’arco, appunto, di poche ore. appare evidente, come era già nell’aria, che Meta stesse lavorando alla sua versione a pagamento già da tempo.

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    Colpisce, e questa è solo una curiosità che può trovare qualche spiegazione squisitamente corporate, l’annuncio fatto di domenica mattina, orario Usa. Di solito questi annunci vengono fatti, più o meno a metà settimana. Probabile che Meta abbia optato per l’annuncio con Wall Street ancora chiusa in modo tale da poter verificare meglio la reazione dei mercati avendo la settimana a disposizione. Può darsi che questa osservazione sia sbagliata nel merito, ma la curiosità resta.

    Allora, Meta Verified è la versione a pagamento di Facebook e Instagram che prevede il pagamento di 11,99 dollari al mese, se l’abbonamento viene sottoscritto via web, o 14,99 dollari al mese se l’abbonamento viene sottoscritto via app iOS, probabile l’estensione anche sull’app Android anche se nessuno di Meta ne ha fatto menzione. Si tratta di un test che viene avviato, per ora in Australia e in Nuova Zelanda.

    Cosa offre Meta Verified ai sottoscrittori, principalmente creator?

    Come viene specificato da Meta, l’abbonamento a questa versione premium prevede la tanto agognata spunta blu, una “protezione proattiva dell’account”, accesso all’assistenza e, attenzione su questo ultimo punto, maggiore visibilità e portata (la reach).

    Se osserviamo bene quanto proposto, la differenze sostanziali con Twitter Blue (lo usiamo come metro di paragone per fare più chiarezza), per quello che si può rilevare, è che la verifica dell’account per avere la spunta blu avviene attraverso la presentazione di un documento personale, come può essere il proprio documento di identità o il proprio passaporto. Si tratta di una differenza non da poco che va nella direzione di contrastare, per davvero, il rischio di impersonificazione di altri e la possibilità hackerare con più facilità un account.

    Ricorderete il grande flop, l’autunno scorso, del lancio di Twitter Blue a tappeto, senza un minimo di controllo, e con i vari account fake che, semplicemente dietro il pagamento di 8 dollari, riuscivano ad ottenere la spunta blu e a creare account falsi di aziende o personaggi famosi. Eclatante il caso dell’azienda Lilly.

    Perché questo aspetto è importante rispetto a Twitter Blue? Semplicemente perché, ancora oggi, la spunta blu ottenuta con l’abbonamento non avviene attraverso la verifica del documento, cosa che invece è sempre avvenuta con il vecchio metodo di verifica, quello che Musk vuole cambiare perché lo ritiene “corrotto”.

    Aspetto rilevante, che interesserà appunto i creator, è la possibilità di avere, con Meta Verified, maggiore visibilità e reach, specificatamente per quanto riguarda “alcune aree della piattaforma, come la ricerca, i commenti e le raccomandazioni”, come ha specificato Meta. Si tratta di una considerazione rilevante per il fatto che oggi su Facebook, come su Instagram, è sempre più difficile riuscire a scalare il feed con contenuti rilevanti. È sempre più difficile riuscire ad essere visibili anche ai propri follower e per i creator questo è un grande problema che l’azienda ha sempre considerato poco. Adesso capiamo il perché.

    Ora, come abbiamo già accennato, Meta non è la prima azienda ad abbracciare una versione a pagamento. Lo sta facendo Twitter, appunto, lo fa Snapchat con la sua versione Plus, lo fa LinkedIn ormai dal 2005, lo fa Telegram.

    Appare evidente che tutte le aziende proprietarie di piattaforme social media si aviino a considerare forme a pagamento per contrastare la crisi finanziaria a livello globale, con conseguenza licenziamenti di massa, le difficoltà apparse dopo la pandemia, il mancato ritorno di massicci investimenti come è stato per Meta che ha investito molto sulla propria visione di Metaverso in un momento poco propizio. E c’è bisogno di abbracciare nuove forme di entrate anche per il calo dell’advertising.

    Dal punto di vista degli utenti, colpisce però che Meta, da sempre considerata la grande madre di tutti i social media, quella con i capitali, la forza finanziaria, lanci una sua versione a pagamento. E se Meta considera questa strada vuol dire che da oggi gli utenti sono un po’ meno “il prodotto”.

    Un’ultima considerazione, quasi amara, va fatta.

    Pensandoci bene, è bastata una pandemia per comprendere che quel modello di business, di agire quasi incontrollato e lanciato a velocità della luce, fosse insostenibile, anche per quelli più capaci. Il periodo della pandemia ha messo a nudo tante cose che non funzionavano.

    In mezzo ci sono gli utenti che adesso si ritrovano quei contenitori delle proprie esistenze un po’ meno liberi. Forse, è arrivato il momento di ripensare per davvero al modo in cui ci si relaziona a queste piattaforme.

  • Su Instagram arrivano i canali simili a quelli di Telegram

    Su Instagram arrivano i canali simili a quelli di Telegram

    Su Instagram arrivano i Canali Broadcast, una modalità che permetterà ai creator di inviare messaggi unidirezionali ai propri follower. Si tratta di una funzionalità che è identica a quella di Telegram.

    Attraverso il suo CEO, Mark Zuckerberg, Meta ha annunciato il lancio dei canali broadcast su Instagram, ossia una modalità che permetterà agli utenti, i creator, di creare un canale attraverso cui veicolare messaggi unidirezionali ai follower che decideranno di iscriversi. I followers che decideranno di seguire il canale, avranno solo la possibilità di poter interagire con i contenuti proposti attraverso emoji e votare nei sondaggi, quando proposti.

    Ora, no, non stiamo parlando di Telegram, ma proprio di Instagram e la modalità è praticamente simile, se non identica. Lo stesso Zuckerberg nel lanciare questa modalità ha avviato il suo canale chiamato “Meta Channel 📢” un luogo dove proporrà “notizie e aggiornamenti su tutti i prodotti e la tecnologia che stiamo costruendo in Meta”.

    Ecco, una caratteristica dei canali di Instagram, identica a quella di Instagram, è che il canale avrà il nome che deciderete di dargli e i contenuti saranno pubblicati con quel nome. Un po’ come avviene con il nostro canale su Telegram, appunto.

    instagram canali broadcast telegram franzrusso

    L’idea di Meta è quella poi di portare nei prossimi i canali anche sulle altre app della famiglia, come Messenger e Facebook, così come la possibilità di aggiungere un altro creator al canale.

    Senza girarci tanto intorno, come un po’ abbiamo fatto anche noi, ma era doveroso spiegare prima la novità, la funzionalità è identica a quella di Telegram che esiste ormai da qualche anno.

    I Canali Broadcast di Instagram non sono ancora disponibili per tutti e stanno seguendo una fase di test. Al momento lo usano la snowboarder Chloe Kim, la lottatrice di Jiu-Jitsu Mackenzie Dern e l’account di meme Tank Sinatra.

    Come avviare un canale broadcast su Instagram

    Ne momento in cui si avrà l’accesso alla funzionalità, si avrà la possibilità di avviare un canale dalla propria casella di posta elettronica di Instagram, e sarà prevista la possibilità di aggiungere il link del canale al proprio profilo per rendere più facile l’iscrizione dei follower. I canali possono essere aperti a tutti i vostri follower, ma si possono rendere esclusivi per gli abbonati a pagamento.

    instagram canali broadcast zuckerberg

    Al momento possono essere usati sono da mobile e non anche da desktop, come invece avviene per i canali Telegram. Ma non è escluso che questo possa accadere anche per i canali Instagram dopo questa fase di test.

    I Canali Broadcast di Telegram

    Per chi non fosse pratico con i canali di Telegram, è utile sapere che si tratta di strumenti attraverso i quali condividere contenuti, aggiornamenti, notizie, link che appartengono ad un argomento specifico oppure possono essere usati per condividere aggiornamenti di una testata, di un blog, di un servizio specifico. Il numero di follower che possono seguire i canali è infinito.

    Detto questo, sorprende un po’ questa scelta di Instagram che aggiunge altre modalità in dote ai creator che, per certi versi, si sovrappongono a quelle esistenti fino quasi a non comprenderne del tutto l’utilità. Certo, sarà interessante come queste evolveranno nel tempo.

    Sia chiaro, nulla da eccepire allo strumento canale che è potente e permette di creare spazi di aggiornamento utilissimi per chi necessita di un luogo simile. Ma resta qualche dubbio sull’utilità su Instagram. Staremo a vedere.

  • TikTok, gli utenti in Europa sono più di 150 milioni

    TikTok, gli utenti in Europa sono più di 150 milioni

    Gli utenti TikTok in Europa sono oltre 150 milioni. La società cinese comunica anche che i dipendenti nel vecchio continente sono oltre 5 mila in 10 paesi. Gli investimenti prevedono anche un secondo data center in Irlanda dove migreranno i dati degli utenti europei.

    A distanza di due anni, negli Usa al centro del dibattito c’è ancora la “minaccia” TikTok, per via dei rapporti Usa-Cina, proprio in questo momento storico, non proprio idilliaci, l’app cinese di proprietà di ByteDance continua ad investire in Europa. E questo produce, tra gli altri risultati, un risultato positivo anche per quanto riguarda il numero di utenti che usa la piattaforma di video brevi.

    TikTok, proprio per la situazione creatasi negli Stati Uniti, come dicevamo, ha continuato ad investire nel vecchio continente a supporto di una community che ora conta più di 150 milioni di utenti, erano 100 milioni a settembre del 2020.

    A livello globale, gli utenti di TikTok sono oltre 1,5 miliardi e 1 miliardo è il numero degli utenti attivi mensili. E poi, quasi un quarto degli utenti social media a livello globale usa TikTok, ossia il 23%. Altro dato che ci offre la misura del fenomeno TikTok a livello globale è che ogni giorno, sulla piattaforma, vengono visualizzati oltre 1 miliardo di video.

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    L’azienda cinese si impone in Europa anche dal punto di vista della presenza fisica con oltre 5 mila le persone impiegate in 10 Paesi europei: Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

    La società fa sapere che gli investimenti vanno nella direzione di garantire alla community europea e ai suoi dati la massima protezione e sicurezza, in particolare per quel che riguarda le nuove normative. La scorsa settimana TikTok ha presentato il suo primo report di riferimento in accordo con il Codice rafforzato di buone pratiche sulla disinformazione che fornisce oltre 2.500 data point sull’implementazione e l’applicazione delle policy di TikTok in 30 diversi Paesi europei. È in aggiunta in corso un piano specifico per garantire la futura conformità con il Digital Services Act (DSA) dell’Unione Europa.

    La trasparenza e la sicurezza sono gli elementi chiave che guidano gli investimenti di TikTok: è prevista a marzo l’apertura della sede dell’European Transparency and Accountability Centre a Dublino, mentre prosegue la pubblicazione dei rapporti trimestrali sull’applicazione delle Linee Guida della Community, nei quali l’azienda fornisce informazioni dettagliate sulla natura dei contenuti e degli account rimossi dalla piattaforma.

    Per estendere la capacità di conservazione dei dati in Europa, è in fase avanzata di finalizzazione un piano per la creazione di un secondo data center in Irlanda e sono in corso le trattative per sviluppare un terzo data center in Europa. I dati degli utenti europei cominceranno a migrare nei nuovi data center quest’anno e continueranno nel 2024.

    Infine, come parte del percorso di costruzione del rapporto di fiducia con la community, TikTok continua ad attuare la strategia di data governance delineata per l’Europa l’anno scorso che prevede un’ulteriore limitazione dell’accesso ai dati degli utenti europei da parte dei dipendenti, oltre a minimizzare i flussi di dati al di fuori dell’Europa e conservare in loco quelli degli utenti europei.

  • Elon Musk ci tiene a farci sapere che Twitter è tutto per sè

    Elon Musk ci tiene a farci sapere che Twitter è tutto per sè

    Nei giorni scorsi gli utenti su Twitter hanno notato che i tweet di Elon Musk sovraesposti, un’anomalia che trova spiegazione nel fatto che il CEO ha preteso un sistema per fare in modo che i suoi contenuti siano sempre visibili.

    Da mesi ci si interroga sul futuro di Twitter sotto la guida di Elon Musk. Abbiamo raccontato qui su nostro blog, e anche in audio nei vari Twitter Spaces, che in realtà il disegno di Elon Musk fosse piuttosto vago. Partendo da valori e principi alti, come la libertà di espressione, alla lunga l’idea “Twitter 2.0” sta prendendo sempre più forma.

    E, nonostante tutto quello che si è visto in queste ultime settimane, il ritorno di Donald Trump, la riattivazione di account dichiaratamente fascisti, razzisti e antisemiti, oltre al propagarsi della versione premium di Twitter, vale a dire Twitter Blue, l’essenza vera di tutta questa operazione costata 44 miliardi di dollari non è ancora chiara.

    Ma, forse, in queste ultime ore abbiamo avuto qualche segnale più chiaro di che cosa voglia fare Elon Musk con Twitter.

    Elon Musk vuole Twitter tutto per sè, è il suo giocattolo e nessuno glielo deve toccare. Questa è la verità riassunta in queste poche parole, perché è quello che emerge dalle notizie che si susseguono ormai da domenica sera, per la precisione dalla finale del Super Bowl, grande momento da sempre per Twitter per dimostrare la sua importanza in momenti come questi.

    elon musk twitter algoritmo 2023

    Ebbene, stando a quello che sta venendo fuori, riportato da Platfprmer, Elon Musk avrebbe chiesto ai suoi ingegneri di trovare un modo per rendere i suoi tweet visibili a tutti, follower o meno, e di fatto più coinvolgenti in assoluto. Inoltre, pare che il proprietario della Tesla abbia minacciato agli sventurati ingegneri che sarebbero stati licenziati se non ci fossero riusciti in tempi brevi. Ma perché questo?

    Ora ci arriviamo. Lunedì mattina su Twitter in tanti segnalavano di continuare a visualizzare, sempre in cima, nella sezione “Per te“, tweet di Elon Musk, in continuazione e anche da quelli che non lo seguivano. Una presenza massiccia senza che ci fosse alla base un reale interesse.

    E ora, da quanto raccontato da Platformer, la newsletter di Zoë Schiffer e Casey Newton, si riesce a comprendere la motivazione di questa esposizione massiccia. Ed è una spiegazione legata esclusivamente al super ego di Elon Musk.

    In pratica, come tutti sapete, domenica scorsa si è tenuta la già citata finale del Super Bowl, un momento molto importante per Twitter visto la grande condivisione live di contenuti che avviene durante tutto il match. Si trattava della prima finale per Elon Musk nelle vesti di CEO di Twitter. Lo stesso Musk aveva messo in guardia il team di introdurre meno novità durante il fine settimana per rendere la piattaforma più stabile per evitare qualche problema indesiderato, come è avvenuto nei giorni precedenti in occasione dell’introduzione dei 4 mila caratteri di lunghezza dei tweet per gli abbonati a Twitter Blue negli Usa.

    Ora sia Elon Musk che il presidente Usa, Joe Biden, hanno tifato per i Philadelphia Eagles, che hanno poi perso contro i Kansas City Chiefs. Una situazione insolita per Musk e che ha vissuto male, per il fatto che, secondo lui, Biden ostacoli la Tesla.

    La cosa che ha fatto infuriare letteralmente Elon Musk è stata che il suo tweet, a sostegno degli Eagles, ha ottenuto meno visualizzazioni di quello di Biden. In pratica, oltre 29 milioni di visualizzazioni per il tweet del presidente Biden e circa 9 milioni per il tweet di Musk (poi cancellato). Apriti cielo! Elon Musk, come raccontato su Platformer, è andato su tutte le furie e ha preteso che i suoi tweet avessero più visibilità e che dovessero arrivare a tutti.

    Da notare che Elon Musk ha oltre 128 milioni di follower e l’account del presidente Usa nel ha circa 29 milioni.

    Gli ingegneri di Twitter, un team di 80 persone, ha quindi lavorato per mettere a punto un sistema che permetta a Elon Musk di superare qualsiasi tipo di algoritmo e di avere una strada, come dire, “preferenziale”. I suoi tweet “dovranno” essere visti da tutti.

    Ecco spiegato del perché i tweet di Elon Musk sia visibili a chiunque. Ricorderete quando qualche giorno fa un ingegnere di Twitter aveva esposto la sua idea alla richiesta di spiegazioni, da parte di Musk, sul perché i suoi tweet fossero sempre meno coinvolgenti, dicendo semplicemente che era perché stava calando l’interesse verso quello che lo riguardava, portando a supporto della sua tesi un grafico di Google Trends che tracciava le ricerche di “Elon Musk”. Risposta: licenziato.

    Per spiegare le modifiche ieri fa Musk aveva twittato: “Portate pazienza, stiamo apportando modifiche all’algoritmo”.

    Ed è notizia di oggi che Elon Musk sia pronto a farsi da parte e a nominare un nuovo CEO entro fine di quest’anno, quando secondo lui “Twitter sarà più stabile”. Se lo dice lui.

    Insomma, questa vicenda ci racconta, se ce ne fosse bisogno, che Twitter per Elon Musk è soltanto uno strumento da maneggiare a piacimento. E chi non è d’accordo con questa visione, deve farsi da parte.

    Una visione, la sua, che manca di rispetto agli utenti, quelli che di fatto hanno resto Twitter lo strumento fondamentale per condividere e informarsi che è, nonostante tutto, ancora oggi; che manca di rispetto a coloro che ci lavorano che nella fase di transizione hanno pagato un duro prezzo; che manca di rispetto a chi ancora oggi investe su Twitter in visibilità, convinti che sia ancora uno strumento valido.

    Elon Musk ha comprato Twitter per potersi definire anche proprietario di un media, senza sapere che cosa questo comportasse.

    Sarà pure un visionario, innovativo, geniale, ma la vicenda Twitter sta mostrando a tutti anche un altro aspetto del suo carattere, quella di perdente. Speriamo bene per Twitter.

  • Twitter Blue, i tweet fino a 4 mila caratteri per gli abbonati

    Twitter Blue, i tweet fino a 4 mila caratteri per gli abbonati

    Lo aveva annunciato Elon Musk un mese fa e infatti è arrivata la possibilità di scrivere tweet fino a 4 mila caratteri di lunghezza. La possibilità resta solo per gli abbonati a Twitter Blue e, per ora, solo per gli utenti Usa. Cade quindi il limite dei 280 caratteri.

    La tabella di marcia annunciata da Elon Musk per arrivare alla versione di Twitter 2.0 procede così come lui aveva indicato un mese fa. Se ricordate, qualche settimana fa, a proposito del nuovo layout che prevede la home divisa in “Per te” e “Seguiti”, mandando in soffitta la stellina, avevamo segnalato che una modifica sostanziale sarebbe arrivata ai primi di febbraio 2023, e così in effetti è stato.

    E si tratta di quella che è stata annunciata quando in Italia erano circa le 21 dell’8 febbraio 2023. E parliamo della possibilità di scrivere “long tweet”, ossia tweet della lunghezza fino a 4 mila caratteri.

    La possibilità resta però solo per gli abbonati a Twitter Blue, la versione di Twitter a pagamento, e solo per gli utenti negli Usa. Ma tanto è bastato per far cadere, nuovamente, il limite dei caratteri che, comunque, restano fissati a 280 per tutti gli altri utenti.

    Ricorderete quando nel 2017 venne abbattuto il limite dei 140 caratteri, vero elemento distintivo di Twitter fino ad allora. Fu visto come un tentativo di snaturare la piattaforma anche se poi l’effetto fu abbastanza minimo. Per l’occasione, potete rileggere anche i pareri degli esperti a cui avevamo chiesto un’opinione a riguardo, tutte interessanti.

    twitter blue 4 mila caratteri franzrusso.it

    Ma, tornando ad oggi, con l’allungamento a 4 mila caratteri, anche se lanciata come funzionalità ristretta e accessibile solo agli abbonati a Twitter Blue, in qualche modo decreta la fine di Twitter per come lo abbiamo sempre conosciuta. Perché è anche dal superamento di questo limite che prende sempre più forma il “Twitter 2.0” di Elon Musk.

    Quindi, coloro che avranno la possibilità di scrivere tweet più lunghi saranno certamente disincentivati a formare thread con una fila di tweet per spiegare il proprio pensiero, mentre tutti gli altri potranno mettere like, fare retweet o citare con un tweet. I tweet più lunghi appariranno per tutti nei primi 280 caratteri e poi apparirà la dicitura “Mostra di più”, cliccando la quale il tweet si aprirà in tutta la sua lunghezza.

    Da segnalare che proprio intorno alle 21 di ieri, come dicevamo, Twitter ha subito un down considerevole a livello globale, al punto da creare non pochi disagi a chi stava seguendo il Festival di Sanremo. Ma non solo, tanti utenti hanno segnalato anche la visualizzazione di messaggi di errore del tipo “Hai superato il limite dei tweet di oggi” o “Hai superato il limite delle persone da seguire oggi”.

    In realtà si tratta di due limiti attivati nello stesso momento in cui Twitter lanciava appunto il i tweet fino a 4 mila caratteri.

    Nei fatti, esisterà un limite di tweet al giorno che è fissato a 2.400 tweet e un limite per gli account da seguire fissato a 400 al giorno. Esisterà anche un limite per il numero di DM (messaggi diretti) fissato a 500 al giorno.

    Il down ha, per la verità, interessato altre piattaforme come Instagram e YouTube, più o meno nello stesso periodo.

    Intanto, visti i disagi che il down ha creato in concomitanza del lancio di una nuova funzionalità, Elon Musk, con una mail interna, invita gli sviluppatori di Twitter ad evitare il lancio di novità nei prossimi giorni, soprattutto in vista del Super Bowl, evento sportivo molto seguito su Twitter.

    Quello che resta è che da oggi Twitter non sarà più lo stesso. E non significa che è finito.

  • Twitter Blue, negli Usa gli abbonati sono meno di 300 mila

    Twitter Blue, negli Usa gli abbonati sono meno di 300 mila

    Secondo un documento interno di Twitter, il cui contenuto è stato riportato da The Information, gli abbonati a Twitter Blue negli Usa, il mercato più grande della piattaforma, sono meno di 300 mila.

    Approdato da poco anche in Italia, e in altri 5 paesi (tra i quali Arabia Saudita, Francia, Germania, Portogallo e Spagna, per un totale di 12), al costo di 8 dollari al mese se effettuato dal web (che scendono a 7 se si sceglie l’abbonamento annuale) e di 11 euro se si sceglie l’abbonamento da iOS o Android, Twitter Blue, la versione premium di Twitter in realtà non sta decollando come si sperava. Anzi, come Elon Musk sperava.

    Dai numeri che sono stati diffusi in questi giorni, si capisce che le cose non vanno per il verso giusto e, forse, è il caso che proprio Elon Musk riveda un po’ gli obiettivi che si era prefissato di raggiungere in questo anno.

    Ma partiamo dai numeri. The Information, solitamente molto informato, nei giorni scorsi ha pubblicato un report citando un documento interno all’azienda il quale riportava che il numero di abbonati a gennaio di quest’anno, negli Usa, il mercato più grande per Twitter, ammontava a circa 180 mila utenti. Un numero decisamente inferiore alle attese e che si attesta tra lo 0,2% e lo 0,3% degli utenti attivi mensili, restano fermi agli ultimi dati.

    Twitter blue abbonamenti

    E con questi numeri, all’interno del mercato dove risiede il 62%, più o meno, degli utenti della piattaforma, è dura per Elon Musk trasformare Twitter Blue nello strumento in grado di fornire la metà degli introiti, fissati a 3 miliardi di dollari. Sta per diventare una sfida, quasi, impossibile.

    Ora, tenendo per buoni i numeri che si trovano all’interno di quel documento interno visionato da The Information, è verosimile dire che gli utenti paganti, negli Usa siano meno di 300 mila, ovvero sia 290 mila.

    https://twitter.com/travisbrown/status/1619722713786118144

    Le rilevazioni fatte dal ricercatore Travis Brown in effetti danno questi numeri che corrispondono a quelli contenuti all’interno del documento interno.

    Sulla base di queste rilevazioni, allora si può dire che Twitter sta guadagnando circa 7,2 milioni di dollari a trimestre, numeri tutto sommato non cattivi. Ma vanno comunque contestualizzati alla realtà di Twitter.

    E qui ritornano gli obiettivi fissati da Elon Musk con il suo programma “Twitter 2.0”. Infatti, questo programma prevede che i ricavi provenienti da Twitter Blue debbano raggiungere il 50% dei ricavi totali. Obiettivo al momento attuale assai poco raggiungibile.

    Se consideriamo il numero di circa 300 mila abbonati negli Usa, stiamo parlando di un numero molto piccolo rispetto al numero totale di utenti iscritti a Twitter. E anche dopo l’estensione di Twitter Blue ad altri paesi è molto probabile che la situazione, in proporzione, resti analoga.

    Quindi, come farà Elon Musk a raggiungere a cifra di 3 miliardi di dollari entro quest’anno se anche l’advertising comincia a soffrire? Dopo l’arrivo di Musk sono stata centinaia le aziende che hanno deciso si abbandonare l’advertising sulla piattaforma, per via delle tante decisioni controverse, assolutamente in antitesi rispetto alla gestione precedente.

    A tutto questo va aggiunto la recente decisione di cancellare l’accesso gratuito agli API e trasformarlo a pagamento, scelta che sta penalizzando le agenzie di social media monitoring, i ricercatori universitari. Si tratta di una scelta che avrà una ricaduta anche sulle aziende in termini di costi aggiuntivi.

    Va aggiunto anche l’intenzione di rendere la spunta per le aziende a pagamento, circa 1000 dollari al mese. Al momento un’idea che non ha ottenuto alcun riscontro positivo.

    Insomma, i numeri non sono rosei e le previsioni neanche. Mettere a pagamento la spunta blu, perché di questo si tratta, non comporterà un aumento di interesse ma, invece, un calo di attenzione verso un aspetto tanto agognato in passato. E al momento non si intravede alcuna motivazione particolare per passare alla versione premium, a meno che non avvenga qualcosa di veramente rilevante.

    Forse, il tema si riproporrà quando Twitter, da qui a qualche mese, annullerà tutte le spunte blu tradizionali, vale a dire circa 400 mila utenti che potenzialmente saranno disposti a pagare pur di mantenere la spunta. Certo, ci saranno altri 400 mila abbonati e niente più.

  • PeperoniAI, ecco l’intelligenza artificiale empatica

    PeperoniAI, ecco l’intelligenza artificiale empatica

    Arriva da Ferrara l’app di intelligenza artificiale empatica. Si chiama PeperoniAI, sviluppata dalla tech company ferrarese 22HBG, e ambisce a migliorare la vita delle persone. Già disponibile per iOS, presto lo sarà anche per Android.

    È un momento in cui non si parla d’altro che di intelligenza artificiale generativa, ossia quella in grado di generare nuovi contenuti o di modificare quelli esistenti. Esempio eclatante di queste settimane è rappresentato da ChatGPT, sviluppato da OpenAI che ha portato l’attenzione di tutti verso questo fenomeno che si stat ormai diffondendo a macchia d’olio.

    E propri da questa esperienza, in molto hanno notato che in effetti, accanto alla capacità di rispondere alle varie richieste in maniera, più o meno, esaustiva, mancava l’empatia, ossia quella capacità di coinvolgere l’interlocutore facendo leva anche sulle emozioni.

    Ebbene, abbiamo scritto “mancava” appositamente, perché da oggi, anzi da ieri, l’intelligenza artificiale empatica esiste e arriva da Ferrara.

    Si chiama PeperoniAI, dal nome della piattaforma di gestione contenuti da cui deriva. L’app di intelligenza artificiale , on line su iOS e presto sarà disponibile anche per Android, lanciata dalla 22HBG, tech company ferrarese fondata da Gianluca Busi. Partner di aziende internazionali leader nel campo della tecnologia e delle telecomunicazioni (recente l’apertura di una sede in Senegal), 22HBG promuove soluzioni digitali configurandosi come una Hub che “ambisce a migliorare la qualità della vita delle persone“, ‘umanizzando’, con la nuova App, la ‘freddezza’ dell’intelligenza artificiale.

    PeperoniAI intelligenza artificla empatia

    L’App, già scaricabile dall’App Store e tra le primissime in Italia, precede il bisogno dei clienti di potersi relazionare ad altri, per iscritto, con parole adeguate. Il modello di riferimento è OpenAi, dalla quale si differenzia per un’impronta empatica. Al testo si combina infatti l’umore, lo stato d’animo, i sentimenti che animano chi la utilizza, senza snaturarlo, con un tono che può essere formale o informale.

    Come funziona e a chi si rivolge PeperoniAI

    Come ci conferma lo sviluppatore, Renzo Marrazzo, “si è voluto rendere il risultato il più aderente possibile all’identità del fruitore/autore“. Diverse le categorie cui accedere: Media, Education, Writing, Marketing, suddivise a loro volta in tipologie di messaggio. E se per l’Education, ad esempio, si può chiedere di scrivere tanto il riassunto di un libro quanto una poesia, per il marketing si ottengono prevalentemente contenuti di copywriting. Un percorso intuitivo che conduce all’utilizzo di una semplice chat, che in pochi secondi dà riscontro.

    PeperoniAI, è rivolto a chi non ha dimestichezza con la parola scritta ma ha necessità di farsi comprendere; ai social media manager che devono realizzare post; ad utenti che vogliono soddisfare curiosità. Grazie a tutti gli elementi introdotti, il wizard fornisce anche idee. Categorie e tipologie di contenuti saranno potenziati nei mesi, automaticamente.

    Tra le implementazioni previste, cosa non da poco, il codice di programmazione per immagini e grafiche. Un approdo, quello dell’App, in linea con la filosofia dell’azienda, che ha dedicato il 2022 allo studio delle opportunità del Web 3, della Blockchain e del Metaverso, fino ad arrivare a Peperoni, Digital Content Manager che riduce i tempi di gestione dei contenuti aziendali e snellisce processi di archiviazione, catalogazione, distribuzione, misurazione.

    Un’esigenza sentita dai brand che puntano su una strategia di comunicazione che non sia solo social e che vogliono mettere ordine nell’accumulo di contenuti di diverso formato, quindi testi, video, audio, app e podcast.

    Allora Ferrara è pronta a diventare la nuova Silicon Valley?

    La Silicon Valley rimane un importante centro per l’innovazione tecnologica e l’imprenditorialità, ci sono anche opportunità per l’innovazione e l’imprenditorialità in altre parti del mondo. Anche una città come Ferrara, con le giuste condizioni e incentivi, può diventare un centro per l’innovazione tecnologica e l’imprenditorialità. Ciò potrebbe includere investimenti in infrastrutture, formazione e programmi di supporto per le start-up, e la creazione di un ecosistema favorevole per l’innovazione e l’imprenditorialità“. 

    intelligenza artificiale empatica

    AI tra lavoro, sicurezza e privacy

    Il lancio di ChatGPT, e di altri modelli di intelligenza artificiale generativa, hanno sollevato non poche preoccupazioni per le diverse implicazioni che un uso eccessivo e poco controllato può generare. Ma secondo 22HBG , le AppAI, possono migliorare la qualità della vita delle persone in svariati modi: fornendo assistenza nella gestione del tempo, nell’organizzazione delle attività quotidiane, nella comunicazione con gli altri, nell’apprendimento di nuove competenze e nell’accesso a informazioni utili. Su questo aspetto Renzo Marrazzo ci ha risposto:

    “Ci sono AppAI che possono aiutare le persone con disabilità a comunicare utilizzando la voce o il linguaggio dei segni; ad apprendere nuove competenze, come lingue straniere, matematica, scienze e molto altro ancora. Altre che possono fornire informazioni utili su una vasta gamma di argomenti, come la salute, il benessere, le notizie, la cultura, lo sport e molto altro ancora”.

    E rispetto al mondo del lavoro?

    «Da una parte si teme che l’adozione di tecnologie AI possa causare la perdita di posti di lavoro, soprattutto per le professioni automatizzate, anche se ci sono studi che indicano come l’adozione di tecnologie AI potrebbe creare nuovi posti di lavoro e migliorare la produttività. Dall’altra parte, c’è la preoccupazione che le tecnologie AI possano perpetuare o addirittura amplificare le disuguaglianze esistenti, come la discriminazione basata sull’età, il genere o la razza».

    E ancora, Marrazzo aggiunge la sua opinione anche su quello che riguarda altri due temi spinosi, legati all’intelligenza artificiale, come la sicurezza e la privacy.

    In generale, è importante considerare sia i benefici che i rischi delle tecnologie AI nel mondo del lavoro e adottare misure per mitigare i rischi e sfruttare al meglio i benefici. Ciò può includere la formazione e la riqualificazione per le professioni che potrebbero essere colpite dall’automazione, nonché la creazione di standard etici e di protezione dei dati per garantire che le tecnologie AI siano utilizzate in modo responsabile e rispettoso dei diritti umani“.

    Ecco, a questo punto non vi resta che andare sull’App Store e scaricare l’app PeperoniAI e metterla alla prova. E poi, se volete, fateci sapere cosa ne pensate.