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  • Twitter, ecco come funziona la nuova verifica per le aziende

    Twitter, ecco come funziona la nuova verifica per le aziende

    Twitter rilascia la nuova modalità per ottenere la spunta color oro per le aziende. Si prevede un costo di 950 euro al mese, più altri 50 euro per ogni account affiliato. Ogni account aziendale avrà accesso a Twitter Blue.

    Circa un mese fa The Information rivelava che era intenzione di Twitter guadagnare anche sul rilascio della spunta di colore oro per le aziende e si paventava una cifra molto vicina ai mille dollari al mese. E, dopo appunto quattro settimane, esiste la conferma.

    La nuova sputa oro pensata per le aziende e le organizzazioni avrà un costo mensile di circa 1.000 euro al mese, e fra poco vedremo il perché “circa”.

    La nuova modalità consentirà alle aziende di continuare a mantenere il segno di spunta, diventato di colore oro da quando Elon Musk, nuovo proprietario di Twitter, ha voluto diversificare gli account dal colore della spunta: blu per tutte le persone che si abbonano a Twitter Blue; oro, appunto, per le aziende e le organizzazioni; grigia per le istituzioni pubbliche e governative.

    Dopo quella rivelazione di The Information si erano creati diversi rumors che confermavano o che sconfessavano l’idea di provare a guadagnare anche sugli account delle aziende.

    La spunta oro per le aziende

    Ebbene, come si legge dalla pagina dedicata di Twitter, la nuova modalità di verifica per le aziende, che prevede il segno distintivo della spunta color oro, è ormai effettivo anche in Italia e in altri paesi come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Regno Unito, Arabia Saudita, Francia, Germania, Portogallo, Spagna, India, Indonesia e Brasile. La modalità sta poi per essere estesa anche in altri paesi.

    twitter varifica aziende spunta oro 2023

     

    In riferimento al nostro paese, l’ottenimento, e quindi il mantenimento per coloro che ne sono già dotati, della spunta color oro avrà un costo extra di 950 euro al mese. A questi Twitter prevede di aggiungere altri 50 euro mensili per ogni affiliato che si verifica come appartenente a quella particolare azienda. Infatti, le aziende verificare all’interno del loro profilo vedranno apparire un’altra sezione, denominata appunto “Affiliati”, nella quale verranno inseriti tutti i profili Twitter aziendali.

    Twitter: spunta oro per le aziende, 950 euro al mese

    Ma cosa si otterrà pagando 950 euro al mese più altri 50 per ogni profilo affiliato?

    Intanto l’ottenimento, e il mantenimento, qualora già la si possedesse, della spunta adesso diventata oro con il formato quadrato della foto profilo; la possibilità di poter gestire il proprio account, aggiungendo o eliminando account affiliati.

    E poi, cosa su cui Twitter sta puntando molto, l’accesso alla versione premium Twitter Blue. Quindi la possibilità per l’account dell’azienda, e di tutti gli altri profili affiliati, di poter accedere alle funzionalità aggiuntive previste da Twitter Blue. E cioè: modifica tweet, Cartelle di segnalibri, Tweet più lunghi (ora fino a 4 mila caratteri ma si pensa già di arrivare a 10 mila), maggiore visibilità nelle conversazioni e la metà degli annunci.

    Twitter ha previsto una sezione specifica all’interno della quale reperire tutte le informazioni e procedere, eventualmente, alla verifica del proprio account.

    Twitter verifica spunta oro aziende

    Ora, detto questo e spiegato come funziona la nuova modalità di verifica per le aziende e le organizzazioni su Twitter con la spunta oro, la domanda che ci si pone è: “ma conviene spendere mille euro al mese per avere tutto questo?“.

    Conviene pagare per avere la spunta color oro? Qualche considerazione

    Ogni azienda e organizzazione, a questo punto, è chiamata a fare le opportune valutazioni e capi se in effetti Twitter gioca un ruolo importante all’interno della propria strategia di comunicazione digitale. Si tratta quindi di valutare l’importanza dell’investimento e considerare se il costo aggiuntivo di questa funzionalità premium è giustificato per un’azienda.

    Quindi, prima di decidere se investire in un servizio di verifica come questo di Twitter, con la spunta dorata, conviene valutare attentamente gli obiettivi di marketing e comunicazione della azienda e se questo servizio aggiuntivo contribuirà a raggiungerli. Ecco alcuni fattori da considerare prima:

    • Visibilità e autenticità: una spunta color oro su Twitter potrebbe rendere l’account aziendale più visibile e autorevole, ma è da considerare se ciò avrà un impatto significativo sul proprio pubblico di riferimento e sulla percezione del marchio.
    • Costi-benefici: da valutare se il costo di circa mille euro al mese per la verifica è proporzionato ai benefici che ne deriveranno in termini di engagement, acquisizione di nuovi follower e percezione del marchio.
    • Priorità di marketing: da considerare se esistono altre aree di marketing e comunicazione digitale in cui l’investimento di mille euro al mese potrebbe portare a risultati migliori o più significativi per la propria azienda.
    • Budget: voce questa che spesso, per ovvi motivi, è quella basilare. In presenza di un servizio come questo, bisogna assocurarsi di avere un budget sufficiente per coprire il costo di questo servizio premium, senza sacrificare altre iniziative di marketing o attività aziendali già in essere e ritenute importanti.

    Spunta oro, pro e contro

    Insomma, vanno valutati attentamente i pro e i contro dell’investimento in un servizio di verifica con spunta dorata su Twitter e si deve essere sicuri, per quanto possibile, che sia allineato agli obiettivi e alle priorità dell’azienda.

    Se si ritiene che il costo sia giustificato e che il servizio offra un valore aggiunto significativo, allora questa potrebbe essere una scelta strategica per la tua comunicazione digitale. Ma se ci fossero dubbi o se il budget sia già limitato, allora sarebbe il caso di esplorare altre opzioni di comunicazione digitale, al fine di raggiungere i propri obiettivi.

  • Meta non rinnova l′accordo con la SIAE, ecco cosa cambia

    Meta non rinnova l′accordo con la SIAE, ecco cosa cambia

    Meta non rinnova l’accordo con la SIAE. A partire da oggi inizierà la rimozione del catalogo di musica con licenza dell’organismo per la tutela del diritto d’autore da tutte le piattaforme del colosso di Mark Zuckerberg. Ecco cosa cambia.

    La notizia è ormai nota è sta facendo molto discutere. Però cerchiamo di chiarire alcuni aspetti per meglio comprendere cosa accadrà da adesso in poi, fino a quando le cose non cambieranno.

    Stiamo parlando di Meta che ha deciso di non rinnovare l’accordo con la SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori) l’organismo, fondato nel 1882, che si occupa della tutela del diritto d’autore.

    Un portavoce di Meta ha dichiarato che non si è riusciti ad arrivare ad un accordo con l’organismo. “La tutela dei diritti d’autore di compositori e artisti è per noi una priorità assoluta” – ha continuato il portavoce – “e per questo motivo, a partire da oggi, non potremo più rendere disponibili i brani del repertorio SIAE all’interno della nostra libreria musicale.

    Crediamo che sia un valore per l’intera industria musicale permettere alle persone di condividere e connettersi sulle nostre piattaforme utilizzando la musica che amano. Abbiamo accordi di licenza in oltre 150 paesi nel mondo e continueremo a impegnarci per raggiungere un accordo con SIAE che soddisfi tutte le parti“.

    meta siae mancato accordo 2023 franzrusso

    Quindi esiste un difficoltà sulla ricerca di un accordo ma la porta resta aperta. Meta ha accordi, come sottolineato dal portavoce, anche con altri paesi. Infatti, la società di Mark Zuckerberg ha trovato accordi con gli organismi di tutela dei diritti d’autore in Francia, Spagna e Germania, tanto per citare qualche esempio.

    La posizione della SIAE è piuttosto netta, definendo la scelta di Meta “unilaterale e incomprensibile”

    A SIAE viene richiesto di accettare una proposta unilaterale di Meta prescindendo da qualsiasi valutazione trasparente e condivisa dell’effettivo valore del repertorio. Tale posizione, unitamente al rifiuto da parte di Meta di condividere le informazioni rilevanti ai fini di un accordo equo, è evidentemente in contrasto con i principi sanciti dalla Direttiva Copyright per la quale gli autori e gli editori di tutta Europa si sono fortemente battuti. Colpisce questa decisione, considerata la negoziazione in corso, e comunque la piena disponibilità di SIAE a sottoscrivere a condizioni trasparenti la licenza per il corretto utilizzo dei contenuti tutelati

    L’organismo conclude il comunicato sostenendo che “SIAE non accetterà imposizioni da un soggetto che sfrutta la sua posizione di forza per ottenere risparmi a danno dell’industria creativa italiana“. Una frase piuttosto dura.

    Ma come stanno le cose? Cosa è successo a tal punto da portare ad un mancato accordo?

    Come detto, Meta ha stretto accordi con gli organismi pari a quello della SIAE anche con altri paesi e nel momento in cui si è intavolata la trattativa per un nuovo accordo con la SIAE, ecco che tutto salta.

    E il motivo è che la SIAE chiede a Meta di applicare un tipologia di accordo che prevede la condivisione delle entrate. In sostanza l’organismo italiano vuole che Meta quantifichi il valore generato dai contenuti condivisi dagli utenti sulle piattaforme della casa di Menlo Park e sulla base di quello passare alla condivisione delle entrate. SIAE sostiene che questo è il modello già in essere con altre società come Google per YouTube e ByteDance per TikTok.

    Meta, dal canto suo, non intende modificare la sua tipologia che le ha permesso già di concretizzare accordi in 150 paesi, come ricordava il portavoce della società di Zuckerberg. Da oggi meno uno.

    Cosa succederà quindi per tutte le persone che condivideranno brani musicali coperti da licenza SIAE sulle piattaforme Meta?

    Allora, su Facebook e Instagram si tratta di un cambiamento evidente, visto che gli le persone non potranno più utilizzare brani del repertorio SIAE all’interno di Reels, video e Stories. Meta presto bloccherà tutti i contenuti che utilizzano musica di cui non ha i diritti.

    E poi:

    • I video di Facebook con musiche del repertorio SIAE saranno bloccati. Sarà possibile ricaricarli andando a sostituire il brano musicale.
    • Su Instagram, dove la musica può essere inserita sia nei post con foto che nei Reels, le canzoni saranno silenziate. In ogni caso, gli utenti potranno decidere di sostituire la musica silenziata con un brano del catalogo che non sia musica italiana.
    • Nelle Storie di entrambe le piattaforme, Facebook e Instagram, le musiche del repertorio SIAE verranno silenziate e non saranno più disponibili per futuri contenuti.

    La rimozione del catalogo SIAE dalle piattaforme Meta praticamente partirà già da oggi, ossia giovedì 16 marzo 2023, anche se ci vorrà almeno un paio di giorni perché la stesa rimozione sia applicata.

    Sulla vicenda è intervenuto anche Enzo Mazza, Federazione Industria Musicale Italiana, che sottolinea su LinkedIn come il mancato accordo “rischia di causare gravi danni anche all’industria discografica“.

    Insomma, se non si arriverà ad un accordo, cosa difficile per il momento come è facile da intuire, il mancato accordo avrà un impatto non da poco visto che il 99% della musica italiana è coperto da licenza SIAE.

    [Aggiornamento] Da segnalare che viene silenziata in automatico anche la musica straniera che in Italia viene rilasciata con licenza SIAE. Ecco spiegato perché, inserendo anche musica non italiana, la stessa viene silenziata

  • Meta, nuovi licenziamenti e abbandono di progetti

    Meta, nuovi licenziamenti e abbandono di progetti

    Meta da domani inizierà a licenziare 10 mila dipendenti, si tratta del secondo massiccio licenziamento dopo quello del novembre scorso. Zuckerberg ha scritto su Facebook che questa operazione  porterà a fermare anche progetti, come quello degli NFT.

    La notizia era già nell’aria da qualche giorno, in realtà da quando lo stesso Mark Zuckerberg ha affermato che questo anno sarebbe stato quella della “riduzione dei costi” e che ci sarebbero stati altri licenziamenti. E così è stato, purtroppo.

    In una settimana iniziata con il fallimento della Silicon Valley Bank, quella che per 40 anni era stata il punto di riferimento per startup e venture capitalist, ecco che arriva oggi la notizia di nuovi licenziamenti da parte di Meta, la società madre di Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp.

    Quello che si conosce, in questo momento, è che a partire da domani, mercoledì 15 marzo 2023, Meta inizierà i licenziamenti per un totale di 10 mila persone coinvolte e la chiusura della ricerca di 5 mila posizioni aperte. Si tratta quindi, dopo quella di novembre che portò a licenziare 11 mila dipendenti, di un nuova grande operazione di riorganizzazione dell’azienda.

    Meta licenziamenti 2023 franzrusso

    L’annuncio di Zuckerberg

    In un lunghissimo post su Facebook, Mark Zuckerberg parla di questa operazione che si svilupperà nei prossimi due mesi, con l’obiettivo di mettere in pratica “piani di ristrutturazione incentrati sull’appiattimento delle nostre organizzazioni, sulla cancellazione dei progetti a bassa priorità e sulla riduzione delle assunzioni“, scrive Zuckerberg.

    Sarà dura e non c’è modo di evitarlo. Significherà dire addio a colleghi talentuosi e appassionati che hanno fatto parte del nostro successo“, ha scritto Zuckerberg. “Sosterremo le persone negli stessi modi in cui abbiamo fatto finora e tratteremo tutti con la gratitudine che meritano“.

    Come detto, il contesto è già pesantemente scosso dal fallimento della Silicon Valley Bank e questa nuova ondata di massicci licenziamenti non aiuta a ristabilire un clima tranquillo, anzi.

    Secondo il sito Layoffs.fyi, nel 2022 sono state 1.050 le aziende che hanno licenziato un totale di oltre 160 dipendenti. Nei primi tre mesi del 2023 sono già 483 le aziende che stanno operando licenziamenti e 128.200 le persone che hanno perso il proprio lavoro nel settore tech. Sono numeri impressionanti e che, se le cose dovessero proseguire in questo modo, possono peggiorare ancora.

    E a proposito di progetti che non trovano riscontro concreto, prima che arrivasse la notizia dei nuovi licenziamenti di Meta, in Italia aveva avuto grande risalto la notizia che Meta sta per abbandonare uno dei progetti che avrebbero dovuto trovare riscontro concreto all’interno del grande progetto del Metaverso.

    E stiamo parlando del progetto che avrebbe dovuto abilitare gli NFT su Facebook e su Instagram, abbandonato sulla scia del rallentamento sul macro progetto del Metaverso.

    In tutta l’azienda, stiamo valutando attentamente le priorità per aumentare la nostra attenzione“, ha scritto Stephane Kasriel su Twitter. “Per il momento stiamo eliminando gli oggetti da collezione digitali (NFT) per concentrarci su altri modi per sostenere i creatori, le persone e le aziende“. L’azienda si sta invece concentrando su “aree in cui possiamo avere un impatto su scala“.

    L’anno “dell’efficienza” come dice Zuckerberg prende di mira, dal punto di vista dei progetti, proprio il Metaverso, quello su cui tutta l’azienda aveva puntato molto, a partire dal nome. Non che tutto viene chiuso, ma sicuramente subisce un forte rallentamento.

    Intanto, dal punto di vista dei mercati, Wall Street sembra accogliere positivamente questa mossa di Meta, il titolo guadagna in questo momento oltre il 6,5%.

  • Negli Usa gli utenti vogliono cancellare Instagram dallo smartphone

    Negli Usa gli utenti vogliono cancellare Instagram dallo smartphone

    Una recente ricerca di VPNOverview ha messo in evidenza come gli utenti americani sono sempre più intenzionati a cancellare Instagram dal proprio smartphone, più di qualsiasi altra app. Un dato che si inserisce nel dibattito sulle conseguenze che queste app hanno sugli utenti più giovani.

    Come abbiamo già ricordato più volte, i social media si trovano in una fase di grande cambiamento. Va ormai prendendo forma una situazione nuova che le piattaforme devono ben interpretare, sapendo bene che dall’altra parte gli utenti stanno cambiando atteggiamento.

    Possiamo presentare così l’atteggiamento degli utenti americani che, secondo una recente ricerca del VPNOverview, si rivolgono sui motori di ricerca richiedendo come cancellare o disattivare una particolare applicazione dal proprio smartphone.

    La ricerca ha monitorato questo andamento per 6 mesi, considerano in questo lasso di tempo quante volte gli americani scrivessero questo tipo di richieste. Ebbene, Instagram è quella che ha totalizzato più ricerche, o richieste, in assoluto tra tutte e 30 le app monitorate: ben oltre 900 mila.

    utenti usa cancellare instagram franzrusso

    Al secondo posto si piazza un’altra app di Meta, Facebook, ce ha totalizzato la metà delle richieste sui motori di ricerca con oltre 385 mila. A seguire Snapchat, molto usata negli Usa specie tra i più giovani, con oltre 217 mila richieste. A sorpresa, visto il gran parlare degli ultimi mesi, Twitter con più di 92 mila richieste e poi Telegram con oltre 24 mila.

    Vi starete chiedendo, giustamente di TikTok. L’app di ByteDance, nonostante il grande dibattito che la vede ormai al centro di un processo di cancellazione dagli smartphone governativi in Europa e in altri stati, ha ottenuto “appena” 14 mila richieste.

    Un dato molto interessante questo di Instagram, se consideriamo che l’app su cui Meta sta scommettendo di più è stata la seconda più scaricata nel 2022 con oltre mezzo miliardo di download, negli Usa, seconda solo a TikTok.


    Ascolta qui:


    Ma è un dato che si inserisce anche nel dibattito sulle conseguenze che un uso prolungato ed esteso di app come queste possono provocare soprattutto sugli utenti più giovani.

    Ricorderete che poco più di un anno fa il WSJ pubblicò un report segreto di Meta in cui si notavano gli effetti negativi di Instagram soprattutto sulle utenti più giovani, un dato che aprì il dibattito che proprio in questi giorni si riapre in maniera evidente.

    E, sempre rimanendo negli Usa, lo scorso anno il Pew Research rilevò che il 54% degli utenti adolescenti riteneva impossibile una vita senza i social media, mentre era possibile per il 46% di esse. Una opinione, come si può notare che divide a metà il pubblico dei più giovani.

    In Italia, da questo punto di vista, possiamo fare affidamento ai recenti dati di una ricerca di Telefono Azzurro, in collaborazione con Doxa Kids. La ricerca ha rilevato che quasi un terzo dei giovani intervistati, il 27% di essi, dichiara di sentirsi ansioso o agitato senza l’utilizzo dei social (il dato sale al 29% tra i giovani utenti di 15-18 anni ed è del 26% dai 12-14); mentre il 22% risponde addirittura che si sentirebbe perso.

  • Twitter targato Elon Musk, tra disagi e mancati pagamenti

    Twitter targato Elon Musk, tra disagi e mancati pagamenti

    Il malfunzionamento dell’altro giorno ha messo in evidenza, se ce ne fosse ancora bisogno, che Twitter ha serie difficoltà alle proprie infrastrutture. E forse qualcosa dipende anche dai mancati pagamenti ad Amazon.

    C’era forse qualcuno che immaginava che la completa capitolazione di Twitter sarebbe arrivata con in grandi eventi, come la Coppa del Mondo dello scorso dicembre, e invece. È bastato un semplice errore di aggiornamento di codice in un banale lunedì per farci rendere conto che ormai Twitter sta navigano nel mare di Internet senza motore, per inerzia. Pronto a fermarsi completamente al primo grande scoglio che ne determinerà la fine.

    Guardate, non è una ricostruzione sintetica o magari legata al sentimentalismo facile, perché a Twitter ci teniamo tutti, ma è la semplice verità. A meno che le cose non cambino, e in fretta.

    Ma giusto per dare un contesto più preciso, nei giorni scorsi si è scoperto che, in realtà, Twitter ha seri problemi alle proprie infrastrutture, quelle che permettono di mandare avanti la piattaforma così come la vediamo.

    Nei giorni scorsi le cronache riportano lo scontro con il gigante Amazon che è fornitore di una parte dei servizi cloud di cui Twitter deve usufruire. Ebbene, Amazon chiede che venga rispettato l’accordo firmato nel dicembre 2020, che avrebbe dovuto essere strategico (c’era ancora Jack Dorsey) per Twitter, lamentando mancati pagamenti per un totale di 70 milioni di dollari.

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    Come ritorsione, il gigante fondato da Jeff Bezos minaccia di non pagare 1 milione di dollari di pubblicità, per il primo trimestre del 2023.

    Il malfunzionamento che si verifica ormai di sovente sulla piattaforma è ormai da riferirsi ad una infrastruttura tecnica sempre più precaria e debole. Un risultato che è la conseguenza del licenziamento di quasi l’80 percento della forza lavoro di Twitter.

    Qualche giorno fa, uno dei tanti ingegneri licenziati da Elon Musk descriveva Twitter come un’azienda che ormai si muove sulla base di quello che è stato fatto prima, quasi per inerzia, pronta a fermarsi definitivamente alla prima grande difficoltà.


    Ascolta qui:


     

    Curioso rilevare come in realtà Twitter sfrutti davvero poco i servizi cloud di Amazon, su cui si poggiano Twitter Spaces e poco altro. C’è da dire anche che Twitter aveva proposto ad Amazon di rivedere gli accordi, revisione che da Seattle hanno rifiutato.

    Ma Twitter usa invece Google Cloud su cui poggia la quasi totalità della piattaforma, in virtù di un accordo da 1 miliardo di dollari per 5 anni. Su questo Twitter non ha chiesto revisioni e i pagamenti sono puntuali. Forse perché Google resta comunque un investitore importante e conviene mantenere buoni rapporti anche per l’indicizzazione sul motore di ricerca.

    Ora, di fronte a questa situazione il commento di Elon Musk conferma che, strano a dirsi per uno come lui, di non sapere di cosa si sta parlando. Risolvere tutto con “bisogna riscrivere il codice”, vuol dire non aver idea di come sia strutturata la piattaforma. E dopo 5 mesi comincia, in effetti, a destare ben più di una preoccupazione.

    Senza dimenticare che, a conti fatti, il calo dei ricavi dalla pubblicità nel 2022 è stato del 40% e non si conoscono dati oggettivi per i primi mesi di quest’anno. Ma visto l’andazzo, è facile pensare che il trend negativo sia proseguito ed è sempre più lontano il traguardo dei 3 miliardi di dollari per la fine dell’anno.

  • Perché adesso TikTok preoccupa tutti gli stati e governi

    Perché adesso TikTok preoccupa tutti gli stati e governi

    TikTok ormai preoccupa, in maniera crescente, gli stati e governi un po’ di tutto il mondo. Improbabile che si arrivi ad un divieto esteso agli utenti privati, ma le istituzioni governative europee, americane e canadesi stanno iniziando a vietare l’app. Vediamo, in sintesi, di comprenderne di più.

    Negli ultimi giorni si è parlato molto della possibilità che TikTok possa essere vietato un po’ ovunque. Ma, diciamole subito e chiaramente: un possibile divieto dell’uso di TikTok per gli utenti privati è assolutamente improbabile. Proprio nelle ultime ora, alcuni movimenti per i diritti civili digitali, negli Usa, stanno protestando contro una ipotetica possibilità di ban verso TikTok, in quanto violerebbe i diritti della persona secondo il primo emendamento.

    Quindi, la possibilità di vietare TikTok per gli utenti privati non è presa in considerazione da nessuno. Il tema piuttosto riguarda le istituzioni pubbliche, a livello mondiale, che nei giorni scorsi hanno adottato provvedimenti di divieto per i funzionari e i dipendenti delle varie istituzioni pubbliche, perché sussistono rischi sulla sicurezza.

    Come saprete certamente, negli ultimi giorni si è parlato molto della decisione delle tre istituzioni europee, vale a dire Parlamento, Consiglio e Commissione UE di vietare l’uso di TikTok, di cancellarla dal proprio smartphone entro il 15 marzo di quest’anno, in quanto comporterebbe seri rischi per la sicurezza delle istituzioni.

    divieto tiktok governo stati

    La stessa cosa ha poi fatto il governo del Canada, con divieto immediato. In questo caso il primo ministro canadese, Justin Trudeau, si è augurato che questo ban per le istituzioni governative possa servire come esempio per gli utenti canadesi, spingendoli a cancellare l’app dal proprio dispositivo mobile.

    E si è mossa in questa direzione anche l’amministrazione Usa, guidata dal presidente Joe Biden, che ha invitato tutti i dipendenti e funzionari delle amministrazioni federali a cancellare l’app entro i prossimi 30 giorni. Una decisione, questa, che segue la battaglia che aveva iniziato nel 2020 Donald Trump che si trovò sul punto di smembrare le attività Usa di ByteDance, la società cinese che gestisce TikTok, per affidarle ad un’azienda terza e Oracle vi andò molto vicino. Poi arrivò Biden e non se ne fece più nulla. Solo che adesso i repubblicani fanno pressione su Biden, in virtù della sua decisione verso TikTok, per appoggiare la legge in discussione al Congresso che porterebbe ad un divieto esteso dell’app in tutti gli Usa.

    Come detto all’inizio, un divieto dell’app esteso anche agli utenti privati non è assolutamente praticabile e non risolverebbe il vero problema.

    Già, ma qual è il problema?

    Il problema è che TikTok non solo condivide i dati dei suoi utenti, così come fanno anche le altre app social media, ma li assorbe anche da tutte le altre app che sono installate su uno smartphone. Questo è il vero punto del problema che riguarda, soprattutto, le istituzioni pubbliche. E stiamo parlando di dati personali e di dati biometrici, ossia quei dati che definiscono le “caratteristiche fisiche, fisiologiche e comportamentali di una persona fisica” (GDPR art. 4, par. 1, n. 14).

    Il problema è dovuto al fatto che oramai è sempre più promiscuo l’uso che si fa del proprio smartphone. Lo si usa tanto dal punto di vista personale quanto dal punto di vista lavorativo e professionale. E, come abbiamo visto, negli anni della pandemia e successivi, questo utilizzo misto è sempre stato più esteso anche per via del remote working.

    Da qui nascono le preoccupazioni delle istituzioni pubbliche, e cioè che questi dati possano essere condivisi anche con TikTok, in quanto presente sullo smartphone, e condivisi con funzionari cinesi.

    Non se ne è discusso molto, ma circa tre mesi fa è stata proprio TikTok ad ammettere la condivisione dei dati dei propri utenti, e di quelli raccolti dalle altre app, con le proprie sedi nel mondo. E cioè con la sede brasiliana, con la sede israeliana e anche con la sede cinese.

    Ma non solo vi è questo tipo di condivisione, TikTok deve condividere i propri dati anche con il governo cinese, in virtù di una legge precisa del governo.

    Ora, la situazione è molto delicata e ByteDance anche in questi giorni ha sempre negato, a più livelli e in diverse occasioni, di condividere dati con il governo cinese o di aver ricevuto pressioni in tal senso. Ma un problema di condivisione dei dati c’è e bisogna prenderne atto.

    In una situazione difficile come stiamo vivendo, con gli equilibri internazionali molto fragili, soprattutto dal punto di vista delle relazioni Usa-Cina e del ruolo che la stessa Cina può giocare nella guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, un possibile divieto di TikTok a livello quasi globale sarebbe pericoloso, oltre che inutile.

    Inutile perché, fatte salve le preoccupazioni mosse dalle istituzioni pubbliche, anche vietando all’utente privato di usare l’app TikTok il problema della condivisione dei dati non verrebbe assolutamente risolto.

    Un recente studio di Gizmodo ha dimostrato come TikTok raccolga i dati da oltre 28 mila applicazioni. Si tratta di app che utilizzano l’SDK (il kit di sviluppo dell’app) usato da TikTok. Si tratta di strumenti che integrano le app con i sistemi di TikTok e inviano i dati degli utenti di TikTok per funzioni come annunci all’interno di TikTok, accesso e condivisione di video dall’app.

    Ma le app non sono l’unica fonte di dati di TikTok. Esistono tracker TikTok distribuiti anche su tantissimi siti web. Va poi detto che il tipo di condivisione dei dati che TikTok sta praticando è altrettanto comune a quello che fanno altre app, web e mobile.

    Questo per dire che anche vietando l’uso di TikTok a tutti gli utenti il problema non verrebbe comunque risolto.

    Insomma, questo era un tentativo, sintetico, anche perché il tema sarebbe ancora più esteso e complesso, per cercare di dare una spiegazione a quanto sta succedendo in questi ultimi giorni.

    A questo proposito, segnalo anche l’episodio del podcast di Marco Maisano “Ma perché?” proprio dedicato a rispondere alla domanda “ma perché TikTok rischia il bando?”.

  • Bluesky, l′app decentralizzata è ora in beta privata su iOS

    Bluesky, l′app decentralizzata è ora in beta privata su iOS

    Bluesky, l’app decentralizzata di Jack Dorsey, co-fondatore ed ex CEO di Twitter, è stata lanciata in versione beta privata su iOS. Ricorda molto Twitter e potrebbe essere la vera alternativa alla piattaforma oggi di proprietà di Elon Musk.

    Diciamoci la verità, la fuga da Twitter nei numeri non si è verificata. E Mastodon ha già perso il suo appeal, dove gli utenti sono calati nel mese di gennaio. Segno che la ricerca di una vera alternativa, dopo l’arrivo di Elon Musk come nuovo proprietario di Twitter, non è ancora finita.

    E, tra le tante, l’alternativa più attesa, di cui si parla da tempo e che riguarda proprio l’ex co-fondatore di Twitter, Jack Dorsey, che l’ha pensata inizialmente proprio con Musk (che cortocircuito!), è Bluesky. Ed è notizia di ieri che la versione decentralizzata di Twitter, perché questa doveva essere all’origine, è stata lanciata in formato app per iOS in versione beta privata, sempre su invito.

    Seguendo ciò che riporta TechCrunch, in effetti Bluesky sembra davvero Twitter a partire dalla timeline, per non parlare della pagina profilo. La sensazione di trovarsi su Twitter è davvero reale.

    bluesky twitter ios franzrusso

    Come detto, il progetto Bluesky è stato lanciato da Jack Dorsey, annunciato con una sere di tweet alla fine del 2019, con l’obiettivo di creare una piattaforma libera e decentralizzata, quindi indipendente, per permettere a chiunque di usare i social media come protocollo, come strumenti che ognuno di noi può usare liberamente. Per rendere l’idea in maniera più esplicita, anche se adesso l’esperienza Mastodon è più diffusa per quasi tutti, si parla di una sorta di protocollo simile all’e-mail.

    Dagli screenshot diffusi, si vede che Bluesky ripropone un po’ le dinamiche di Twitter, ci sono i commenti, i “mi piace”, i retweet e i, appunto, profili. Non che sia una novita nel panorama delle alternative a Twitter che esistono oggi, ma è quella che più richiama Twitter anche dal punto di vista grafico. Del resto, da questa versione sarebbe dovuto iniziare il nuovo futuro di Twitter.

    Ovviamente, il passaggio di passaggio di mano della società di San Francisco al proprietario della Tesla ha fatto sì che i progetti di lancio venissero accelerati, in modo da provare a dare una alternativa simile all’originale ai tanti scontenti del Twitter 2.0 di Elon Musk.

    Bluesky si basa sul proprio protocollo social open-source, chiamato Authenticated Transfer Protocol (che sta per Protocollo di Trasferimento Autenticato), in breve, “AT Protocol”. A spiegare, per certi versi, di cosa stiamo parlando, vale la pena riportare la definizione che Bluesky dà di sè come “social network federato“, in cui reti separate esistono all’interno di un unico hub. Appunto, ricorda molto l’idea tecnica di Mastodon.

    AT Protocol si basa su quattro principi, e sono: portabilità degli account, algoritmo, prestazioni e interoperabilità. Sulla base di questi principi, sarà possibile trasferire facilmente i dati del proprio account a un altro provider Bluesky e, anche, di avere un maggiore controllo.

    Secondo Jack Dorsey, Bluesky potrebbe contribuire a ridurre la capacità delle grandi piattaforme centralizzate, come Twitter, di avere così tanto potere nel decidere quali utenti e comunità possono esprimersi e chi è responsabile della moderazione dei contenuti. Un tema molto delicato in questo periodo.

    Teoricamente, Twitter e Bluesky restano legate in qualche modo, se non altro per un finanziamento che la società di San Francisco fece al progetto di Dorsey di 13 milioni di dollari, prima che arrivasse Elon Musk. Ma, alla luce della gestione di Musk è poco probabile ipotizzare che lo stesso Musk decida di dare luogo ad un progetto comune. Sembra, invece, che le due piattaforme vadano avanti ognuna per la propria strada in maniera autonoma.

    bluesky twitter ios franzrusso

    Bluesky, dopo questa fase in beta privata, su invito ricordiamolo, sembra intenzionata ad intensificare la propagazione dell’apertura dell’app e, evidentemente, le cose ormai sono sempre più lanciate verso un rilascio definitivo.

    Sul sito web dell’app è possibile ancora oggi inscriversi per mettersi in lista, se non lo avete ancora fatto.

    In un momento in cui il panorama dei social media va cambiando radicalmente, con un progressivo spostamento verso piattaforme premium che, di fatto, danno vita ad un’altra tipologia di interazione e coinvolgimento, l’arrivo di Bluesky potrebbe apparire come l’approdo ideale per tutti coloro che sono alla ricerca di una piattaforma dove il controllo dei contenuti è in mano agli utenti.

    E poi, vista la difficoltà che molti hanno riscontrato nel passare a piattaforme tipo Mastodon, non di facile intuizione per tutti, Bluesky potrebbe costituire una sorta di modello “ibrido”, nel proporre una modalità nuova con un approccio allo strumento più adatto a chi cerca soluzioni più immediate e rapide.

    Vedremo quando Bluesky arriverà anche su Android e a quel punto si potrà davvero cercare di fare qualche ipotesi sulla longevità del progetto, o meno.

  • Artifact, l’app di notizie su AI, è adesso aperta a tutti

    Artifact, l’app di notizie su AI, è adesso aperta a tutti

    Lanciata appena tre settimane fa Artifact, l’app di notizie alimentata dall’intelligenza artificiale è ora aperta a tutti.

    Lanciata appena tre settimane fa Artifact, l’app di notizie alimentata dall’intelligenza artificiale, realizzata dai cofondatori di Instagram, Kevin Systrom e Mike Krieger, è ora aperta a tutti.

    Dopo poche settimane dal lancio con una lista d’attesa, i due co-fondatori hanno deciso di aprire le porte dell’app a tutti gli utenti, rendendola scaricabile per iOS e per Android. Da oggi, quindi, non è più necessario inserire il proprio numero di telefono per utilizzare Artifact, a meno che non si voglia creare un account e passare a un altro dispositivo, mantenendo memorizzate le impostazioni.

    Come già saprete, Artifact ricorda molto i vecchi aggregatori di notizie, spariti da un bel po’, ma ha un caratteristica che la rende peculiare e interessante. Ed è il fatto che gli “articoli e i fatti” vengono aggregati dall’intelligenza artificiale. Si tratta di una modalità di selezione e visualizzazione dei contenuti che è molto simile a quella che è in uso su TikTok.

    Il feed è quindi alimentato dalla tecnologia machine learning che, mano a mano, selezione e propone i contenuti sulla base del tempo trascorso dell’utente, e non più sulla base dei click.

    artifact app intelligenza artificiale franzrusso.it

    Una volta fatto l’accesso all’app, Artifact permette di selezionare gli argomenti di interesse, almeno 10, e poi i “publisher” di interesse. Una volta fatta questa operazione, l’app si apre con la sezione “For you”, la principale, dove comincerete a scorrere le notizie e a selezionare quelle di vostro interesse. L’intelligenza artificiale comincia a lavorare quando iniziate a leggere le notizie e, come dicevamo, comincia a considerare il tempo trascorso.

    Mano a mano che andrete avanti, vedrete che il feed comincia a portare alla vostra attenzione i contenuti interesse. Dopo le 10 letture, avrete sbloccate anche le statistiche e vedere quali argomenti avete letto di più e su quale testata/blog.

    artifact intelligenza artificiale franzrusso

    Nel mezzo della sezione “For you”, noterete le Headlines, ossia i titoli d maggiore interesse che a loro volta aggregano articoli su ciascun tema.

    La novità del lancio pubblico di oggi è l’aggiunta di un elemento social che può, per certi versi, portare a catalogare Artifact come un social delle notizie, come è stato già definito del resto. Si tratta della possibilità di sincronizzare la rubrica, quindi i contatti, per vedere se un articolo ottiene l’interesse da parte dei vostri contatti. Anche se non si saprà chi e quanti hanno visualizzato l’articolo, per ovvi motivi di privacy, resta comunque una funzionalità che non tutti attiveranno (chi scrive non lo ha fatto e non lo farà, appunto).

    E sotto ad ogni articolo compare il pollice verso, una modalità per far sapere all’intelligenza artificiale cosa ci piace, l’icona del segnalibro per salvare l’articolo e l’icona per condividere l’articolo.

    Ora, una piccola considerazione finale dopo aver usato l’app nella giornata di oggi.

    Finalmente un aggregatore di notizie molto utile e ce n’era bisogno. Per certi versi, richiama Nuzzel che qualcuno di voi ricorderà. Utile per salvare e condividere notizie e interessante osservare come l’intelligenza artificiale lavora.

    Solo che in alcuni casi non è molto preciso, perché, nonostante le notizie interessanti, spesso si tratta di notizie di diversi giorni addietro, se non settimane. Probabilmente servirà del tempo, ma il giudizio è molto positivo.

  • Meta come Twitter, la spunta blu è a pagamento

    Meta come Twitter, la spunta blu è a pagamento

    Anche Meta, come Twitter, lancia la sua versione a pagamento. Si chiama Meta Verified e permetterà di ottenere la tanto agognata spunta blue, su Facebook e su Instagram, e anche maggiore visibilità e reach. Ecco qualche considerazione.

    Non si può dire che lo scorso fine settimana sia stato noioso, almeno per quel che riguarda il panorama dei social media che diventa sempre più un luogo a pagamento, a differenza di come lo abbiamo sempre conosciuto.

    E così, mentre si discuteva dell’ultima mossa di Elon Musk, quella di rendere l’autenticazione a 2 fattori (A2F) via SMS a pagamento come funzionalità aggiuntiva all’abbonamento a Twitter Blue, Mark Zuckerberg, attraverso il suo canale su Instagram (il canale broadcast lanciato la scorsa settimana) lanciava Meta Verified, ossia una versione a pagamento, per Facebook e Instagram, che dietro il pagamento di una quota mensile permette di accedere a funzionalità aggiuntive. Vediamo quali.

    Intanto c’è da fare una precisazione. In molti hanno notato la quasi concomitanza dei due annunci, quello di Twitter e quello di Meta, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, ma non è possibile immaginare una risposta di Meta a Twitter nell’arco, appunto, di poche ore. appare evidente, come era già nell’aria, che Meta stesse lavorando alla sua versione a pagamento già da tempo.

    meta twitter spunta blu pagamento franzrusso.it

    Colpisce, e questa è solo una curiosità che può trovare qualche spiegazione squisitamente corporate, l’annuncio fatto di domenica mattina, orario Usa. Di solito questi annunci vengono fatti, più o meno a metà settimana. Probabile che Meta abbia optato per l’annuncio con Wall Street ancora chiusa in modo tale da poter verificare meglio la reazione dei mercati avendo la settimana a disposizione. Può darsi che questa osservazione sia sbagliata nel merito, ma la curiosità resta.

    Allora, Meta Verified è la versione a pagamento di Facebook e Instagram che prevede il pagamento di 11,99 dollari al mese, se l’abbonamento viene sottoscritto via web, o 14,99 dollari al mese se l’abbonamento viene sottoscritto via app iOS, probabile l’estensione anche sull’app Android anche se nessuno di Meta ne ha fatto menzione. Si tratta di un test che viene avviato, per ora in Australia e in Nuova Zelanda.

    Cosa offre Meta Verified ai sottoscrittori, principalmente creator?

    Come viene specificato da Meta, l’abbonamento a questa versione premium prevede la tanto agognata spunta blu, una “protezione proattiva dell’account”, accesso all’assistenza e, attenzione su questo ultimo punto, maggiore visibilità e portata (la reach).

    Se osserviamo bene quanto proposto, la differenze sostanziali con Twitter Blue (lo usiamo come metro di paragone per fare più chiarezza), per quello che si può rilevare, è che la verifica dell’account per avere la spunta blu avviene attraverso la presentazione di un documento personale, come può essere il proprio documento di identità o il proprio passaporto. Si tratta di una differenza non da poco che va nella direzione di contrastare, per davvero, il rischio di impersonificazione di altri e la possibilità hackerare con più facilità un account.

    Ricorderete il grande flop, l’autunno scorso, del lancio di Twitter Blue a tappeto, senza un minimo di controllo, e con i vari account fake che, semplicemente dietro il pagamento di 8 dollari, riuscivano ad ottenere la spunta blu e a creare account falsi di aziende o personaggi famosi. Eclatante il caso dell’azienda Lilly.

    Perché questo aspetto è importante rispetto a Twitter Blue? Semplicemente perché, ancora oggi, la spunta blu ottenuta con l’abbonamento non avviene attraverso la verifica del documento, cosa che invece è sempre avvenuta con il vecchio metodo di verifica, quello che Musk vuole cambiare perché lo ritiene “corrotto”.

    Aspetto rilevante, che interesserà appunto i creator, è la possibilità di avere, con Meta Verified, maggiore visibilità e reach, specificatamente per quanto riguarda “alcune aree della piattaforma, come la ricerca, i commenti e le raccomandazioni”, come ha specificato Meta. Si tratta di una considerazione rilevante per il fatto che oggi su Facebook, come su Instagram, è sempre più difficile riuscire a scalare il feed con contenuti rilevanti. È sempre più difficile riuscire ad essere visibili anche ai propri follower e per i creator questo è un grande problema che l’azienda ha sempre considerato poco. Adesso capiamo il perché.

    Ora, come abbiamo già accennato, Meta non è la prima azienda ad abbracciare una versione a pagamento. Lo sta facendo Twitter, appunto, lo fa Snapchat con la sua versione Plus, lo fa LinkedIn ormai dal 2005, lo fa Telegram.

    Appare evidente che tutte le aziende proprietarie di piattaforme social media si aviino a considerare forme a pagamento per contrastare la crisi finanziaria a livello globale, con conseguenza licenziamenti di massa, le difficoltà apparse dopo la pandemia, il mancato ritorno di massicci investimenti come è stato per Meta che ha investito molto sulla propria visione di Metaverso in un momento poco propizio. E c’è bisogno di abbracciare nuove forme di entrate anche per il calo dell’advertising.

    Dal punto di vista degli utenti, colpisce però che Meta, da sempre considerata la grande madre di tutti i social media, quella con i capitali, la forza finanziaria, lanci una sua versione a pagamento. E se Meta considera questa strada vuol dire che da oggi gli utenti sono un po’ meno “il prodotto”.

    Un’ultima considerazione, quasi amara, va fatta.

    Pensandoci bene, è bastata una pandemia per comprendere che quel modello di business, di agire quasi incontrollato e lanciato a velocità della luce, fosse insostenibile, anche per quelli più capaci. Il periodo della pandemia ha messo a nudo tante cose che non funzionavano.

    In mezzo ci sono gli utenti che adesso si ritrovano quei contenitori delle proprie esistenze un po’ meno liberi. Forse, è arrivato il momento di ripensare per davvero al modo in cui ci si relaziona a queste piattaforme.

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